«MURRAY STREET - Sonic Youth» la recensione di Rockol

Sonic Youth - MURRAY STREET - la recensione

Recensione del 10 ago 2002

La recensione

Ai tempi di “NYC ghosts and flowers”, Thurston Moore notava che i Sonic Youth non sono mai stati capaci di ottenere dischi d’oro con la stessa facilità che lui osservava in altri gruppi contemporanei alla sua band. Probabilmente conosce il music-business abbastanza bene da sapere che il feedback di chitarra elettrica non è l’ingrediente migliore per arrivare al grande successo. Ed è possibile che sia consapevole anche dell’altra faccia della medaglia: sviluppandosi come corpo estraneo al mainstream, i Sonic Youth sono arrivati al 2002 con un pubblico fedele e si sono guadagnati un rispetto che pochi possono vantare. Forse non sono più il riferimento di decine di gruppi emergenti (anche se, tanto per fare un nome, gli acclamati And You Will Know Us By The Trail Of Dead devono parecchio a Moore e soci), ma restano una sigla gloriosa del rock “alternativo” statunitense, o almeno di quel che ne rimane. “Murray street” viene presentato come una sorta di secondo capitolo di una trilogia sulla cultura di Manhattan (il primo è il già citato “NYC ghosts and flowers”) e, rispetto al predecessore, mostra una maggiore propensione alle strutture classiche della canzone rock. I pezzi di apertura “The empty page” e “Disconnection notice” sono gli esempi più evidenti di questo modo di scrittura, a quanto pare derivato dal fatto che gran parte del lavoro ha preso le mosse da semplici composizioni di Moore nate sulla chitarra acustica. Ovviamente, il gruppo non tradisce la propria identità sotterranea e gli arrangiamenti lasciano il consueto spazio agli intrecci di Moore e Ranaldo, sempre impegnati a dare un’interpretazione personalissima del ruolo del chitarrista rock. Jim O’Rourke, entrato in pianta stabile nella formazione, non scombina gli equilibri ormai ampiamente consolidati e si inserisce con discrezione nei meccanismi della band, che da qualche album a questa parte sembra decisa a darsi una fisionomia meno spigolosa rispetto al passato, smorzando i toni più aggressivi. Gli amanti di dissonanze e derive rumoriste confermeranno il proprio interesse grazie a pezzi come “Karen revisited” (esplicito richiamo a “Karen Koltrane”, un brano di “A thousand leaves”), mentre chi apprezzava soprattutto i furori rock resterà a bocca asciutta, anche se “Plastic sun” lascia ancora intravedere qualcosa delle antiche intemperanze. I tempi dell’estremismo sembrano definitivamente tramontati, ma “Murray street” conferma che il gruppo è ancora capace di dar vita a lavori interessanti: essere più tranquilli non significa per forza diventare noiosi.

(Paolo Giovanazzi)
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