«LIVE - Black Crowes» la recensione di Rockol

Black Crowes - LIVE - la recensione

Recensione del 26 set 2002

La recensione

Un disco dal vivo, da che mondo è mondo, può servire agli scopi più diversi: documentare un momento magico e forse irripetibile, assolvere a doveri contrattuali, marcare la chiusura di un ciclo artistico. Nel caso dei Black Crowes escluderemmo la prima ipotesi e propenderemmo per la terza, date anche le informazioni che circolano sul futuro, assai incerto, della band. E questo doppio live è esattamente ciò che a questo punto ci si poteva aspettare da loro: una tempesta elettrica prima della quiete e del meritato break (diciotto anni di convivenza hanno presentato il conto….). Il materiale che contiene, estratto da due concerti registrati all’Orpheum Theater di Boston, conferma un dato risaputo: la band dei fratelli Robinson suona (suonava) sempre più forte, e sempre più hard.
Chi ha ascoltato il precedente “Lions” o li ha visti “aprire” l’estate scorsa, a Brescia, il concerto di Neil Young, già lo sapeva. Gli altri se ne renderanno conto fin dalle prime battute di questo disco di (temporaneo?) commiato. Bastano i quattro brani iniziali per capire che certa psichedelia morbida e dilatata, ricordo di vecchi concerti anche italiani, è distante anni luce. Incrociare le chitarre con Jimmy Page ha lasciato un segno profondo, e più che alla Allman Brothers Band e ai Lynyrd Skynyrd qui si guarda spesso ai tardi Zeppelin del periodo “Physical Graffiti” e “Presence”: l’honky tonk di “Sting me” e il boogie di “Thick & thin” si saturano dunque di decibel e di metallo pesante, mentre i ricami vocali e gli arabeschi strumentali di “Greasy grass river” gettano un ponte verso il decennio precedente ed il blues ad alto voltaggio dei Cream.
Nel compilare la scaletta, il chitarrista Rich Robinson si è premurato di garantire degna rappresentanza all’intero catalogo della band, selezionando titoli significativi da ciascuno dei suoi album. Ne consegue che un po’ troppo spazio è riservato all’ultimo “Lions”, forse il disco più confuso e meno ispirato dei Crowes (non convince il pastiche Queen/glam di “Cosmic friend”): ma poi bastano l’ugola del fratello Chris – un bell’incrocio tra il Rod Stewart degli anni ruggenti e uno shouter di pelle bianca -, un assolo ispirato di chitarra o qualche bel tocco di piano elettrico a produrre il colpo di reni necessario per non affogare in un mare di riff tutti simili a se stessi. Bella davvero, ad esempio, la sequenza centrale del primo CD, che si apre con le strascicate scansioni rock blues di “Sometimes salvation” e “Cursed diamond”, prosegue con “Miracle man” (gli Stones di “Sticky fingers” incorniciati da una chitarra che più zeppeliniana non si può) e si chiude con le atmosfere da rock confederato di “Wiser time”. I numi tutelari della band si materializzano con generosità anche nel secondo set, con una toccante “She talks to angels” svolta in chiave country-rock e un lungo inedito (su disco), “Title song”, introdotto e farcito da un organo roccioso e molto, molto Seventies. Ma tra le higlights ci sono anche la coda gospel-rock di “Black moon creeping” e il finale hendrixiano di “Hi head blues”, mentre le scariche elettriche di “Lickin’” (“funky shit”, la definisce esplicitamente Chris Robinson) farebbero invidia agli Steppenwolf o ai Black Sabbath. Si chiude in stile Memphis R&B con due torride versioni di “Hard to handle” (Otis Redding) e “Remedy”, inossidabili cavalli di battaglia di questi revivalisti con uno scopo: che hanno iniziato quando il passato era una bestemmia da evitare, e se ne vanno ora che tutti hanno ripreso a saccheggiarlo senza vergogna.
(Alfredo Marziano)
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