«NON E' CAMBIATO NIENTE - Tupamaros» la recensione di Rockol

Tupamaros - NON E' CAMBIATO NIENTE - la recensione

Recensione del 17 lug 2000

La recensione

Conformemente al nome con cui hanno scelto di chiamarsi, quello di Tupamaros (che, rinfreschiamo la memoria, sono i membri di un’organizzazione rivoluzionaria uruguayana che prende nome da Tupac Amaru, capo di una rivolta di indios peruviani contro gli spagnoli nel ‘700), il gruppo capitanato da Francesco Grillenzoni – autore dei brani della formazione, oltre che voce e chitarra - fin dagli esordi con “Gente distratta” ha optato per un’idea di musica come veicolo con cui trasmettere dei contenuti di denuncia. Le canzoni dei Tupamaros parlano da sempre soprattutto di ingiustizie, prima con qualche connotazione politica in più, oggi con un atteggiamento più “laico”. Il discorso dei Tupamaros, cioè, non è più tanto ideologico (anche se l’ideologia si avverte, per esempio in “Prete rosso”, e in certi scivolamenti in un’inevitabile retorica) ma è più che altro legato a una critica puntuale di situazioni che mettono in evidenzia il disagio del nostro tempo. Come dire, le canzoni dei Tupamaros non fanno proclami: non ce n’è bisogno, perché le storie che raccontano parlano da sole. Certo, intitolare un album “Non è cambiato niente” fa pensare a un’ottica non proprio ottimista. Ma, a parte che “Non è cambiato niente” è il brano con cui il gruppo ha iniziato a farsi conoscere qualche anno fa, c’è da dire che il concetto di “Non è cambiato niente” è più che altro un appello a continuare a stare all’erta, a continuare a “resistere”. Sì, perché quella della resistenza è una stagione che per i Tupamaros non è mai finita: c’è sempre qualcosa contro cui opporre resistenza, che sia la vergogna della strage del Cermis (cantata in “Lo scambio”, che recita “E’ sangue di provincia solo un episodio da dimenticare”), l’intolleranza razziale (“Polvere e vento” è dedicata agli zingari), i test nucleari (“Radio Chirac”, dove Grillenzoni ricorda da vicino Rino Gaetano, in questa marcetta al vetriolo). Questa visione vichiana della storia giustifica anche l’inserimento di un brano come “Morti di Reggio Emilia”: i morti cambiano ma non il motivo profondo di questo sacrificio, che è per la libertà e per la dignità. Ma nei testi di questo album c’è spazio anche per altri temi, per ritratti di umanità accomunati dal coraggio, quello di Dorando Pietri, il corridore ricordato in un “A un passo dal traguardo” e quello dell’operaio la cui vita – divorata da un lavoro che mangia il tempo dell’esistenza - viene raccontata in “Ninna nanna della nebbia”. Il genere, dunque, è chiaro, è quello dei Gang o dei Modena City Ramblers, anche se i Tupamaros si sono ricavati uno spazio loro, che musicalmente poggia sulle mescolanze tra diverse ispirazioni folk, quelle del Mediterraneo, quelle dei Balcani, quelle celtiche, con il recupero di atmosfere da paese come in “A un passo dal traguardo”, dove è protagonista una banda. Per questo sorprende un po’ la cover di “I morti di Reggio Emilia” che opta per ritmi swing, per un arrangiamento jazz. Ma il risultato convince. Certo, i suoni sono già sentiti, le melodie hanno un che di tradizionale ma l’album dei Tupamaros è una raccolta di canzoni che volutamente parlano, anche nei suoni, alla memoria e al tempo stesso guardano al futuro, consapevoli di una realtà che lascia poco spazio all’ottimismo ma con la convinzione che ci siano molti che non hanno nessuna voglia di arrendersi. Cantano i Tupamaros in “Ancora insieme”: “Portiamo impegno che non vuol dire noia/ e tutti insieme portiamo un’occasione/ che a contarci non siamo mica pochi/ e che a guardarci ti vien voglia di provare/ viviamo stretti sotto le televisioni/ ma se ci alziamo poi saltano i canali”.

Tracklist
“Di queste città”
“Giostra immonda”
“Lo scambio”
“Un passo dal traguardo”
“Ninna nanna della nebbia”
“Radio Chirac”
“Polvere e vento”
“Morti di Reggio Emilia” “Ancora insieme”
“Il prete rosso”
“Non è cambiato niente”
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