«L'UOMO A META' - Enzo Jannacci» la recensione di Rockol

Enzo Jannacci - L'UOMO A META' - la recensione

Recensione del 25 mar 2003 a cura di Luca Bernini

La recensione

“L’uomo a metà”, il nuovo album di Enzo Jannacci, è figlio di quel ritrovato interesse nei confronti dell’artista milanese che gli aveva permesso, quasi due anni fa, di pubblicare “Come gli aeroplani”, dopo un lungo periodo in cui la sua musica sembrava caduta nel dimenticatoio («i discografici si divertivano ad umiliarmi, mi dicevano sì, sì, facciamo il disco e poi non se ne faceva niente», ricordava lui qualche tempo fa). “Come gli aeroplani” era uno splendido lavoro, legato alle proprie radici – il disco era dedicato a suo padre, aviatore – tanto quanto alla frustrazione per il presente e per un mondo incomprensibile, fotografato con comprensibile sdegno civile (nell’album spiccava la “Lettera da lontano” dedicata a Carlo Giuliani). Un album importante, quello, capace di dimostrare a tutti che Jannacci, lontano dallo stupire, racconta ancora storie da condividere, ed è in grado di farlo come pochi.
Adesso, a due anni di distanza, arriva questo “L’uomo a metà”, e viene da dire che Enzo Jannacci è sempre più solo – suo fratello Giorgio Gaber se n’è andato, nel disco c’è “Arrivederci” dedicata a un altro compianto grande della musica italiana, Umberto Bindi – e sempre più, parafrasando il titolo di uno dei brani presenti sull’album, “Uomo di altri tempi”. “L’uomo a metà” è un album più laico del suo predecessore, c’è dentro lo Jannacci scrittore di canzoni, narratore, a tratti un po’ nostalgico e sospeso nel tempo, dei fatti della vita, tenero e romantico nei ricordi (“Niente domande”, “Lungomare”), esilarante nei momenti più leggeri (“Il pesciolone”), amaro e straordinariamente acuto nei brani più riferiti al mondo imperscrutabile e viziato che ci circonda (“L’uomo a metà”, “E’ stato tutto inutile”, ma anche “Lungometraggio” e “Gente d’altri tempi”). Il tutto orchestrato da due menti musicali eccelse, come suo figlio Paolo (ormai co-artista della ditta al punto che sarebbe bello vedere uscire il prossimo album con la dicitura “Jannacci”, anziché “Enzo Jannacci”: poi uno canta e l’altro suona, però sarebbe bello che uscisse a nome di entrambi), e del magicoex-violino della PFM Mauro Pagani, produttore e designer del suono con pochi eguali in Italia.
Rimpiange i galantuomini, Jannacci, e fa bene. Non c’è molti altri, ormai, che possano farlo, anche solo per motivi anagrafici. Lui si ricorda di quell’Italia là, che i nostri padri c’hanno raccontato, e continua ad averla in mente, un Italia in cui la parola bastava per fidarsi, in un cui una promessa era un debito, in cui la solidarietà istintiva la vinceva sul sospetto. Troppe cose sono cambiate, troppi conti non tornano. Poi, per carità, basta scavare un po’ più a fondo nella nostra vita quotidiana per scoprire che i galantuomini ci sono ancora, e sono tutti lì. Soltanto, sembra che non contino. Il bello di Jannacci è continuare a ricordarcelo, con le sue canzoni così inconfondibili e sghembe, a volte così uguali tra loro, che se non ci fossero bisognerebbe inventarle. Da questo punto di vista, “L’uomo a metà” ha una freccia al suo arco, già mostrata nel precedente lavoro e ancora di più nel recente tributo a Sergio Endrigo pubblicato a cura del Club Tenco (dove Jannacci canta “Io che amo solo te”); mostra uno Jannacci mai così musicista, mai così interprete, mai così attento a proporre sfumature di voce e sfumature musicali, fino a dare al suo lavoro la connotazione del disco di un Signor Musicista. Forse è scontato ricordarlo, ma in un Paese come il nostro, in cui spesso ci si improvvisa, è bene dare al tempo, alla lentezza e alla scelta di lavorare in profondità – e a chi sceglie di avvalersi di questi ormai inusuali strumenti di lavoro - il giusto peso.

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