«TEMPIDURI - Tempi Duri» la recensione di Rockol

Tempi Duri - TEMPIDURI - la recensione

Recensione del 15 mar 2003 a cura di Paola Maraone

La recensione

Se avete almeno trent’anni e per caso, con orecchio distratto, ascoltate “Tempi duri” (la canzone. Non l’album). Se non siete cresciuti nell’ovatta o in un convento. Se avete riflessi medi, o anche medio lunghi, dopo tre secondi circa vi verrà in mente una sola cosa: “Sultans of swing”. Giaggià, quella dei Dire Straits. Nonnò, non è venuta prima la “versione italiana”. Perché “Sultans” è del 1978, e “Tempiduri” del 1982. Qualcuno ha copiato qualcun altro, quindi? Sissì. E nella fattispecie, Cristiano De André, Carlo Facchini, Loby C. Pimazzoni e Marco Bisotto hanno copiato Mark Knopfler & C.
Ma perché parliamo adesso – a vent’anni dal “fattaccio” – di questo? Perché per volontà di Carlo Facchini, fondatore del gruppo, e della discografica MBO, il primo e ultimo album dei Tempi Duri è appena stato ripubblicato. Alle undici canzoni uscite allora si aggiunge un inedito, “E.I.”, dedicato con buona dose di ironia all’Esercito Italiano che nel 1983 reclutò buona parte del gruppo per il canonico anno di leva, costringendo la band a sciogliersi. Fu un bene o un male? Difficile dirlo. Cristiano De André iniziò poi la carriera solista, gli altri si persero qua e là fino a sparire o quasi. Fino a oggi. Da oggi, nostalgici e curiosi troveranno pane per i loro denti con “Tempiduri” (il titolo originale dell’album era “Chiamali tempi duri”. Le ragioni del cambio di titolo ci sono ignote), che resta un documento interessante. Il tentativo di clonare i Dire Straits, per quanto di difficile riuscita - per essere come i cugini d’Oltreoceano ai Tempiduri mancavano molte cose, tra cui il physique du role – non fu un ignobile plagio, ma più probabilmente il desiderio di trovare una risposta italiana a una musica che, vent’anni fa, era davvero molto amata.
“Tempiduri”, oggi, mostra le sue debolezze e (di)mostra tutti gli anni che ha. Ma non è il caso di sparargli addosso: i testi, nella loro ingenuità, sono freschi e persino coraggiosi. E la musica – considerata l’età dei ragazzi che la suonavano potrebbe essere molto, molto peggio. Inutile dirvi che nel disco non c’è (praticamente) nulla del Cristiano di oggi, e quasi nessuna traccia di Fabrizio, che pure lo produsse. Del resto quasi tutto il lavoro è opera di Carlo Facchini, che chiese la consulenza di De André Junior in quattro brani appena. Sempre di Facchini è una nota introduttiva contenuta nel libretto del cd: racconta del rapporto tra lui e Fabrizio, che non si interruppe mai, ed è in ogni caso un pezzo di storia. Ci chiediamo perché la copertina del cd sia diversa da quella dell’originale in vinile – che era molto più bella, e che è riprodotta nelle pagine interne del booklet. Del resto certe cose – a volte – ritornano. Certe altre no, e non c’è niente che si possa fare a riguardo.

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