«FORTY LICKS - Rolling Stones» la recensione di Rockol

Rolling Stones - FORTY LICKS - la recensione

Recensione del 02 ott 2002

La recensione

S’è dovuta mettere in moto una task force transatlantica di uomini e di etichette per confezionare il primo greatest hits “completo” degli Stones: “completo” nel senso che ripercorre per la prima volta l’intero tragitto delle Pietre Rotolanti, dal 1964 di “Not fade away” ai quattro inediti, neanche male, datati 2002. Due CD, quaranta canzoni raggruppate per fase storica e casa discografica. Non bastano, è naturale, a chiudere il discorso sulla “più grande rock and roll band di tutti i tempi”: non ci trovate “Lady Jane” e “Play with fire”, “Midnight rambler” e “Love in vain”, “As tears go by” e “Salt of the earth”, “Bitch” o “Waiting on a friend”. Troppo fieno in cascina, in casa Stones, per stiparlo in due ore e mezzo, pur generose, di musica; per quello bisogna recuperare i vecchi vinili in scaffale, o magari andare in negozio a procurarsi le rimasterizzazioni nuove di zecca del catalogo Decca/ABKCO.
“Forty licks” è una raccolta di successi, e non può scandagliare tutto l'oceano: ma la pesca resta abbondante, e tira fuori dalla sabbia anche qualche gioiellino meno esposto. Fa piacere, per esempio, rinfrescarsi la memoria sugli Stones bluesmaniaci delle origini: il Buddy Holly anfetaminizzato di “Not fade away” e il beat-soul sincopato di “It’s all over now” (Bobby Womack), due cover incise quasi quarant’anni fa; oppure il garage sferragliante di “The last time” e di “19th nervous breakdown”, smaltate a nuovo dalla scintillante rimasterizzazione digitale. A proposito: bisogna riconoscere che mai prima d’ora si erano ascoltati gli intrecci chitarristici di “Street fighting man” e i violoncelli di “Ruby Tuesday” con un dettaglio e una chiarezza simili: tanto da scoprire, qua e là, minuzie fino ad oggi sfuggite a puntine e raggi laser.
Il primo CD, che spazia dagli esordi al 1971 di “Sticky fingers”, è naturalmente il più succoso (e il meno servito da raccolte recenti). Molti dei titoli che contiene, è quasi superfluo ricordarlo, sono diventati col tempo archetipi musicali e fotogrammi di cronaca sociale del XX secolo. “(I can’t get no) Satisfaction” resta il prototipo sonoro dell’irrequietezza e della frustrazione giovanile. “Sympathy for the devil” e “Under my thumb” rievocano il lato più maledetto e sinistro della band (al festival di Altamont, dicembre 1969, fecero da prologo ed epilogo involontario a un omicidio). “You can’t always get what you want”, abbinata alle sequenze iniziali del “Grande freddo” di Kasdan, si è appiccicata indelebilmente all’immaginario di una generazione di baby-boomers. “Street fighting man” ha cavalcato, magari furbescamente ma con perfetta scelta di tempo, le barricate di fine anni ’60. “Jumpin’ Jack Flash” e “Honky tonk women” sono i riff quintessenziali del rock, “Wild horses” la ballata acustica e decadente per eccellenza, “Paint it, black” una delle prime, e più eccitanti, sbirciate del mondo rock sull’Africa e sul mistico Oriente. C’è anche lo skiffle psichedelico di “Mother’s little helper”, e poi il torrido rock&blues di “Gimme shelter”, e i pizzi e merletti colorati di “She’s a rainbow”: il tutto scompaginato nella cronologia, perché i compilatori hanno preferito sacrificare il rigore storico a esigenze di “sequenza” e di impatto sonoro (e il meccanismo funziona, come in un’ideale setlist da concerto).
Il secondo tempo riprende il discorso dal ’71 e dai jeans con lo zip di “Fingers”, passando da quell’inarrivabile romanzo di miserie e nobiltà del rock and roll che fu “Exile on main street” per arrivare ai giorni nostri, tra altre ballatone sentimentali (“Fool to cry”, “Angie”), turbo-rock da stadio (“Start me up”, “You got me rocking”) e momentanee sbornie dance (“Miss you”, “Emotional rescue”). In mezzo si annidano i quattro inediti, a loro volta equamente suddivisi tra “lenti” e uptempo elettrici. “Don’t stop”, il nuovo singolo, batte strade sicure ma si segnala quanto meno per la bella energia e una stoffa musicale genuina, senza additivi, che contraddistingue anche la meno convincente “Stealing my heart”, dove Jagger, Richards e il co-produttore Don Was strizzano l’occhio ad un pop-rock d’attualità. Per la limpida, lineare “Keys to your heart”, Mick sfoggia la sua vocina più viziosa e il suo registro più soul (bello, di nuovo, il suono nitido e presente delle chitarre). Ma la vera chicca è “Losing my touch” dell’impareggiabile e immarcescibile mr. Richards: intimista, riflessivo, quasi waitsiano e commovente sulle onde del delicato pianoforte di Chuck Leavell. Sta giusto in fondo alla raccolta, e dopo tanta gloria chiude in modo delizioso e un po’ malinconico. L’antitesi della magniloquenza da show business e dell’elettricità ad alto voltaggio: da tempo gli Stones, uomini di mondo, hanno imparato a riapprezzare la semplicità, cambiando pelle a seconda delle circostanze.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

CD1
01. Street fighting man
02. Gimme shelter
03. (I can’t get no) Satisfaction
04. The last time
05. Jumpin’ Jack Flash
06. You can’t always get what you want
07. 19th nervous breakdown
08. Under my thumb
09. Not fade away
10. Have you seen your mother baby?
11. Sympathy for the devil
12. Mother’s little helper
13. She’s a rainbow
14. Get off of my cloud
15. Wild horses
16. Ruby Tuesday
17. Paint it, black
18. Honky tonk women
19. It’s all over now
20. Let’s spend the night together

CD2
01. Start me up
02. Brown sugar
03. Miss you
04. Beast of burden
05. Don’t stop
06. Happy
07. Angie
08. You got me rocking
09. Shattered
10. Fool to cry
11. Love is strong
12. Mixed emotions
13. Keys to your love
14. Anybody seen my baby?
15. Stealing my heart
16. Tumbling dice
17. Undercover of the night
18. Emotional rescue
19. It’s only rock and roll
20. Losing my touch
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