«MASQUERADE - Wyclef Jean» la recensione di Rockol

Wyclef Jean - MASQUERADE - la recensione

Recensione del 07 set 2002

La recensione

Colui che è riuscito (la definizione non è nostra) a “rendere sofisticato l’hip hop di strada” torna a calcare le scene con un album che fotografa perfettamente la sua ambizione. Ambizione che i più avranno notato già dal primo album solista, “The score”, ma che in fondo era in nuce sin dai tempi dei Fugees.
Come dire: Wyclef Jean non è (mai stato) uno che si accontenta. Del resto se cresci nel ghetto, o ti perdi o diventi forte: e non c’è bisogno di essere appassionati di rap & co. per capire che “Masquerade” è un buon album: ben scritto ben prodotto e ben suonato, e non è poco. Tra l’altro, provateci voi, coi tempi che corrono, a pubblicare un disco con 22 brani: minimo minimo, la discografica vi convince a spezzarlo in due per agganciarci un’uscitina prenatalizia e vendere tre copie in più. E invece, il nostro Wyclef ci è riuscito.
Seconda notazione: messo da parte il (fin troppo dichiarato) eclettismo dei tempi del secondo album, con “Masquerade” l’ex Fugees torna nel ghetto, e non se ne vergogna. Usa tutta la prima parte del disco per autoaffermare la propria forza&competenza, e la seconda per rilassarsi (e divertirci) un po’. Ovvio che non sia possibile tracciare divisioni troppo schematiche: come sempre più spesso accade nella musica (non solo rap) qui capita che un brano si fonda con il successivo, e che al cantato si mescolino altre cose. Per esempio, in “Peace God” c’è la voce di un bambino che sa tenere il ritmo mooolto meglio delle Lollipop, che cede il passo a un sinuoso coro femminile, che cede il passo a un’altra voce maschile, che scandisce lo slogan, che...
Terza notazione: questo modo di procedere non del tutto lineare potrebbe confondere le idee ai meno esperti di rap, e innervosire quelli che da una canzone si aspettano uno schema tipo strofa/ritornello/eventualmente bridge. Un brano che comincia con una specie di ululato (per esempio “PJ’s”) potrebbe non essere apprezzato, e l’uso continuo di mugugni, campionamenti, seconde voci e intrecci può risultare un po’ pesante per un orecchio non allenato. Allo stesso tempo, le prove alla Marley (“You say keep it gangsta” o “War no more”) sono convincenti (anzi, piacevoli e rilassanti); il rifacimento di “What’s new pussycat” in duo con Tom Jones è divertente (anche se recensori più snob di noi probabilmente lo definirebbero gratuito), mentre “Oh what a night”, che strizza l’occhio alla Motown, strapperebbe un sorrisetto compiaciuto anche al più scettico tra voi.
Quarta notazione: al di là di tutto, le capacità compositive di Wyclef Jean restano impressionanti, e altrettanto si può dire della sua vena creativa. Il modo migliore per godersi quest’album a nostro parere è quello di scomporlo e di ascoltarselo a pezzi, senza pretendere di sentirlo ogni volta dall’inizio alla fine: può risultare faticoso. Detto ciò, “Masquerade” potrebbe essere l’album che fa per voi. S’intende, a patto che riusciate a sopportare l’indomabile tendenza di Wyclef Jean (e degli altri rapper) a collaborare con chiunque, in qualunque brano: ci sono più ospiti in questo disco che ai festeggiamenti per il compleanno della Regina Elisabetta.

(Paola Maraone)
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