«THE LAST DJ - Tom Petty» la recensione di Rockol

Tom Petty - THE LAST DJ - la recensione

Recensione del 31 ott 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

La musica è fatta anche di certezze. Tom Petty, per esempio: uno dei rocker storici americani, uno che non ha mai fatoo grossi passi falsi nella sua carriera, uno che ha quasi sempre sfornato dischi eccellenti. Uno che non ha mai inseguito la grandeur di suoi colleghi e contemporanei, ma è sempre andato dritto per la sua strada.
Pensandoci, è quasi naturale trovarsi di fronte ad un disco come questo “The last DJ”. Dopo l’ultimo “Echo”, che era una summa della sua carriera, Petty ha fatto un paio di scelte di fondo molto forti per la sua nuova opera. La prima è quella musicale: sempre accompagnato dai fidi Heartbreakers, ha accentuato i suoni retrò delle sue canzoni. “The last DJ”, così, è un piccolo concentrato di storia del rock, (ri)letta attraverso il filtro di una delle migliori penne statutinitensi. La title-track è puro pop-rock alla Byrds, mentre lungo le 12 tracce si inseguono il blues (“Joe”), le ballate (“Like a diamond”), il rock duro (“Lost children”), la canzone folk-rock acustica (“Blue sunday”), i riferimenti a Dylan (“You and me”, “Have love will travel”), la musica pre-rock ‘n’roll incrociata con il pop orchestrale beatlesiano (“The man who loves women”). E così via, per quasi cinquanta minuti di suoni sempre inattuali, sempre diversi, sempre piacevoli e mai banali.
La seconda scelta è quella lirica: “The last DJ” è quasi un concept-album sulle storture del music business. Diciamo "quasi" perché non lo è nel senso tradizionale del termine: non c’è un legame diretto tra le canzoni, ma una comunanza di temi molto forte. A partire dalla title track, dedicata ad un’ideale ultima voce indipendente (“eccolo, l'ultimo DJ/ trasmette quello che gli pare/ e dice quello che vuole/ arriva la libertà di scelta/ arriva l'ultima voce umana/ arriva l'ultimo dj”; e ancora: “così mentre celebriamo la mediocrità/ i ragazzi al piano di sopra vogliono capire/ quanto pagherai/ per qualcosa che una volta era gratuito”), passando per “Joe” e “Money becomes king” tornano temi già affrontati in canzoni come “Into the great wide open”, ma con una durezza se possibile ancora maggiore. Petty racconta in “Money becomes king” la storia di un musicista esordiente, che inizia suonando per piacere e si ritrova inghiottito dal musicbiz.
Petty, dopo anni trascorsi a fare la sua musica senza compromessi, è uno dei pochi che si può permettere scelte di questo genere senza suonare banale, derivativo o retorico. E “The last DJ” è innanzitutto un grande disco: bello, piacevole e profondo. Cosa volere di più da un cantante rock?

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