«ANTENNA - Cave In» la recensione di Rockol

Cave In - ANTENNA - la recensione

Recensione del 24 mar 2003

La recensione

“Recentemente sono stato a New York e mi sono trovato a sfogliare una di quelle riviste patinate che si vedono spesso in giro. C’erano delle foto di alcuni gruppi rock dallo sguardo vizioso, che volevano sembrare a tutti i costi selvaggi e arrabbiati. Ma ogni singolo vestito che indossavano, dalle scarpe alle magliette, era nuovo e lindo. I capelli; tutto era perfetto. Questo non è il riflesso della giovinezza. E’ il riflesso di una multinazionale che produce whisky e possiede anche una etichetta discografica”: con queste parole, durante la sua ultima visita promozionale in Italia, Robert Plant aveva descritto il mondo del rock oggi. Parole illuminate del cantante rock per eccellenza (almeno così fu ai tempi dei Led Zeppelin) che sicuramente farebbero vergognare Fred Durst e qualcun altro, se ancora possedessero un briciolo di dignità. E pensare che una volta qualcuno veniva ucciso e martirizzato dal rock ‘n’ roll. I Cave In hanno i capelli corti e ordinati. Eppure le loro scarpe da tennis e le loro magliette sembrano abbastanza marce da farci credere che il gruppo stia davvero prendendo sul serio ciò che fa (il cantante Stephen Brodsky, dopo anni di non-riconoscimenti, si è più volte detto “appassionatamente incazzato per ciò che sta succedendo nella musica da major discografica”). Un altro indizio, sicuramente non indifferente, è questo eccellente album, “Antenna”. Un album che rincuorerà tutti coloro che ormai ne hanno avuto abbastanza del nu metal e dei Limp Bizkit, del rock melodico e dei Creed. Non è forse un caso, dunque, che anche la conservatrice stampa britannica si sia scomodata a spendere qualche riga per i Cave In, ormai in giro da un lustro e più, paragonandoli agli Smashing Pumpkins degli albori. Se poi aggiungiamo che i Cave In hanno sicuramente apprezzato parecchio i trascorsi dei Soundgarden, dai quali hanno ereditato una certa propensione alla composizione cupa e malinconica, e dei Foo Fighters (con cui hanno suonato dal vivo e ai quali sembrano pagare un gentile tributo in “Anchor”), la presentazione del gruppo è fatta. “Antenna”, per chi ancora non l’avesse capito, può essere messo sullo scaffale virtuale del “metal alternativo” con orgoglio (tra i Nine Inch Nails e il simpaticone “Zombie Bianco”, se così vi piace): suoni duri, ma poi non così tanto (l’apertura di “Stained silver” ne è un esempio), melodie complesse e intricate (le evoluzioni quasi psichedeliche e prog-rock della lunghissima, algida “Seafrost”) ma sempre molto orecchiabili (“Beautiful son”, una ballata eterea dai contorni sfocati le cui chitarre ricordano i Radiohead di OK Computer, “Black hole sun” dei Soundgarden e altro ancora) e infine una voce grintosa ma gentile e sempre molto intonata. Ma il pregio forse più considerevole dei Cave In, che, avvertiamo gli scatenati metallari in anticipo, è un gruppo che può essere ascoltato anche a volume moderato ma sempre con molta attenzione, è il saper miscelare generi tangenti come l’heavy metal, l’hard rock, il grunge e l’hardcore senza quasi che l’ascoltatore se ne accorga. E’ un disco puzzle, “Antenna”. Ogni pezzo è arrivato dal nulla, fino a infilarsi nel giusto posto. Anche se qualcuno non se lo aspettava proprio, e pensava che lì, proprio lì, non potesse mai entrarci.

(Valeria Rusconi)
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