1970, primo volo dell'Astronave Jefferson: 'Quegli ideali non sono mai morti'

1970, primo volo dell'Astronave Jefferson: 'Quegli ideali non sono mai morti'
Trentacinque anni fa, in America, alla Casa Bianca c’era Richard Nixon e il Vietnam arrivava in tv, ogni sera all’ora di cena, come una pietanza indigesta e foriera di incubi notturni. Motivi sufficienti a spingere le menti più “radical” e visionarie della San Francisco rock a cambiare aria. Almeno nella fantasia, almeno con la musica: “Blows against the empire”, concept album psichedelico e fantascientifico che narra le vicende di un gruppo di hippy-dirottatori dello spazio in fuga dalla Terra per costruire altrove un mondo libero e a misura d’uomo, nacque proprio in quel clima culturale, turbato eppure ancora ricco di ideali. Oggi, a celebrazione della ricorrenza, torna su Cd in edizione adeguatamente rimasterizzata e arricchita di bonus track, spargendo ancora una volta nell’aria quelle note che profumano di una libertà espressiva e di un senso di avventurosa novità che sul pianeta pop sono scomparsi da tempo immemorabile. La scintilla originaria si accese allora nella testa di Paul Kantner, ideologo della famiglia Jefferson che, con l’Aeroplano fermo e a secco di carburante, chiamò a raccolta sulla sua immaginaria Astronave la crema della scena musicale cittadina: Grace Slick e Jack Casady del vecchio gruppo, e poi David Crosby, Graham Nash, Jerry Garcia e tanti altri. Gli stessi, più o meno, che solo qualche mese dopo si diedero di nuovo appuntamento per un altro caposaldo d’epoca, quel “If I could only remember my name” uscito a nome del citato Crosby. Dischi “solisti” per modo di dire, il suo e quello di Kantner, perché il culto della personalità non rientrava almeno in quel momento tra le priorità di quel gruppo di musicisti e le collaborazioni tra loro nascevano numerose e spontanee (e non per calcolo di marketing: avete presente quei dischi odierni in cui si studia a tavolino un duetto ad hoc per gli amanti del metal, un’ospitata messa lì a bella posta per stuzzicare il pubblico pop e un’altra destinata a far drizzare le antenne ai fan dell’hip hop?). Così, appunto, in “Blows against the empire”, anno di grazia 1970, e accreditato per la prima volta (oltre che a Kantner) ai Jefferson Starship, comune musicale che in seguito si sarebbe trasformata in un gruppo stabile e di grande successo commerciale (ma quella è tutta un’altra storia).
“E’ che all’epoca vivevamo tutti nella stessa area, accampati presso gli stessi studi di registrazione”, ci racconta il sessantaquattrenne Kantner al telefono di prima mattina da Frisco. “Inciampavamo spesso uno nell’altro… e in un certo senso tutte queste collaborazioni sono nate in un modo del tutto casuale. Ai tempi, tutti i musicisti coinvolti nelle registrazioni di ‘Blows’ stavano lavorando nello stesso complesso, in tre o quattro sale di registrazione adiacenti” (ai Wally Heider Studios da poco costruiti). “E’ un po’ come quando si gira un film: ci sono i tempi morti, si aspetta che le apparecchiature siano pronte e si finisce per andarsene in giro a curiosare, gettando un occhio a quel che fanno gli altri. Capitava che qualcuno ficcasse il naso nel nostro studio e dicesse: ‘Ehi, che ne dite se aggiungessi la mia voce ai cori? E se suonassi un po’ la chitarra con voi? E noi rispondevamo: certo, accomodatevi. Mi piaceva starmene seduto ad ascoltare come i contributi dei nostri ospiti trasformassero le canzoni, fino a renderle completamente diverse dalle versioni originali. La vera forza di quei tempi è che tutti noi avevamo l’apertura mentale necessaria ad accettare i cambiamenti, anche quelli che riguardavano le nostre creazioni artistiche. Tutti i dischi di quel periodo sono il prodotto di questo genere di eccessi, se così li vogliamo chiamare”. Ma si rendevano conto, Paul e gli altri, di creare qualcosa di durevole, qualcosa di cui si sarebbe continuato a parlare 35 anni dopo? “Decisamente no, non si pensa mai a queste cose. E’ come quando fai rafting su un torrente impetuoso: non sai mai cosa c’è dietro l’angolo, se stai per andare addosso a una roccia oppure no. Cerchi solo di stare a galla, ti preoccupi di non far capovolgere la barca e segui il flusso della corrente. O almeno, noi facevamo così. Le canzoni non erano neppure nate per far parte di un disco solista ma come provini per il prossimo album dei Jefferson Airplane (e infatti in una “bonus” inclusa nella riedizione si ascolta la band alle prese con una versione di “Starship” dal vivo al Fillmore West). Ma il gruppo si stava lentamente sgretolando, Marty Balin era sparito dalla circolazione, Jorma Kaukonen e Jack Casady erano più interessati agli Hot Tuna e così, quasi per inerzia, il tutto sfociò in un progetto alternativo. Fu tutto molto naturale, anche perché proprio allora io e Grace (Slick) stavamo iniziando la nostra storia d’amore…Mi venne l’idea di un disco concepito come omaggio alla fantascienza che ho sempre amato, ispirato a ideali socialisti e libertari. Molto di quello che ho imparato come musicista e come cittadino consapevole lo devo all’ascolto della musica dei Weavers, il gruppo folk di Pete Seeger che fu il primo in America a combinare gli ideali socialisti con l’idea del divertimento che è connessa alla musica. Quell’atteggiamento ha ispirato i Jefferson e dischi come ‘Blows’, che erano pieni di buona musica, di qualità poetica e di buone idee. Quelle canzoni piacciono ancora al pubblico e anche a noi, che continuiamo a proporle in concerto”.
Il pezzo che lo apre, “Mau Mau (Amerikon)”, sembra un figlio naturale della rabbia politica di “Volunteers” (il disco degli Airplane uscito nel 1969) e dell’antecedente “Crown of creation”, ispirato dall’idea del conflitto generazionale. Dopo di che tutto diventa più dolce, acido e sognante… “L’idea che stava alla base di ‘Blows’ ”, spiega Kantner, “era di ambientare la prima facciata dell’album sulla terra e la seconda nello spazio: la seconda esprimeva il desiderio di evadere da un mondo che è andato a farsi fottere ed era la diretta conseguenza della prima…Una specie di terapia fondata sulla fuga dalla realtà, come succede in genere per tutta la letteratura fantascientifica. Ma anche nei grandi avvenimenti della storia, a ben guardare: Colombo che scopre l’America, i pellegrini che scappano dall’Inghilterra per sfuggire all’oppressione e costruire altrove un nuovo mondo…”. Kantner non ha problemi nel riconoscere le fonti: “I romanzi di Robert Heinlein (“Stranger in a strange land”, per la precisione) sono l’influenza più esplicita, ma mi sono ispirato anche agli altri autori classici del genere, Isaac Asimov, Ray Bradbury e così via. Fin da quando ero bambino la fantascienza è stata per me un modo di fuggire da me stesso e dalla realtà, di proiettarmi oltre i confini di questo maledetto universo e di trovare una via di uscita rispetto alla rigidità dell’ambiente in cui sono cresciuto (un collegio militare gestito da gesuiti…). E poi mi è stata spesso di stimolo nel ricordarmi che bisogna sempre guardare avanti, verso il futuro”. Venne persino candidato ai prestigiosi premi letterari Hugo Awards, il disco, anche se alla fine non vinse (e Kantner non volle assistere alla cerimonia: “Le evito tutte, compresi matrimoni e funerali: mi comporto bene per dieci minuti, poi comincio ad annoiarmi terribilmente”). Fu comunque una bella iniezione di fiducia per Kantner, che nell’83 tornò sui suoi passi con un disco-sequel, “Planet Earth Rock & Roll Orchestra”, che è anche una ponderosa novella di science fiction scritta di suo pugno e venduta (anche su Cd) sul sito JeffersonStarshipSF.com. Dove SF sta per Science Fiction ma anche per San Francisco, il fortino che Kantner non ha mai voluto abbandonare. “Qui”, spiega, “abbiamo sempre avuto la fortuna di poter esprimere il nostro pensiero senza dover salire per forza su una cassetta di legno a inveire contro il governo. Questa città ci ha sempre dato la possibilità di fare le cose diversamente, se quelle che fanno gli altri non ci aggradano. La facoltà di crearci, in un certo senso, un universo su misura, un nostro sistema di valori. A Frisco siamo abituati a coltivare e far crescere idee alternative: in ogni campo immaginabile, la politica come la medicina e la religione. Se una cosa non ci piace, preferiamo spostarci in un territorio differente piuttosto che metterci a combatterla”. E’ sempre stato così, in fondo, nella città della baia e della nebbia… “Esatto, storicamente San Francisco ha sempre dato asilo alle menti più folli, gente che sta ai margini delle convenzioni e dei paradigmi del cosiddetto mondo normale. E se non ti senti troppo normale, è qui che devi venire a vivere…Quale sia il motivo non lo so, certamente conta il fatto che questa è una città portuale, punto di confluenza di gente proveniente da tutto il mondo che si è sempre trovata nella necessità di comunicare e di convivere pacificamente. E poi è piccola, ci troviamo tutti gettati nella mischia nello stesso spazio ristretto. E’ sempre stato così, dall’800 San Francisco è un posto dove l’arte ha sempre avuto modo di fiorire”. Così anche le idee, i manifesti ideologici e i precetti alternativi: come quell’esplicito “menti libere, corpi liberi, droga libera, musica libera” che Kantner scandisce in un altro pezzo chiave di “Blows”, “Hi Jack”. Che fine hanno fatto quegli ideali? Che sarebbe successo se fossero diventati – almeno in parte – di dominio pubblico? “Ma quegli ideali non sono morti, sono filtrati nella società globale! Pensa ai governi scandinavi e alle loro politiche di assistenza sanitaria…Senza bisogno di convertirsi al comunismo e nemmeno al socialismo, molte società hanno cominciato a capire quali sono le vere priorità, a comprendere che occuparsi dell’uomo e dell’ambiente è più importante che far guerra a qualcuno. Molto più di un tempo, c’è gente in giro che si preoccupa dei bisogni primari dell’uomo e degli aspetti fondamentali della convivenza civile. E’ una battaglia senza fine, naturalmente, e va vinta un passo alla volta: ma gli ideali emersi negli anni ’60 nella Bay Area sono ancora qui con noi”.
La musica di allora, invece, si è in gran parte dissolta. Kantner e i Jefferson vanno avanti cocciutamente ma su strade secondarie, spesso snobbati dai media che contano. Solo i Grateful Dead, amici e vicini di casa ad Haight Ashbury, hanno travalicato i confini spaziotemporali di allora per diventare un gruppo mito e da stadio, almeno negli Stati Uniti. “Era successo anche agli Starship, negli anni ’70, di suonare negli stadi, ed era una cosa che detestavamo fare. Lo stesso succedeva a Jerry Garcia: fu quello il motivo per cui anche i Dead, a un certo punto, smisero di suonare dal vivo. Esibirsi negli stadi, per me, è sempre stata un’esperienza tutt’altro che piacevole. Devo dar credito a Marty Balin, il cantante solista dei Jefferson, di essersene accorto per primo. Avevamo un concerto in programma allo stadio di Oakland, saranno stati i primi anni ’70, che era sold out da due o tre mesi: a un certo punto Marty telefonò a Bill Graham, il promoter, per dirgli che non se la sentiva più di affrontare quella situazione. Eravamo abituati a San Francisco, ad ambienti raccolti e stimolanti dal punto di vista artistico, e scaraventarci in uno stadio da football era un po’ come rubarci l’anima. Non ci sono mai piaciute le dimensioni eccessive, anche a Woodstock c’era troppa gente. I promoter hanno cominciato a pensare a come trarre vantaggio dalla situazione e da lì in poi tutto ha cominciato a precipitare”.
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