«DISCOVERY - Daft Punk» la recensione di Rockol

Daft Punk - DISCOVERY - la recensione

Recensione del 04 mag 2001

La recensione

La musica, innanzitutto: sono i Daft Punk per primi a volerlo, rinunciando persino ad apparire presso i media per focalizzare l’attenzione del pubblico sui contenuti e non sul contenente; e vista la grande attesa che accompagnava “Discovery”, seguito di quell’”Homework” che oggi viene salutato come uno degli album che siglarono l’inizio della rinascita della dance francese, l’attenzione per ogni singola nota ed ogni singolo suono presenti nel nuovo disco del duo parigino è più che giustificata: Thomas Bangalter e Guy-Manuel Christo-Homem avevano previsto tutto, chiudendosi per ben due anni in studio onde sfruttare al massimo campionatori e sequencer, cercando di distillare in "Discovery” la quintessenza della formula Daft Punk.
La missione, ascoltando l’album, può dirsi per il momento riuscita: i suoni sono perfetti, le “regole” house – intro filtrate, loop tagliati a mezza misura – rispettate alla lettera, la padronanza delle “macchine” totale (ascoltando la chitarra di “Aereodynamic”, o la traccia vocale di “Harder, better, faster, stronger” ce ne rendiamo conto) ed il divertimento, perché no, assicurato.
Certo, perché “Discovery” ha il grande merito di porsi, soprattutto grazie alla sua attitudine, come trait d’union tra la dance e il pop, coniugando magistralmente melodia e beat, riuscendo a trovare il compromesso tra orecchiabilità e ballabilità: fa niente, poi, se il potenziale innovativo dell’album ne esca leggermente ridimensionato; non è questo che ci si aspettava dai Daft, nessuno pretendeva da loro uno sconvolgimento di canoni. E’ già sufficientemente rivoluzionario, infatti, tradurre in maniera credibile e non scontata in pop un genere tendenzialmente ostico come la techno per conquistare stima e rispettabilità: e, in questo caso, il loro lavoro è stato svolto nel migliore dei modi.
Non che “Discovery” manchi “in toto” di pecche: il vocoder – più che nella costruzione della canzone – viene la maggior parte delle volte degradato a mero orpello stilistico (di cui, dopo la Eiffel-mania, faremmo tutti volentieri a meno), e l’invenzione melodica – in casi, va detto, piuttosto rari – denota concessioni forse troppo grosse al pubblico. Consideriamo comunque “Discovery” come un album nato soprattutto per far ballare: episodi “estranei” come “Something about us” o “Nightvision”, seppur molto interessanti e di notevole pregio, possono essere visti come delle variazioni sul tema da contestualizzare all’interno dell’opera, non come vere e proprie tappe del percorso intrapreso dal seguito di “Homework”. Per questo – ed altri motivi – penso che l’opinione migliore su “Discovery” ce la si possa formare su un dancefloor, non in cuffia davanti ad un computer…

(Davide Poliani)
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