«SURF'S UP - David Thomas & Two Pale Boys» la recensione di Rockol

David Thomas & Two Pale Boys - SURF'S UP - la recensione

Recensione del 16 apr 2001

La recensione

E’ sempre un piacere quando un artista come David Thomas torna a mettersi in gioco con un nuovo album: si, perché ogni disco dell’ex-leader dei Pere Ubu è un passo avanti, verso la definizione di nuove alchimie tra voce e strumenti, verso un modo diverso di intendere la canzone e la melodia. Accompagnato dai fidi “ragazzi pallidi” Keith Moliné e Andy Diagram, il songwriter dalla taglia king size come al solito si diverte – e ci diverte – scorrazzando con la sua band per tutto il background musicale americano, stravolgendo la ballata classica nella dolce “Man in dark” o escogitando nuove soluzioni ritmico-sonore facendosi aiutare dall’elettronica. Fondamentale, in questo senso, è l’apporto di Molinè e Diagram: il primo sperimentando sempre nuove soluzioni che vedano interagire la tromba all’effettistica digitale, il secondo fornendo agli strumenti a corda spazi inediti all’interno delle composizioni (si veda, a proposito, il wha wha sulla chitarra nella traccia d’apertura, “Runaway”). Sarebbe tuttavia riduttivo considerare il lavoro di Thomas e compagnia solo dal lato estetico – sperimentale: “Surf’ up !” (titolo mutuato, ebbene si, da una canzone di Brian Wilson) è soprattutto un album ricco di belle e suggestive canzoni, a cominciare dalla title track, sorta di ninna nanna “stranita” e notturna, o “Spider in my stew”, convulso rock and roll dove la voce rantolante di Thomas insegue un fraseggio di chitarra ossessivo ed ipnotico. Ed è ancora più incredibile osservare come il lavoro di questo autore, nonostante abbia ispirato schiere di giovani musicisti oggi assunti a icone dell’indie rock “colto”, suoni ancora fresco e originale, riuscendo a rinnovarsi ed a percorre strade nuove ad ogni inizio di capitolo: merito forse dell’approccio tanto eterodosso di Thomas alla composizione, o forse dei riferimenti musicali dei suoi compagni d’avventura. “Non il jazz”, ha dichiarato Keith Moliné, “ma un’attenta dieta di elettronica dell’avanguardia più nobile mischiata alla più infima filosofia goticheggiante”; fatto sta che ogni sibilo, ogni nota ed ogni sussurro in questo album si incastrano alla perfezione, originando un quadro di rara bellezza.

(Davide Poliani)
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