«PACIFICO - Pacifico» la recensione di Rockol

Pacifico - PACIFICO - la recensione

Recensione del 13 ago 2002

La recensione

Ci sono canzoni che si adagiano lentamente, ma senza cautela, sulla tua vita, e strato dopo strato la avvolgono stretta con nodi scorsoi che ti possono soffocare, tagliandoti nel profondo, dentro a malumori che non hanno cura. E quando succede, quando capita che una musica porti con sé ricordi di stagioni fredde e lontane, mentre fuori la luce è gialla e fa caldo, capisci che tutto ti è già vicino, lì a pochi passi, “sveglio ma immobile”, come canta Pacifico in “Prime luci”, una delle canzoni di questo suo album uscito un anno fa e recentemente ripubblicato dalla Carosello con l’aggiunta di due nuovi brani.
Sono piccole parole e intuizioni che improvvisamente ti trasformano in protagonista, e allora sei tu in quella camera da letto, ed è appena giunto il mattino, e stai in silenzio, trasversale sul cuscino ad ascoltare un rumore lontano, “un aeroplano che se ne va”. Così, quando storie come quelle di Pacifico nascono nell’intimità di una stanza in compagnia di un solo pianoforte e di un cane, quel luogo diventa tuo, e non puoi che startene da solo a sentirti raccontare ciò che già sai, ma che come la neve d’inverno e il sole d’estate, ti conduce a forza pensieri dolci e malvagi. Tutto è vero, tutto è favola, come l’immaginario de “Il faraone”, una marcetta dall’incedere fosco che sembra voler annunciare un finale rovinoso, in attesa di “diventare una divinità, diventare una celebrità”. E forse è anche un po’ questo il motivo che ha portato Gino De Crescenzo a cambiare nome, “perché di De Crescenzo ce n’è già un altro in giro”, come ha simpaticamente replicato lui di recente. Si è scelto quel Pacifico che evoca segreti e misteri e potenza e sublime maestosità, proprio come nel brano omonimo di apertura del disco in cui l’uomo cela, come il fondo del mare, sventure e disgrazie implacabili quanto “vento di burrasca che fa tremare i vetri”, e che in sogno le sente ruggire e divincolarsi, tormentate, tra i cuscini. C’è tempo per la calma, e arriva il momento della rabbia, di parole bellissime e terribili come quelle di “Le mie parole”, sferzanti quasi quanto quei “sassi, precisi e aguzzi” scagliati trent’anni fa da un cantautore oggi quanto mai attuale, Claudio Lolli. Quando Pacifico smette di cantare, un altro lungo e gelido inverno è passato. Ma presto, dal nulla, altra neve fresca e bianca sarà qui, posata sulla soglia della nostra stanza.

(Valeria Rusconi)
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