«LIVING TARGETS - Beatsteaks» la recensione di Rockol

Beatsteaks - LIVING TARGETS - la recensione

Recensione del 06 apr 2002

La recensione

Per farsi una vaga idea di che pasta siano fatti i berlinesi Beatsteaks e della natura eclettica e scomposta del loro punk rock’n’roll, sarebbe buona cosa vederli in azione dal vivo. Schierata sulle tavole di un palcoscenico a macinare riff, la band capitanata dall’esuberante cantante Armin Teutoburg-Weiss sa dare, senza dubbio, il meglio di sé. Le spettacolari prodezze senza rete del vocalist, capace di gettarsi a capofitto tra la folla dopo essersi pericolosamente arrampicato ad altezze vertiginose e la sua predilezione per i corpo a corpo con il pubblico colgono in pieno lo spirito di immediatezza e di incoscienza del loro rock’n’roll diretto e sanguigno, da sempre incline a sentire la musica più con lo stomaco che con il cervello. Gli show dei Beatsteaks traboccano di deragliante energia, la stessa che, maggiormente incanalata ma non addomesticata, riescono a trasfondere nei solchi di “Living Targets”, terza prova dopo “48/49” e “Launched”. Il gruppo è accasato comodamente, da qualche tempo, presso Epitaph Europe che, dopo anni di totale menefreghismo, si conferma più attenta e ricettiva nei confronti delle band del vecchio continente (oltre che verso generi differenti dal puro e semplice hardcore melodico). Ma musicalmente i Beatsteaks si staccano piuttosto nettamente dal suono canonico dell’etichetta di Brett Gurevitz: “Living targets”, alla cui produzione ha collaborato anche Billy Gould, ex-bassista dei Faith No More, segna piuttosto il punto di incontro tra il rock energico e indiavolato, oggi riportato in auge dal contingente scandinavo, e l’hardcore punk più caustico e graffiante, tenuti assieme da un’infatuazione quasi adolescenziale per i riffoni hard rock, grossolani e un po’ ignoranti, che hanno fatto la felicità di tanti rocker a partire dai primi anni settanta. Detto a parole potrebbe sembrare una miscela scontata, ma la costante ricerca di soluzioni inedite sia in fase di scrittura che di arrangiamento rendono la produzione recente della band teutonica degna di nota. Una natura eclettica spinge Armin e soci a sconfinare senza pudore in territori che spesso l’ortodossia punk guarda con sospetto, ma che regalano spessore e corposità al loro suono. Dosando in modo sapiente la velocità e alternando tracce tirate ad altre più moderate, i berlinesi riescono a mantenere alta la tensione che scorre sempre, anche se trattenuta, sotto la superficie di tutti i brani, anche in quelli apparentemente più tranquilli scandendo l’intero disco in episodi estremamente sfaccettati. Non sorprende quindi come il rock’n’roll al fulmicotone delle introduttive “Not ready to rock” e “God knows”, si squarci all’improvviso sulle note rarefatte di “Let me in”, per poi aprirsi ulteriormente nelle melodie quasi emocore di “Soothe me” e della ombrosa e malinconica “Disconnetted”. Ma il rock duro e spigoloso è sempre pronto a riesplodere, ancor più cattivo e prepotente, in “Above us”, il cui riff iniziale sembra scippato alla classicissima “Let there be rock. E che i Beatsteaks non si vergognino affatto di sporcare le corde dello proprie chitarre con giri pesanti di sapore smaccatamente hard rock, lo si intuisce anche nel solido attacco di “This One”. Con “Living targets” i Beatsteaks sono entrati a far parte di quella sempre più vasta schiera di band per le quali il suffisso “punk” davanti alla parola “rock” va troppo stretto.

(Stefania V. De Lorenzi)
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