«UOMO DI PEZZA - Le Orme» la recensione di Rockol

Le Orme - UOMO DI PEZZA - la recensione

Recensione del 07 ago 2018 a cura di Ivano Rebustini

La recensione

Se nel 1972 il signor Johann Sebastian Bach fosse stato ancora in vita, la qual cosa come anche Keith Emerson sa non si poteva proprio dare, avrebbe - se non trascinato in tribunale alla stregua di Al Bano con Michael Jackson - almeno tirato le orecchie al signor Antonio Pagliuca in arte Tony: “Va bene aprire il secondo album prog delle Orme con la mia Ciaccona e intitolarla “Una dolcezza nuova”, ma potevi ringraziarmi per averla scritta. E poi, se proprio lo vuoi sapere, Arturo Benedetti Michelangeli e Salvatore Accardo, giusto per fare un paio di nomi, la suonano meglio di te. Comunque quell’Aldo Tagliapietra non ha una brutta voce”.
Però, come ci hanno rovinato i Goblin… con il senno e le orecchie di poi, Bach o non Bach, ascoltare l’intro di “Uomo di pezza” e visualizzare la frangetta a rastrello di Dario Argento è un tutt’uno. Anche se è solo un lungo istante di stordimento; quando Tagliapietra inizia a cantare “i timori si dissolvono”, e la successiva “Gioco di bimba” dal mattatoio ci porta direttamente al quinto posto della Hit parade (l’album farà anche meglio, piazza d’onore e settimo ellepi più venduto dell’anno, bei tempi per il progressive in Italia). Un “Gioco” di successo, ma attenzione: andrà bene per farci ballare i bambini, però l’argomento è da codice penale, come potete facilmente realizzare se, invece di magari cantarli a pappagallo, date una sviscerata a versi come “Un'ombra furtiva si stacca dal muro:/Nel gioco di bimba si perde una donna” e ancora “Un grido al mattino in mezzo alla strada,/Un uomo di pezza invoca il suo sarto/Con voce smarrita per sempre ripete/"io non volevo svegliarla così"”.
"Nella rivendicazione dell'esperienza amorosa si svolge anche "Garbo di neve" (1972), dove l'innocenza della fanciulla racchiude desideri di colpa e di peccato, durante la "tentazione" dell'"uomo-mostro"”: così scrive Michele Fuoco a proposito del quadro di Walter Mac Mazzieri che Le Orme hanno scelto per la copertina del disco (morto precocemente nell’inverno del ’98, a 51 anni, ritroveremo il visionario pittore modenese, del quale scrisse un gran bene Dino Buzzati, sulla cover di “Storia o leggenda”, del ‘77). Ma allora è proprio un mostro, questo “Uomo di pezza”? Sì, ma un mostro vicino di casa, la cui “Alienazione” si racconta meglio con la musica di quanto non si possa riuscire con le parole, come fa l’angosciante strumentale che chiude il disco, col synth di Pagliuca che sembra davvero un tarlo della mente.
Sono niciani - da Nice, non da Nietzsche - fino al midollo, qui, i nostri prodi (con Tony - organo, synthetizer, piano, clavicembalo elettrico, mellotron, celesta - e Aldo - voce, chitarra bassa, chitarra elettrica e acustica 12 corde - c’è Michi Dei Rossi alla batteria, alle campane e alle percussioni, oltre al produttore-prezzemolo Gian Piero Reverberi, proprio quello di Rondò veneziano, al pianoforte in “Una dolcezza nuova”). Dimenticati gli esordi canzonettar-psichedelici, come in un vortice Le Orme - ormai saldamente nelle mani di Pagliuca - passano da Bach a Emerson, da Emerson a “Collage” e all’“Uomo di pezza”, che a riascoltarlo oggi, un oggi qualsiasi, c’è da chiedersi quante band italiane nate, diciamo, dopo l’80 sappiano suonare così bene. Nicianamente, ma senza perdere di vista il Paese in cui si muovono: canzoni come “Breve immagine”, “Figure di cartone” (sia pure con quella chitarra che per qualche secondo fa venire in mente “My sweet Lord”, o se volete “He’s so fine”), la stessa “Gioco di bimba” sono belle canzoni italiane, detto senza alcun intento ironico o denigratorio.
Una felice commistione che più o meno ritroveremo in “Felona e Sorona”, nel primo live italico - “In concerto”, del ’74 -, in “Contrappunti” e “Smogmagica”… Ma qui ci si ferma: con l’ingresso del chitarrista Tolo Marton, o forse meglio con l’ingresso della chitarra (Marton sarà presto sostituito da Germano Serafin) Le Orme diventano un’altra cosa, e l’unico, vero filo conduttore - dopo essere stato, Pagliuca permettendo, il tocco di distinzione - resterà l’inconfondibile, aerea voce di Aldo Tagliapietra. Tanto che - alle spalle il coraggioso azzardo di “Florian”, il ritorno alla formazione triangolare, lo scioglimento dell’82 e la reunion dell’86, con l’aggiunta di qualche francamente patetica deriva sanremese -, nel ’92 la band può permettersi di perdere Tony (ma per sostituirlo, di tastieristi ce ne vorranno due).
Oggi Tagliapietra e compagni (il “vecchio” drummer Dei Rossi, l’organista Michele Bon e il pianista Andrea Bassato) sono tornati a cavalcare la tigre progressiva, com’è tornato a cavalcare la tigre progressiva - dopo la folgorazione sulla via di Damasco de “La notte della stella”, realizzato giustappunto per la San Paolo, con brani che vanno da “Con te Signore” a “Gesù la via della pace” - Tony Pagliuca: il tastierista ha annunciato il ritorno in sala e dal vivo con un trio - guarda caso - tastiere, basso e batteria, e un repertorio di canzoni e brani strumentali, senza escludere dal vivo “la rivisitazione di composizioni scritte al tempo delle Orme”. Perché - i New Trolls insegnano - quando si ha a che fare con il Mito, si finisce sempre col raccontare la solita Storia.

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