SEMBRA IERI

Wea (CDS)

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Sembra ieri, come no, e invece sono trascorsi più di vent’anni, nei quali siamo passati dalla scuola al lavoro, ci abbiamo messo accanto in molti casi una famiglia, gite fuori porta, vacanze con il cane e un bel po’ di responsabilità. Quando ci guardiamo allo specchio nella migliore delle ipotesi ci accorgiamo di essere soltanto ingrassati un po’, alcuni hanno perso un po’ di capelli, altri si ammazzano di palestra e altri, semplicemente, si lasciano andare. Quanti si ricordano i sogni e i giorni di gloria del liceo? Lui, invece, è sempre lì, a guardarci con quel ghigno strano, il capello pettinato ancora come vent’anni fa, il poggiarmonica davanti alla bocca, la maglietta Campi Flegrei, i jeans scuciti del ’63. A questo punto, col senno del dopo, si può dire che il mondo favolistico dei suoi primi album, riletto adesso, rivela indizi di una patologia, quella della sindrome di Peter Pan, che Bennato può a ben diritto fregiarsi di aver inventato. E che esprime nella sintesi più assoluta, senza legarla cioè al 30enne impaurito di crescere, ma da bambino che non vuole diventare adulto. E basta. Se gli volessimo trovare un ruolo nobile oggi, potremmo dire che rappresenta il nostro passato che viene a disturbarci ogni tanto e a chiederci conto e ragione di qualche scivolone, dei troppi alibi sciolti nella vita di tutti i giorni. Una sorta di grillo parlante. La verità è che, personalmente, mi piace ripensare ai sogni del passato ascoltando Springsteen e vedermelo di fronte com’è oggi, un uomo di 50 anni, che non nasconde il passare del tempo, piuttosto che un clone incartapecorito di quello che vent’anni e passa fa era “il cantautore”. Queste considerazioni personali non tolgono neanche un grammo di valore al Bennato musicista, che da sempre è personaggio di statura e valore al di sopra di ogni sospetto. “Sembra ieri” è l’ennesimo capitolo della saga dei “greatest hits risuonati con inediti”, se non erro inaugurata quasi 10 anni fa dalla stessa casa discografica per cui incide adesso Bennato con “La forza dell’amore” di Finardi, anche lui reduce – guarda caso come Bennato adesso – da una turbolenta relazione con la Fonit Cetra, casa discografica di Stato acquistata di recente proprio dalla WEA. All’interno del CD un simpatico e lungo fumetto ripercorre le tappe della travagliata gestazione di questo disco, facendo capire senza nemmeno troppi giri di parole che si tratta del punto d’incontro (giusto? non giusto? non sarò io a dirlo, decidete voi...) tra ciò che vuole il mercato e ciò che vuole Bennato. Un album di canzoni conosciute (belle) e tre inediti (belli) che ‘riposizionino’ Bennato sul mercato e mettano nei negozi un suo disco di canzoni famose in grado di farlo conoscere, sulla scia dei singoli, anche a chi non lo conosce (ma chi non lo conosce?). Visto che la BMG ha deciso di pubblicare raccolte dei suoi artisti – i celeberrimi doppi album con la produzione degli anni ’70 – ma non di pubblicizzarle adeguatamente, nel buco si infila questa raccolta risuonata che regala una patina di novità a canzoni strafamose. Discograficamente un lavoro ben fatto, quindi, che non si può non ascoltare piacevolmente. Sarebbe però troppo facile parlare bene di questo CD soltanto perché è un bel CD, anche perché, su 18 belle canzoni, 15 erano già belle e presenti prima che uscisse questo disco. Ragion per cui mi chiedo (e chiedo): che valore ha un disco del genere sul versante artistico? E’ veramente un servizio che si rende alla musica pubblicare un album come questo? E Bennato, che continua a descriversi tra il rinnegato e lo sbandato, non si accorge della spremitura del suo vecchio repertorio in nome del mercato?

(Luca Bernini)