«AUGUST - Sarah-Jane Morris» la recensione di Rockol

Sarah-Jane Morris - AUGUST - la recensione

Recensione del 09 mar 2002

La recensione

Sarà magari stata una sorpresa per molti, questo matrimonio artistico tra la più “nera” delle voci britanniche e il più eccentrico dei chitarristi americani, Marc Ribot: lei per anni frequentatrice delle classifiche e delle strade maestre del pop, lui più propenso a prendere vicoli laterali e a lasciare il segno su dischi di culto a fianco di Tom Waits, Elvis Costello e Marianne Faithfull. Eppure, a ben guardare, i due (che avevano preso le rispettive misure in occasione del precedente disco della Morris, il rockeggiante “Fallen angel”) in qualche modo si somigliano. Onnivori, entrambi, e aperti alle più varie ipotesi di collaborazione (Sarah-Jane la ricorderete al fianco di Jimmy Somerville come di Riccardo Cocciante), ondivaghi nelle scelte e nelle direzioni musicali, privi di ogni preconcetto stilistico e forma di preclusione ideologica. Naturale curiosità e spirito avventuroso li espongono forse più di altri al rischio di passi falsi o di progetti velleitari, ma sono anche il motore di intuizioni felici come questo disco, spartanamente registrato a Londra, l’agosto scorso (da qui il titolo), con un’urgenza - tre giorni appena di registrazione - che ha condizionato anche la scelta del repertorio: una stuzzicante selezione di cover che in cinquanta minuti viaggia nel tempo tra ballads anni ’40, soul dei Sixties, punk rock e Philly Sound anni ’70, canzone d’autore “classica” (Lennon, Cohen) e moderna (compreso un inedito firmato da Sarah-Jane), senza temere paragoni ingombranti con mostri sacri come Billie Holiday, Janis Joplin e Otis Redding. La Morris, del resto, con la sua voce dimostra di poter fare ciò che vuole: inabissarsi nelle profondità cavernose di “Into my arms” (Nick Cave) conservando alla canzone il tono ieratico dell’originale (l’acustica di Ribot le cuce intorno grappoli di note taglienti, e il risultato è strepitoso) oppure insinuare un pizzico di scanzonata malizia tra le pieghe di “Piece of my heart”, virata inaspettatamente in chiave reggae con l’aiuto di una batteria elettronica volutamente “cheap”; miagolare la melodia di “Don’t explain” (Holiday) in un a cappella estemporaneo cui il partner appende in coda una morbida improvvisazione di chitarra elettrica o recuperare “Don’t leave me this way” (il suo primo hit con i Communards) strappandogli di dosso lustrini ed esuberanza disco per riproporla come “torch song” tutta lacrime e implorazioni. Non è certo la prima volta che la Morris mostra la sua sapienza nell’arte della cover, questa. Ma se in passato la sua splendida voce si era spesso circondata di allestimenti fin troppo tradizionali, questa volta è Ribot a fare la differenza con il suo gusto per la soluzione spiazzante e i riarrangiamenti radicali: portano inconfondibilmente la sua firma la chitarra fuzz e deragliante sulla lennoniana “Whatever gets you through the night”, il mood samba jazz e il timbro caldo alla Wes Montgomery di una “Move on up” quasi irriconoscibile, il tributo – più convenzionale ma ugualmente efficace – al “loser” punk Johnny Thunders con “You can’t put your arms around a memory”. Uno degli episodi più estroversi, quest’ultimo, in un disco che a dispetto del titolo suona malinconico ed autunnale, quasi suddiviso in due parti distinte: la prima più acustica e cantautorale, la seconda più morbida e jazzy. A sintetizzare meglio di tutte il riuscitissimo connubio è forse la versione di “Mercy mercy me” di Marvin Gaye: un capolavoro di bizzarra magia sonora, con la voce a fluttuare liberamente sulle note di un sax notturno e una melodia lacerata dai sibili acuti della “sega musicale” di David Coulter, rievocazione forse inconsapevole delle atmosfere spettrali di qualche vecchio b-movie di fantascienza. Sembrerebbe una scelta irriverente, e manifesta invece tecnica e cuore come certi omaggi cinematografici al passato firmati da Tim Burton e dai fratelli Coen. E’ arte “povera” della più nobile specie, insomma, quella che i due sanno produrre con la massima economia di mezzi. Un secondo capitolo, a quanto pare, potrebbe seguire: c’è da sperare che Morris e Ribot perseverino nell’idea.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Don’t leave me this way
02. I can’t stand the rain
03. Into my arms
04. Chelsea hotel
05. You can’t put your arms around a memory
06. Piece of my heart
07. Blind old friends
08. Move on up
09. Mercy mercy me
10. Try a little tenderness
11. Don’t explain
12. Whatever gets you through the night
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