«EVERYTHING, EVERYTHING - Underworld» la recensione di Rockol

Underworld - EVERYTHING, EVERYTHING - la recensione

Recensione del 15 set 2000

La recensione

Non succede spesso che un gruppo dance pubblichi un album dal vivo. Ma forse era inevitabile che lo facessero gli Underworld, formazione che incarna l’evoluzione dal rock alla musica dei rave, soprattutto nell’approccio al concerto, che è rituale liberatorio gestito dallo sciamanico frontman Karl Hyde. Mentre i Chemical Brothers dal vivo se ne stanno nascosti dietro una montagna di computer, gli Underworld in versione live sono un evento che risponde ai requisiti tradizionali del rock molto più degli Oasis, tanto per fare un nome eclatante del panorama attuale. Ovvero: tanto è statico Liam Gallagher e tanto sono uguali gli show degli epigoni di Beatles e Stones, tanto sono vitali, incandescenti e – vivaddio – forti di un po’ di improvvisazione gli show del trio inglese, non ancora ridotto a duo dall’abbandono di Darren Emerson, in questo disco. “Everything, everything” raccoglie brani tratti dal tour del 1999, e ancorché nato come “costola” di un DVD avveniristico e interattivo studiato dalla compagnia multimediale gestita da Hyde e Rick Smith, è una dimostrazione che parte del soffio vitale del rock si è oggi trasferita ai più intelligenti degli artisti dance.
Certo, partecipare a un concerto degli Underworld è ben altra esperienza rispetto ad ascoltarli seduti e senza vederli, soprattutto senza essere circondati da altri spettatori - ma l’album si avvicina molto più dell’ultimo “Beaucoup fish” a descrivere l’essenza della coppia. Senza contare che un disco che offre l’incalzante medley tra “Juanita” e “Kiteless”, il morbido “afterhours” di “Jumbo” (autentica “musica per aeroporti” del 2000), il crescendo di “Push upstairs” e naturalmente “Born slippy”, accompagnati dall’eccitazione dei presenti al rito, è imperdibile.
(Paolo Madeddu)
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