«STEPHEN MALKMUS - Stephen Malkmus» la recensione di Rockol

Stephen Malkmus - STEPHEN MALKMUS - la recensione

Recensione del 23 feb 2001

La recensione

Eccolo. A poco meno di due anni dallo scioglimento dei Pavement, Steve Malkmus si ripresenta con un album solista. Fin dal primo ascolto si inizia a capire perché i Pavement si sono sciolti. “Stephen Malkmus” è infatti l’ideale prosecuzione dell’ultimo lavoro firmato Pavement (“Terror twilight”). Un disco che fa pensare a quanto Malkmus potesse essere despota all’interno del suo gruppo. Un disco che riconferma quell’indolente inclinazione a “suonare slack”, a elaborare canzoni bislacche, art rock presuntuoso che porta inevitabilmente Malkmus a non essere naturale e a intraprendere sentieri melodici e di scrittura poco lineari. Fin qui però nulla di male. Chi ha detto che non si può sperimentare? Se però le sperimentazioni sonore portano Malkmus a scrivere pezzi che spesso vanno in cortocircuito e che si accartocciano su se stessi, perdendosi in divagazioni zappiane, in diversioni “freak” pensate in nome della creatività e di una visione “intellettuale” ed elitaria del rock, allora, più che dare valore aggiunto al brano non fanno altro che renderlo noioso. In più, molto spesso, Malkmus nella stesura dei brani sembra posare, sembra voler volutamente assumere questo atteggiamento spocchioso, da “genio” del rock. E’ un atteggiamento che il signor Malkmus ha da un bel po’ di anni e, sinceramente, oggi, anno 2001, avrebbe anche un po’ rotto con queste canzoni che non sono canzoni, con questi pezzi sfilacciati e inconcludenti, con quel cantato che spesso sembra un Lou Reed che arrotola in gola melodie per la paura di suonare pop. E gli unici passaggi che si salvano sono proprio quelli in cui Malkmus torna al passato più glorioso dei Pavement, getta a mare le sue velleità da art rocker e scrive, sia pur senza attaccare distorsori e alzare il volume degli ampli, canzoni che fanno pensare all’indimenticabile “Slanted & enchanted”. Due passaggi (“Piano intro/Jo Jo’s jacket”, “Troubbble”): un po’ poco per alleviare la noia del resto del disco.


(Gian Paolo Giabini)
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