«HEATHEN - David Bowie» la recensione di Rockol

David Bowie - HEATHEN - la recensione

Recensione del 19 giu 2002

La recensione

Mi dicono in redazione: “E’ arrivato il nuovo disco di Bowie, che ne dici di recensirlo tu? Sei quello che su Bowie ne sa di più...” (per ragioni anagrafiche, naturalmente). Sa Dio perché ho risposto di sì. Forse perché so che alla produzione dell’album ha collaborato Tony Visconti, forse perché la copertina ha un che di inquietante e affascinante (“Occhi bianchi sul pianeta Terra”?), forse perché in fondo sapevo che se non fossi stato costretto da un impegno professionale avrei rimandato (e forse evitato) l’ascolto del disco.
Comunque: adesso sono qui, di domenica pomeriggio, e mi accingo ad infilare il Cd nel lettore. Sono già irritato: prima di tutto perché mi vengono in mente un sacco di altre cose che preferirei fare, adesso (occuparmi del giardino; passeggiare sulle colline intorno a casa; finire di leggere il “Manuale del perfetto single” di Aldo Busi - non condivido quasi niente di quello che scrive, ma, ragazzi, come scrive, con che qualità lessicale e sintattica!). E mi ha anche messo di malumore il libretto del Cd: non capisco che senso abbia fare di tutto per rendere incomprensibili le (scarse) informazioni che contiene, con un lettering da mandarti dall’oculista.
Considerate questa premessa non come il frutto di un accesso di egolalìa, ma come un modo di - come dire? - “set the tone” della recensione, per permettervi di farle la tara di una (possibile) eccessiva severità. E dunque, cominciamo.
“Sunday”: atmosfere suggestive, canto solenne, un po’ di noia in agguato fino all’ingresso della batteria (ma siamo già quasi a quattro minuti, e restano solo 30 secondi di canzone).
“Cactus”: parte bene la cover dei Pixies, con Bowie che riscopre la propria voce dei tempi della Decca, e prosegue meglio, con piacevole grinta: peccato che duri meno di tre minuti (o forse sarà proprio questo il bello del pezzo?)
“Slip away”: grande canzone, classica e romantica, con Bowie nel ruolo del crooner, un bellissimo pianoforte e una produzione spudoratamente radiofonica. Primo highlight dell’album.
“Slow burn”: primo singolo tratto dal disco; l’avevo già sentita, e questo me la rende quasi familiare. E’ un Bowie molto... bowiano nella struttura e anche nei vezzi vocali; a me l’intervento di chitarra di Pete Townshend appare fin troppo invadente, ma non posso negare che abbia una sua efficacia.
“Afraid”: più arrangiamento che sostanza, direi.
“I’ve been waiting for you”: Bowie si misura con un vecchio classico dimenticato di Neil Young, spalleggiato da Dave Grohl dei Foo Fighters alla chitarra, dimostrando di avere orecchio per le buone canzoni degli altri. Questa versione è un po’ troppo rumorosa, per i miei gusti.
“I would be your slave”: interessante l’atmosfera sonora dell’introduzione, ben costruita la preparazione dell’inciso, che suscita la giusta aspettativa. Peccato che l’inciso non arrivi; c’è un bridge, poi si ritorna alla strofa. Il che lascia un senso di insoddisfazione, come se il pezzo non fosse pienamente compiuto.
“I took a trip on a Gemini spaceship”: poco più che una curiosità, la riscoperta di un oscuro insuccesso del 1969 di The Legendary Stardust Cowboy (un texano di nome Norman Odam - vedi http://www.stardustcowboy.com; questo fu il suo secondo singolo, dopo il debutto di “Paralyzed”); veloce ed effettata, con Bowie che a tratti scivola nel gargarismo vocale, e qualche spiritosata sonora (il titolo sul disco dice “spaceship”, ma Bowie canta sempre “spacecraft”).
“5.15 The angels have gone”: celestiali voci femminili fanno pensare a una situazione serenamente malinconica, che poi si sviluppa in direzione più inquietante. Ma anche questo pezzo appare come irrealizzato compiutamente. Efficace il lavoro alla batteria di Matt Chamberlain.
“Everyone says ‘hi’”: il Bowie che non ti aspetti più, quello delle canzoni in forma di semplice canzone, epoca “Hunky Dory”. Molto carina, quasi pop.
“A better future”: anche questa, con la sua melodia cantabilmente folk, è inaspettatamente “leggera” e gradevole. La strofa è praticamente una riscrittura di quella di “Come and buy my toys” (periodo Deram, 1966-1967).
“Heathen (The rays)”: la canzone che intitola l’album non ha la statura del capolavoro, benché offra una “densità” e una monumentalità innegabili.
E tutto l’album, in sostanza, non è un capolavoro. Alla fine di questo pomeriggio domenicale, non mi è rimasta la voglia di riascoltarlo. Anzi, visto che ho ritirato fuori la discografia di Bowie in Cd, quel che ho voglia di risentire stasera è “Diamond Dogs”: un disco di quando l’artista sapeva ancora stupire e far discutere, provocare ed emozionare. Ma sono passati trent’anni: per me, è vero, e anche per lui...

(Franco Zanetti)

Tracklist: “Sunday”
“Cactus”
“Slip away”
“Slow burn”
“Afraid”
“I’ve been waiting for you”
“I would be your slave”
“I took a trip on a Gemini spaceship”
“5.15 The angels have gone”
“Everyone says ‘hi’”
“A better future”
“Heathen (The rays)”
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