«SCARAMANTE - Cristiano De André» la recensione di Rockol

Cristiano De André - SCARAMANTE - la recensione

Recensione del 04 dic 2001

La recensione

La prima cosa da dire è che per uno che si chiama De André ed è figlio di Fabrizio è impossibile fare musica in Italia senza tirarsi addosso paragoni scomodi. Quindi, pensare di poterne valutare la produzione senza essere almeno in parte condizionati dall’ammirazione che circondava e tuttora circonda il padre si rivela una pia illusione.
Ciò detto, è anche ora di finirla con l’atteggiamento, da un lato complice, dall’altro pietistico, che da anni accompagna i dischi di Cristiano De André, sempre e solo “figlio di suo padre”. Il pensiero strisciante “non sarà mai come lui” si è tradotto, da quando è morto De André padre, in una sorta di benevolenza generale, per cui sembra quasi che adesso che non c’è più il padre va bene il figlio, a cui si affida in modo tutto unilaterale il ruolo - ancora più scomodo - di testimone e ideale prosecutore di quella proposta. Parlo sulla base di quello che leggo intorno, del clima che ho respirato al Club Tenco (dove Cristiano era presente), e soprattutto della stima che provo per Cristiano. Insomma, nonostante il marketing debba fare il suo lavoro, ho paura che considerare questo “Scaramante” come il primo “vero” disco di Cristiano De André sia un’ingiustizia anzitutto nei suoi confronti e nei confronti di quanto fatto finora, seppure in modo discontinuo e oscillante. Parlo perché avevo amato “L’albero della cuccagna”, album di Cristiano datato 1990, e ancora di più “Sul confine”, del 1995, dischi sicuramente più sofferti e interlocutori di questo nuovo “Scaramante”, ma che credo abbiano avuto una grande importanza nella formazione del suo carattere musicale, oltre a contenere splendide canzoni, nate dalla collaborazione con musicisti che, guarda caso, a lustri di distanza sono ancora qui accanto a lui, o nella scrittura (Mauro Pagani, Daniele Fossati, Oliviero Malaspina) o nei ringraziamenti (Eugenio Finardi, Massimo Bubola). Per non dire di De André padre, che in “Sul confine” cantava con Cristiano una splendida “Cose che dimentico”, inserita anche nell’intermezzo dedicato a Cristiano che divideva in due il tour di “Anime salve”. Con lui, grazie anche a quel tour formato famiglia - c’era anche, ai cori, l’altra figlia di Fabrizio, Luvi - la cui direzione musicale sembrava in buona parte appoggiarsi alle doti da musicista di Cristiano, sembravano essere rientrati i tempi di burrasca e quel rapporto conflittuale che spesso aveva animato la relazione tra padre e figlio. Ma di Cristiano ricordo anche le cose che mi sono piaciute meno, come l’esperimento di gioventù Tempi Duri (una clonazione dei Dire Straits) e l’album “Canzoni con il naso lungo”, forse un po’ troppo derivativo e poco personale.
Più che essere il “primo vero” album di Cristiano, “Scaramante” è piuttosto il primo album fatto da Cristiano “padre di se stesso”, privo della posizione di mezzo che lo faceva essere figlio di suo padre e padre dei suoi figli.
Scritto con uno staff di autori di tutto rispetto, composto da outsider di lusso della nostra canzone come Daniele Fossati (già accanto a Cristiano con “Dietro la porta” e poi al lavoro in proprio e con Antonella Ruggiero), Oliviero Malaspina (autore di un paio di prove soliste, oltre che di “Notti di Genova”, presente in “Sul confine”), Rudy Marra (due album negli anni ’90 anche per lui, poi il silenzio, intervallato ogni tanto da belle canzoni per altri), Fabrizio Casalino (un disco per la Universal, un discreto autore), Danny Greggio (coautore del primo singolo estratto dall’album, “Sei arrivata”) e vecchi leoni come Mauro Pagani (quanta bella musica continua a scorrere tra le sue mani!), “Scaramante” va colto come un frutto maturo perché è un album in cui tutto sembra girare nel verso giusto. I riferimenti a Fabrizio ci sono (“Lady barcollando” prende un’immagine di “La domenica delle salme”, “Sempre Ana’” rimanda a “Creuza de ma’”, gli interventi etnici delle voci in diversi brani fanno pensare ad “Anime salve”, “Le quaranta carte” si avvale dei cori di Luvi De André), così come appare felicemente coronata la vena da cantautore di Cristiano, a suo agio con canzoni di grande impatto melodico e testi importanti. In questo senso, e a differenza degli album precedenti, nessun brano è abbandonato a se stesso, o dà l’impressione di trovarsi su questo lavoro per pura coincidenza o come mero riempitivo: la selezione delle canzoni sembra essere stata decisamente rigorosa, e il risultato finale premia questa scelta, così come quella di affidare la produzione dell’album, oltre che a Cristiano, a un musicista sapiente come Stefano Melone, capace di armonizzare scelte cantautorali canoniche con momenti stilisticamente più contaminati ed elettronici. Per quanto riguarda più espressamente le tematiche delle canzoni, Cristiano batte una pista che coniuga con credibilità l’attenzione al sociale (“Lady barcollando”, “La diligenza”) a momenti maggiormente introspettivi (“Fragile scusa”, “Sapevo il credo”), lasciando lo spazio maggiore per la vita e i giorni che verranno (“Buona speranza”, “Sempre ana’”, “Un antica canzone”, “Il silenzio e la luce”). “Scaramante” è un album proiettato in avanti, che con le sue canzoni pianta germogli da far crescere a poco a poco, al sicuro nelle proprie case. Racconta di un mondo di uomini prima ancora che di consumatori nevrotici, in cui ci si augura di trovare nuovamente spazio per nostalgia, speranza, e per la capacità di emozionarsi sempre. Cristiano non è Fabrizio, sia detto una volta per tutte. E sarebbe inutile volercelo vedere a tutti i costi. “Sempre ana’”, il brano scritto per metà in genovese con Mauro Pagani, riferimento indiretto al capolavoro “Creuza de ma’”, di quell’album sarebbe stato il brano più leggero, a volercelo mettere dentro. Questo per farla breve. Cristiano non è Fabrizio, quindi, però è sempre più Cristiano, e in questo senso “Scaramante” è la sua più bella fotografia. Non è un disco da cantare in gruppo, ma da ascoltare in proprio, come da sempre si addice alle canzoni che canta Cristiano, e che sanno essere delicate e profonde come lui.


(Luca Bernini)
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