«R.E.M.IX - R.E.M.» la recensione di Rockol

R.E.M. - R.E.M.IX - la recensione

Recensione del 28 mag 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

La prima cosa da dire su questo inaspettato album di remix dei R.E.M. è che è una bella idea.
Non tanto il contenuto in sé (di cui si dirà tra poco), ma soprattutto per il modo distribuirlo: è completamente gratuito, lo potete scaricare sul sito ufficiale della band americana all’indirizzo http://www.remhq.com/html/remix/remix.html.
E’ una bella idea perché di Internet come mezzo di distribuzione diretta della musica si parla da tempo; attraverso la rete, si dice, gli artisti possono bypassare le case discografiche e far arrivare il loro lavoro ai fans senza passaggi intermedi. E’ il fenomeno ribattezzato, con un parolone accademico, “disintermediazione”. Qualcuno ci ha provato, per lo più artisti minori senza contratto o nomi più importanti che volevano rendere disponibile opere fuori dai canoni della produzione “regolare e commerciale”. E’ successo anche in Italia: Claudio Baglioni, per esempio. Molti si sono riempiti la bocca di buone intenzioni. Nessuno ha mai pensato di regalare qualcosa, se non qualche canzone sparsa. I R.E.M., pur non essendo dei tecnomaniaci ed essendo entrati relativamente tardi nel web, hanno deciso di sfruttare al meglio le possibilità del mezzo, regalando un intero disco, copertina compresa.
Detto questo, non si tratta di un disco nuovo, ovviamente. r.e.m.IX è un progetto curato personalmente dal cantante Michael Stipe, che ha affidato alcune canzoni a DJ e amici, per farle reinventare in chiave elettronica. Nulla di nuovo: i dischi di remix sono all’ordine del giorno, anche in campo rock. Gli stessi R.E.M. si erano già cimentati nel campo, anche se solo su retri di singoli, fin dal 1987, quando venne pubblicata una nuova versione di “Finest worksong”. Tra i vari tentativi ricordiamo un orrendo remix di “Shiny happy people” (1991) e una bella reinevinzione di “King of comedy” ad opera dei quotati 808 State (1997). E, negli ultimi due album, avevano pure incorporato qualche suono sintetico nella loro musica, fondata su basi decisamente più tradizionali.
Questo r.e.m.IX è qualcosa di più organico di qualche canzone sparsa su retri di singoli, ovviamente. Non include nessun nome veramente noto, se non quello di Jamie Candeloro, conosciuto ai fan perché tecnico del suono della band. Non è un disco sistematico, perché si concentra su 6 delle 12 canzoni di “Reveal”. Ma è un disco vero e proprio, perché dura oltre 50 minuti.
E’ un lavoro con pregi e difetti. I primi, paradossalmente, sono soprattutto nella scelta “parziale” delle canzoni: escludendo i singoli “Imitation of life” e “All the way to Reno” ma concentrandosi sui brani più atmosferici, r.e.m.IX è in realtà una sorta di lunga suite. Una scelta accentuata dalla messa in sequenza dei diversi remix dello stesso brano, come accade per gli oltre 20 minuti creati dalle quattro versioni di “I’ve been high” o per i 10 minuti iniziali di “The lifting”, remixata due volte. Detto questo, non tutto convince. Le cose migliori sono i remix di Candeloro, uno che le canzoni dei R.E.M. le conosce bene, evidentemente. Le sue versioni di “She just wants to be” e “I’ll take the rain” sono davvero belle, e quest’ultimo è un potenziale singolo radiofonico: una ballata trasformata in up-tempo pop. Generalmente le atmosfere sono orientate verso il chill-out, e l’unico punto di contatto con i R.E.M. tradizionali è la voce di Stipe. La melodia e la struttura delle canzoni vengono per lo più rispettate, a differenza di ciò che accade in molti remix, e il disco convince di meno quando più se ne allontana, come nell’ultima versione di “I’ve been high”, curata da Her Space Holiday/Marc Bianchi, in quella di “Beachball” di Chef: entrambi non hanno praticamente nulla a che vedere con l’originale.
In definitiva, r.e.m.IX è un progetto interessante: molto per le idee, parecchio per i risultati. Onore alla band, anche solo per il modo in cui è stato pensato e reso pubblico.

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