«MEET THE BELLRAYS - Bellrays» la recensione di Rockol

Bellrays - MEET THE BELLRAYS - la recensione

Recensione del 15 ago 2002

La recensione

E’ molto probabile che un gruppo come i BellRays, messi la, sul palco sordido di Woodstock e sistemati a modo tra Joe Cocker, Janis Joplin, Sly and the Family Stone e Who, non avrebbero scontentato nessuno, colleghi artisti e pubblico. Se è vero che nel 1969 la poderosa Lisa Kekaula, insieme ai compagni di sempre, non si sarebbe sentita poi tanto a disagio, la realtà vuole che oggi i BellRays siano un gruppo pressoché sconosciuto, uno come tanti o giù di lì, che se non fosse per l’attuale tour britannico in supporto degli Hives, affini colleghi della premiata casa Poptones, se ne starebbero relegati in un limbo più prossimo all’inferno che al paradiso. Dopo undici anni di onorata gavetta – ma non chiamatela così perché i BellRays sono esattamente i tipi che potrebbero prendersela, per un’affermazione del genere – un’etichetta propria, la Vital Gestures, fondata verso la metà degli anni ’90 e ottime recensioni, arriva dunque uno sprazzo di successo. Successo che, se pur in parte dovuto alla singolare bravura del gruppo, brilla amaramente di luce riflessa, quella fulgida e sfavillante di altre recenti scoperte dall’esuberante sapore retrò: White Stripes, Black Rebel Motorcycle Club e Strokes, senza naturalmente dimenticare tutta l’ondata proto-punk, garage-rock e rock ‘n’ roll di una rinata Detroit. Già la si può sentire, Lisa Kekaula, sbraitare sulle nostre teste come fa nelle sue intense interpretazioni vocali, che la definizione dei BellRays confezionata dalla maggior parte dei “pigri” giornalisti, “un gruppo alla Ramones con il suono degli MC5 che duettano con Tina Turner e Aretha Franklin”, è soltanto per gente “dal culo stanco e molle”. E forse è vero. Perché se da un lato è palese che i non proprio giovanissimi componenti dei BellRays abbiano ascoltato tanta musica degli anni ’70, è pur vero che l’ingombrante lezione rock ‘n’ roll che hanno appreso, ma con quale eccesso in meno, non li porterà molto lontano. Perché le note di “Meet the BellRays” sono inesorabilmente incollate a certi vecchi miti, dai quali non riescono a distaccarsi neppure di un solo palmo.
Ma i BellRays hanno qualcosa, dentro di sé, che fa la differenza: la passione. L’essenza che li ha trascinati ovunque, a sfiancarsi sui palchi miserabili dei club di Los Angeles, spese di trasporto pagate ma soltanto una birra a disposizione, appoggiata di fianco all’amplificatore scassato. E alla fine tutto è chiaro per Lisa, il marito Bob, Ray e Tony, e non c’è altro da aggiungere. La lezione imparata è che “Tom Petty dovrebbe attaccarsi al telefono e citare in giudizio quei merdosi degli Strokes”, e che “la visione che i Green Day hanno del punk è pura spazzatura”. Così, forse per sfruttare l’onda di opportunità creata da tutto quanto detto sopra, la Poptones di Alan McGee ha deciso di riportare alla luce il meglio dei BellRays, le perle nascoste che in undici anni di carriera erano rimaste inviolate, o quasi, da un pubblico forse poco attento. “Meet the BellRays” unisce brani estratti dai primi due lavori del gruppo californiano, “Grand fury” e “Let it blast”, in modo perfetto: non fosse altro che i BellRays sono sempre stati coerenti nelle loro scelte formali, prediligendo la strumentazione classica di chitarra, basso, batteria e voce e dimenticandosi, nemmeno a dirlo, di ogni diabolico congegno moderno che gli studi di registrazione potrebbero offrire, oggi. La voce acida e imperante di Lisa lacera brani violenti come l’iniziale “Too many houses in here”, o la burlesca “They glued your head on upside down” da “Grand fury”, combinando l’abrasiva intensità del punk e la durezza dell’hard rock con passi più riflessivi, dove trovano posto il gospel e il soul che tanto profumano di Motown. Tutto ciò proviene certamente da qualche parte, ma la sorte vuole che quel luogo non esista più. O, verosimilmente, arriva in superficie dalle viscere e dall’anima di chi, questa musica, la cerca ogni giorno.

(Valeria Rusconi)

TRACKLIST

01. Too many houses in here
02. Fire on the moon
03. Heat cage
04. Zero PM
05. Under the mountain
06. They glued your head on upside down
07. Changing colors
08. Dark horse pigeon
09. Hole in the world
10. Dead
11. Killer man
12. Blue cirque
13. Testify
14. Blues for Godzilla
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.