«GORILLAZ - Gorillaz» la recensione di Rockol

Gorillaz - GORILLAZ - la recensione

Recensione del 17 apr 2001

La recensione

Lo aveva già annunciato qualche mese fa The Face (l’autorevole rivista di costume inglese) che il punk funk sarebbe ritornato in voga. Ribadisce il concetto questo disco dei Gorillaz, uno strano progetto virtuale in cui sono invischiati personaggi tra loro diversi come Damon Albarn dei Blur, Dan "The Automator" Nakamura, Miho Hatori dei Cibo Matto e Tina Weymouth (ex Talking Heads e Tom Tom Club). Lo ribadisce perché di fatto le 15 tracce dell’album, a parte qualche diversione in territori simil punk (in “Punk”) o low fi pop (in “M1 A1”), sono un tuffo in quelle sonorità funk sporche che gente come A Certain Ratio, Rip Pig & Panic, Pop Group o Gang Of Four promulgarono negli anni ‘80. Retrò già sentito? Assolutamente no. Lo spirito punk funk riesumato per l’occasione è chiaramente filtrato dalle esperienze degli anni ‘90. Dan The Automator, da produttore Hip-Hop qual’è, sa trattare i ritmi come pochi all’interno della scena americana attuale. Miho Hatori dei Cibo Matto garantisce una spruzzata di easy ed extravaganza ai brani. Tina porta la sua esperienza diretta degli anni ‘80; un’esperienza che già allora, con i Tom Tom Club, era avveniristica e rivoluzionaria all’interno dell’Hip-Hop (“Genius of love” diede una bella scossa all’Hip-Hop newyorkese di quei tempi). Damon Albarn canta, sempre, rigorosamente in falsetto, come mai ha fatto: con una vena tra il narcolettico low fi e il soul psichedelico che lo farà sicuramente rivalutare anche a tutti coloro che lo hanno odiato ai tempi dei Blur. E poi, su tutto, vibra un costante andamento dub che ci riporta alla mente certi passaggi malati del miglior Tricky (quello di “Maxinquaye”, non a caso il disco di Adrian Thaws più vicino al punk funk del suo amico del cuore, Mr Stewart, leader dei defunti Pop Group e luminare della scena underground di Bristol). Paradossalmente però è proprio questo andamento dub che spesso smorza la forza punk funk delle canzoni. I suoni sono sempre ben calibrati, alcuni brani sono assolutamente irresistibili (“Clint Eastwood”, “New Genous”, “Slow country”), ma in diversi passaggi la lentezza dub diventa autoindulgenza e alla fine risulta noiosa.

(Gian Paolo Giabini)
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