«VESPERTINE - Björk» la recensione di Rockol

Björk - VESPERTINE - la recensione

Recensione del 29 ago 2001

La recensione

Concedeteci di fare i bastian contrari: tutto questo parlare di Bjork strombazzando il suo “Vespertine” come il disco più atteso dell’anno non ci convince. Non ci convince perché alla cantante islandese è stato costruito addosso un personaggio che lei stessa fa fatica ad interpretare: la star globale un po’ bizzarra. Sarà la toccante interpretazione di “Dancer in the dark” che l’ha fatta notare al pubblico extra musicale. Sarà l’abile lavoro di marketing che lancia notizie a ripetizione sull’album dall’inizio dell’anno (fate una ricerca nell’area news di Rockol e vi renderete conto da soli di quante sono). Sarà che per natura bisogna essere diffidenti quando qualcosa viene presentato da tutti con aggettivi roboanti. Sarà.
E’ soprattutto che chi segue la musica da vicino avrà incontrato Bjork, almeno di sfuggita, almeno una volta, e già tempo fa. Neppure le gesta dei suoi Sugarcubes alla fine degli anni ’80 passarono troppo inosservate. E chi l’ha già incontrata sa che non è un personaggio facile, anzi. La sua musica è affascinante, ma difficile e intellettuale. Poco si presta a divulgazioni mediatiche su larga scala. Bjork insomma, non è Madonna e non lo diventerà, per fortuna. Così questo “Vespertine” rischia di fare la fine di un oggetto da scaffale, di quelli che qualcuno comprerà per sentirsi sofisticato e per poterne parlare agli amici, presumibilmente senza averlo ascoltato una volta dall’inizio alla fine, né tantomeno senza avere provato a capirlo. L’adagio dylaniano, insomma: “Qualcosa qui sta capitando, ma tu non sai che cos’è, vero, Mr. Jones?”
“Vespertine” è un disco affascinante, ma ostico. Un disco notturno come il suo titolo (i “vespri” a cui si richiama sono le preghiere della sera), e si può capire perché non sia stato pubblicato lo scorso maggio, come originariamente previsto. E’ un disco da ascoltarsi in cuffia la sera, mentre il giorno (o la stagione) va a morire.
“Vespertine” è un disco di minimalismo elettronico, opera innanzitutto di Bjork e poi dei suoi collaboratori (in questo caso vanno citati almeno, Mark “Spike” Stent al mixaggio, i “programmatori” Valgeir Sigurdsson e Marius de Vries, l’arrangiatore Vince Mendoza, il duo elettronico Matmos). Prosegue sulla strada di “Homogenic” e delle “Selmasongs”, estremizzandone le intuizioni in senso a(nti)melodico. Anche nel singolo “Hidden place” è difficile trovare qualcosa che assomigli ad un ritornello. Un disco di trovate geniali, come la litania “I love him/She loves him” in “Pagan poetry” o il finale di “Unison”. Un disco in cui Bjork esprime tutta la sua tormentata visione, alla ricerca di uno spazio “intimo” e personale, un bozzolo (“Coccoon”, come il titolo di una canzone) che ci fa osservare dall’esterno, ma in cui sembra fare di tutto per non farci entrare. Un capolavoro? Non proprio. Un grande disco? Forse. Sicuramente un lavoro fuori dagli schemi, d’avanguardia, il cui maggior pregio è anche il peggior difetto: un intellettualismo quasi esasperato, perché pressoché totalmente privo di concessioni a quella piacevolezza che ogni opera d’arte deve avere, se vuole dichiararsi davvero tale. Ma questa è Bjork, prendere o lasciare. Altro che icona globale e mediatica, per fortuna.

(Gianni Sibilla)
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