«BOUNCE - Bon Jovi» la recensione di Rockol

Bon Jovi - BOUNCE - la recensione

Recensione del 02 nov 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Negli anni ’80 i Bon Jovi rappresentavano la faccia più scenografica del rock, quella che si presentava sul palco con i capelli permanentati e si muoveva in modo ammiccante. Poi Jon Bon Jovi riuscì, con qualche mossa azzeccata, a far capire con non era un semplice capellone belloccio e finto duro, ma che con le canzoni ci sapeva fare, eccome. Prova ne fu il primo sforzo solista “Blaze of glory”. Bisogna darne atto, i Bon Jovi hanno sempre avuto il merito di fare un rock schietto, forse troppo epico o tendente al pop, ma perfettamente consapevole della propria forza “popolare”. E difatti la band ha sempre attirato schiere di fans. Insomma, a modo loro i Bon Jovi sono una certezza.
Una certezza che si è rinnovata nel 2000, quando Jon Bon Jovi ha riunito la band dopo una parentesi solista. Tra vocalizzi elettronici, chitarroni e belle melodie, la magia si era ricreata, almeno per chi la considerava già tale negli anni ‘80. Ora, dopo un disco live, i Bon Jovi sono stabilmente sulla piazza.
A “Bounce”, nuovo capitolo della saga, però manca qualcosa. Sicuramente quell’effetto sorpresa-nostalgia di “Crush”, quella sensazione che ai poco più che trent’anni sorgeva dall’ ascoltare “It’s my life” e pensare a “You give love a bad name” o “Living on a prayer”. Le 12 canzoni non difettano in nulla di “bongioviano”, intendiamoci: sono scritte con sapienza, prodotte talmente bene da non sembrare neanche troppo patinate, con i suoni giusti al posto giusto.
Però forse il punto è proprio questo, dopo “Crush”, “Bounce” suona troppo prevedibile. Piacerà sicuramente ai fans, piacerà a chi cerca un disco di rock diretto e divertente. Ma non aspettatevi nulla di più, se non le ennesime considerazioni sull’11 settembre ( “Quello era mio fratello perso nelle macerie/ quella era mia sorella persa nello schianto, quelle erano le nostre madri, i nostri figli, i nostri padri, erano ognuno di noi./ Un milione di preghiere a Dio /Un milione di lacrime che fanno un oceano”, recita l’iniziale “Undivided”). Peraltro, questi temi sono mischiati ad altri ben più leggeri, come quelli delle canzoni ispirate dalla carriera da attore di Jon (“You had me from hello” e “Open all night”). E già questo accostamento non esattamente di buon gusto dovrebbe dirla lunga.

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