«STANDARD - Tortoise» la recensione di Rockol

Tortoise - STANDARD - la recensione

Recensione del 05 mar 2001

La recensione

Sempre avanti con i tempi i Tortoise. Sempre all’avanguardia. Sempre controcorrente. Sì, perché in un periodo in cui la scena elettronica (a cui la band post rock di Chicago è sempre stata vicina) si è avvicinata a ritmiche lente, downtempo, chill out, loro decidono di adottare o le ritmiche sincopate del jazz o quelle sporche, distorte, in breakbeat, di certa elettronica (Autechre su tutti) o del Nu Jazz tedesco, senza tra l’altro dimenticare le battute metronomiche, da math rock, del post rock americano. E quello che unisce tutti questi ritmi è una propensione, più che alla lentezza del chill out, a suonare battute veloci. Altra scelta che porta la band a suonare controcorrente rispetto al sempre più presente ritorno del chill out (a cui hanno contribuito negli anni 90 con la famosissima “Djed”), è quella di adottare, accanto a un armamentario sonoro da sempre rigorosamente analogico (pensato con veri strumenti), tessiture ambient al silicio. Una scelta, anche questa, molto lontana dalla tendenza al vintage e all’analogico che si nota in molte produzioni di elettronica d’oggi. Detto questo la band sembra sempre più decisa a pensare musica che sia lontana dal concetto di post rock e sempre più libera di vagare entro un limbo sonoro che si può “ingabbiare”, stilisticamente parlando, in una sola definizione: avant garde fortemente venata di jazz. Jazz infatti sono le progressioni attorno a cui si avvolgono le bellissime linee armoniche del vibrafono in “Benway”. Di jazz è venata la stupenda pastorale ambient che chiude l’album (“Speakeasy”). Jazzy è la chitarra alla Metheny che si intreccia con gli arpeggi new age e con la batteria sincopata di “Monica”. Jazz è il vibrafono che fa da filo conduttore nella cinematica ed evocativa “Blackjack”. Dietro a queste vibrazioni jazzy si muove ancora un fitto universo sonoro, fatto di interferenze al silicio, di intrecci ritmici e intuizioni poetiche in breakbeat (vedi il bellissimo duetto tra gamelan e phat beats distorti di “Eros”). E’ quell’intreccio sonoro garantito dalle menti in fibrillazione di questo gruppo. Un gruppo che pensa jazz post moderno ed ha il coraggio di gettare a mare le ritmiche logico matematiche che avevano accompagnato la band fino ad ora per buttarsi a capofitto in un’idea di avant garde, in nome di un solo, semplice concetto: l’amore per la musica. Innovativo e coraggioso.

(Gian Paolo Giabini)
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