Sting porta la musica di John Dowland (e il blues) a S.Maria Delle Grazie

Sting porta la musica di John Dowland (e il blues) a S.Maria Delle Grazie
Poteva essere uno degli eventi dell’anno: il Comune di Milano ha portato, nella sua rassegna musicale pre-natalizia, Sting in uno dei luoghi più suggestivi della città: la chiesa di Santa Maria delle Grazie, quella del cenacolo vinciano. Non si tratta di un concerto rock, ma di una delle rare anteprime del tour di “Songs from the labyrinth”, lavoro per voce e liuto pubblicato dalla Deutsche Grammophone e dedicato al compositore inglese del 1500 John Dowland.
Annunciato qualche settimana fa, il concerto di ieri, 13 dicembre, si è trasformato subito in un evento: caccia al biglietto (poche centinaia di posti a disposizione, la maggiore parte inviti e poco meno di 200 distribuiti gratuitamente) e conseguente “parterre de roi” fatto di sedicenti "vip".
Una volta entrati nella chiesa il colpo d’occhio è impressionante: la cupola è illuminata con luci colorate e il palco, collocato davanti all’altare, è tutto è rivestito di telo bianco, anche le casse, per non disturbare l’occhio nell’ammirare il capolavoro del Brunelleschi. La gente si accalca per trovare il posto a sedere riservato, molti sono in piedi dietro le colonne. Il presentatore della serata chiede, su richiesta di Sting, di non applaudire ad esibizione in corso, oltre alla consueta raccomandazione di spegnere i cellulari. Lo stesso Sting appare intimidito dal luogo: inizia raccontando la storia di Dowland, delle sue frustrazioni per il mancato riconoscimento in vita. Alterna letture a “canzoni” di Dowland e del contemporaneo Robert Johnson (“non il bluesman”, scherza). Fa chiaramente fatica a scaldare la voce, che in alcuni passaggi tentenna, e dopo tre brani è lui a chiamare l’applauso, quasi a cercare un po’ di calore. Si fa accompagnare dal liutista bosniaco Edin Karamazov, ogni tanto lui stesso imbraccia il liuto, e in un paio di occasioni sale sul palco il complesso vocale inglese Stile Antico a completare l’esecuzione.
Dopo neanche un’ora il concerto principale, quello dedicato a “Songs from the labyrinth”, è finito. Sting torna e, sorpresa, inizia i bis con rielaborazioni per voce e liuto del repertorio moderno: “Fields of gold” e “Message in a bottle”, cantate con lo stesso tono vocale della musica di Dowland. In mezzo c’è anche una cover, “Hell hound on my trail” di Robert Johnson, questa volta proprio il bluesman. Il tentativo è far vedere le radici antiche della musica moderna, il risultato non è all’altezza delle intenzioni, ma riesce solo a portare in una chiesa la musica di un bluesman che, si favoleggia, vendette l’anima al diavolo.
C’è ancora tempo per un bis, uno vero, di Dowland, e la serata finisce, con i vip che escono e commentano, qualcuno addirittura si fa scortare dalle guardie del corpo. Poteva essere uno degli eventi dell’anno, una rockstar che suona in un posto così carico di storia. Invece è stato solo un evento mondano come un altro e, musicalmente, una serata che non ha suggestionato come ci si poteva immaginare.
Per la cronaca, Sting tornerà con il tour vero e proprio di “Songs from the labyrinth” per tre date, a inizio 2007: una, ancora da confermare, all’Auditorium Parco Della Musica di Roma, e due a Firenze (Teatro Del Maggio) e Milano (Teatro degli Arcimboldi), rispettivamente il 22 e 23 febbraio.
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