«STUDIO COLLECTION - Giorgio Gaber» la recensione di Rockol

Giorgio Gaber - STUDIO COLLECTION - la recensione

Recensione del 08 gen 2002 a cura di Luca Bernini

La recensione

Chi scrive ha sempre avuto una predilezione per i fulminati sulla via di Damasco, quelli che a un certo punto della propria strada, della propria carriera, della propria vita, hanno deciso di cambiare rotta, dimensione, e di inventarsi dell’altro. E anche se non si può dire, soprattutto dopo aver ascoltato questa doppia raccolta, che il Gaber cantautore degli anni ’60 sia persona diversa dal Gaber cantautor-teatrante degli anni ’80 e ’90, ciò nondimeno non si può non riconoscere la distanza percorsa dall’artista milanese nel corso della sua carriera.
Dal punto di vista musicale Gaber è uno che ha iniziato con il rock’n’roll, ben presto affiancato da canzoni folk e ballate se non da osteria quantomeno da bar. Il suo aspetto eccentrico, dinoccolato e buffo ha fatto il resto, rendendolo immediatamente simpatico nelle sempre più numerose comparsate televisive. Gaber vi si avventurava sorretto da canzoni semplici ma mai banali, al contrario, sempre capaci di mettere in mostra uno spunto, un’idea, a volte anche solo un dettaglio, attorno al quale era maestria saper costruire una canzone. L’ironia, la capacità di saper raccontare, e di sapersi prendere in giro, c’erano già allora, accompagnate dal guizzo analitico di chi sa cogliere, in una società, pregi e difetti che diventano canzoni. “Com’è bella la città”, “Goganga”, “Il Riccardo”, la caustica “C’era una volta il Clan” - ironica presa in giro della posse ante litteram di Adriano Celentano, allo sbando per gelosie e storie di soldi - raccontano con leggerezza piccole storie tragicomiche, e affiancano altri momenti più canonici, da cantautore, come ad esempio “Mai, mai mai Valentina”, presentato a Sanremo, o “Te lo leggo negli occhi”, riproposizione del classico di Sergio Endrigo.
Tra le curiosità offerte in questa doppia raccolta, oltre al meglio della produzione di Gaber risalente al periodo ’60-’70, tre versioni spagnole di suoi successi, “No, no, no Valentina”, “Snoopy contra el Baron Rojo” e “El muchacho de la via Gluck”, una versione live della caustica “Io se fossi Dio”, title-track dell’omonimo album del 1980 (giudicato scomodo al punto tale da essere pubblicato e prodotto a spese dello stesso Gaber), con un arrangiamento che ricorda da vicino “Shock in my town” di Franco Battiato. E ancora “La risposta al ragazzo della via Gluck”, con cui Gaber riprende in mano la sua garbata polemica con il Molleggiato. Canzoni, insomma, ma piene di contenuti, di significati, di verve. Quello che Gaber farà dopo in definitiva sarà eliminare un po’ di pailettes e di lustrini e rafforzare la tessitura dei testi, passando al bianco e nero ideale del teatro e spingendo in profondità in quella direzione. Ma basta ascoltare “Il teatro canzone di Giorgio Gaber”, album uscito ormai 10 anni fa per la Carosello e documento dei suoi migliori momenti teatrali, per capire che con Gaber si pensa e si ride, oggi come allora, dell’uomo, della sua condizione, e della sua irrimediabile vocazione allo scatafascio.

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