«GUTTERFLOWER - Goo Goo Dolls» la recensione di Rockol

Goo Goo Dolls - GUTTERFLOWER - la recensione

Recensione del 05 lug 2002

La recensione

Volevano che suonasse intenso e profondo i Goo Goo Dolls, questo album rimasto nell’oblio per oltre quattro anni. Così si sono scelti uno studio di registrazione di quelli che quando ne varchi la soglia perdi il senso delle cose, come entrare negli Abbey Road Studios o nei Sun Studios, dove sono nati dischi che hanno fatto la storia della musica. Non ne volevano sapere di quei posti dove prima ti fanno firmare mille carte e non puoi alloggiarci come fosse una seconda casa. Così John, Robby e Mike hanno affittato i Capitol Records Studios e gli House Of Blues Studios, imbracciato una serie di strumenti datati e hanno suonato. Volevano qualcosa di diverso, qualcosa che li salvasse da quella malignità che gli si era appiccicata addosso come una seconda pelle, quella che li definiva mediocri. Non è stato facile. Anche se al loro fianco c’erano esperti che sapevano esattamente dove appoggiare i microfoni, ingegneri del suono che potevano affermare con precisione cosa sarebbe saltato fuori dalle canzoni che ora compongono “Gutterflower”. Un fiore che con tanta fatica, e anche un po’ di angoscia, alla fine ce l’ha fatta a crescere, pur senza terreno fertile, persino se l’acqua non cadeva dal cielo. Se c’è però qualcuno che non cambia, sono proprio i Goo Goo Dolls. Un gruppo di quelli che si possono, un po’ banalmente, definire “onesti”, che lavorano in modo “onesto” e scrivono una manciata di canzoni “oneste”. Un trio che fa quello che può, sul quale nessuno ha mai scommesso e mai scommetterà, per davvero. Una sorta di ibrido che ricorda tutto e nulla al tempo stesso. Un gruppo che non ha lasciato tracce e mai farà la storia. “Gutterflower” non è diverso dagli altri album dei Goo Goo Dolls. Ci sono le ballate acustiche per chitarra e mandolino, un po’ romantiche e un po’ malinconiche, come “Symphathy”, ci sono le canzoni di rock gentile come “What a scene”, che vogliono brutalmente attirare l’attenzione, facendo sottintendere che il gruppo ha un animo consistente, e ci sono i singoli come “Here is gone”, quelli che per mesi li sentirai alla radio, con quei ritornelli così felici. Un disco suonato perfettamente, cristallino e pulito. Così limpido che pare non ci sia umanità, carne e sangue, dentro e fuori di esso. Perché i Goo Goo Dolls sono fatti per restare appena sotto la superficie, tra le auto che urlano in strada e il bollitore del tè che fischia, magari alla mattina presto, quando ti capita di accendere la televisione e sentire per puro caso l’ultimo loro successo abbinato a qualche trasmissione sportiva. Quei particolari che compaiono perché non si sa, e accadono quando sei distratto. E altrettanto velocemente svaniscono, leggeri leggeri, come vapore nell’aria.

(Valeria Rusconi)
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