«HOME - Dixie Chicks» la recensione di Rockol

Dixie Chicks - HOME - la recensione

Recensione del 07 mar 2003

La recensione

Yu-hu! Cinque stelle alle “pollastrelle” che vengono dal profondo Sud degli Stati Uniti d’America (dallo stato del Maryland, per la precisione). L’ideale, quindi, è ascoltarle con una bottiglia di birra ghiacciata in mano (la Coors?) mangiando alucce ben speziate di pollo fritto (quello vero, poverino), che in America chiamano "hot wings". Roba piccante. Piccante quasi quanto le tante cowgirls canterine, dalle Sweethearts Of The Rodeo a Faith Hill e Shania Twain (non possiamo metterci le Nashville Pussy solo per questioni musicali, ma per quanto riguarda la loro ragion d’essere, forse non siamo così lontani), entrate ormai nella storia del country tradizionale.
Visti i paragoni, non crediate però che siano leggere, le Dixie Chicks: certo sanno cantare d’amore e di dolci sogni come nel brano “Godspeed (Sweet dreams)”, senza curarsi se l’hanno già fatto personaggi come Eurythmics o il sempre più lucido e multimediale Marilyn Manson. Qui c’è anche il dolore, ci sono le amarezze. E le Dixie Chicks non si tirano indietro. Del resto artisti hip-hop come Ice T l’hanno sempre detto di aver copiato: “Folsom Prison blues” del grande, inarrivabile Johnny Cash, in cui il protagonista dice di “aver ucciso un uomo a Reno solo per vederlo morire”, che cos’è se non un “gangsta” rap? Solo che non è rap. Vale a dire, per essere più seri, che il country americano non è solo un ricettacolo di luoghi comuni reazionari che solamente cowboy ubriaconi, come sembrava suggerire il film culto “Blues Brothers”, possono apprezzare. O meglio, è anche questo. Ma nei casi migliori la musica country sa raccontare le storie comuni della povere gente. Storie tristi. Storie di vita dura. Storie disgraziate. Proprio come faceva agli albori Woody Guthrie, mito di un certo Bob Dylan. E allora riecco le Dixie Chicks e il loro nuovo album intitolato “Home”, “Casa”, naturalmente. Perché il country non ama viaggiare. Non sarebbe country altrimenti. Il country se ne sta a casa sua: “Home sweet home” e ancora “Sweet home Alabama” (come insegnavano i Lynyrd Skynyrd). Il passo è breve. “Home” si apre con “Long time gone”: un po’ di nostalgia per i bei tempi andati, ma ascoltando il testo ci si rende conto che si tratta, in realtà, del racconto di una lunga sequela di sventure. Il papà guarda fuori dalla finestra, dove un tempo c’erano i rigogliosi campi di tabacco che adesso non ci sono più; il fratello ha trovato lavoro nell’Indiana; la sorella fa l’infermiera nella casa di riposo mentre la mamma cucina sempre troppa roba per cena. Invece, il protagonista è andato via da un pezzo e non ha nessuna intenzione di tornare. Potete biasimarlo? Ma dov’è andato? A Nashville, naturalmente, con la sua chitarra, dormendo in una macchina, sognando di diventare una star. Ce la farà? Certo. Adesso lui e Delia cantano tutte le domeniche e a volte ascoltano la radio, che però non trasmette più musica con l’anima; loro in ogni caso guardano i figli crescere fiduciosi pregando il sogno. Questo è il country, signori. E Martie abbraccia il suo violino con passione ed Emily suona il banjo, mentre la voce di Natalie è pulita e intonata come la rugiada del mattino. Ti fa bene al cuore sentirle gorgheggiare come usignoli. Ma il bello è quando si arriva a “White trash wedding”, un brano nel quale le Dixie Chicks raccontano un matrimonio “White trash”. I “rifiuti bianchi”. I miserabili. Quelli che non ce l’hanno fatta, proprio in America. E non farcela in America è peggio che in qualsiasi altra parte del mondo. L’America delle Dixie Chicks non è fatta solamente d’oro e di gloria; perché le Dixie Chicks danno voce anche ai rifiuti umani. E così, in questa scatenata canzone, lo strepitoso banjo di Emily si esibisce in virtuosismi entusiasmanti; anche il violino di Martie fa del suo meglio, mentre Natalie narra la storia di due ragazzi innamorati che non possono neppure permettersi l’anello. Non c’è speranza se sei un “White trash”, non c’è futuro se sei il figlio di un “White trash”. Proprio come Eminem. La sua è una storia moderna. Bianca. Triste. Un padre scappato, la madre assuefatta a pillole di ogni sorta e alcool, relegata a vivere in una roulotte perché non può permettersi una casa. Da quella canzone si capisce anche che i due ragazzi, pur giovanissimi, avranno presto un bambino. Lui, naturalmente, è un poco di buono: beve troppo, fino ad ubriacarsi, e tra poco la picchierà. Poi l’abbandonerà con il figlioletto rovinandole definitivamente la vita. La madre non approva. Eppure ha una forza, questa canzone, la forza del sesso che brucia le tappe anche a costo di bruciarsi l’esistenza, la forza della passione, la forza della vita che si rinnova senza chiedersi tanti perché, contro tutto e contro tutti, contro anche se stessi, sconsideratamente. “Vedrai che le cose andranno bene, baby”: no, le cose non andranno affatto bene, ma comunque è così. Il bambino è in arrivo, il ragazzo non può permettersi nemmeno l’anello e la sposa non può sposarsi in bianco. C’è rancore, ribellione, bellezza e sincerità in questo disco. Per questo si merita cinque stelle. Anche se, in Italia, inevitabilmente non lo ascolterà nessuno. Abbiamo altri problemi.

(Valeria Rusconi)
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