Counting Crows, and everything after: intervista ad Adam Duritz

Dopo una lunga assenza, torna la band, con "Butter Miracle”: “Sono innamorato del rock ’n’ roll, ma non sempre a mio agio con alcune sue parti”
Counting Crows, and everything after: intervista ad Adam Duritz
Credits: Mark Seliger

Dall’ultima volta che abbiamo visto e sentito i Counting Crows è cambiato tutto di nuovo, nella musica.

Apparentemente c’è sempre meno spazio per per il rock ’n’ roll classico che li rese delle star negli anni ’90; i concerti - altra categoria in cui la band ha una fama leggendaria - sono fermi. Pure Adam Duritz non ha più i suoi famosi dreadlock, né la barba: “Una mattina mi sono alzato, mi sono lavato faccia e denti, e semplicemente mi sono rasato la testa. La mia ragazza stava ancora dormendo e l’ho spaventata a morte. Ma è stata liberatorio”, ci racconta dalla sua casa di New York, dove vive da quasi 20 anni ormai. “Per giorni ho visto gente che parlava dei miei capelli, ma forse avrei dovuto aspettarmelo”, dice con una risata… Duritz, oltre che un gran cantante, è uno dei "rock's great talkers", come lo ha definito un collega americano.

In questo  non è cambiato. E non sono cambiati neanche i Counting Crows: sono una delle migliori rock band in circolazione: il 21 maggio esce "Butter miracle": non è un nuovo album, ma un EP-suite con 4 nuove canzoni che compongono una suite, in cui Duritz fonde i suoi racconti emotivi e personali con storie di rock ’n’ roll.

Mr. Jones is back

Duritz mi mostra orgoglioso il vinile, che comprende la suite da una parte e una sorpresa sul lato B (ne parloamo sotto). “Sono un ossessivo”, mi racconta. “Quando inizio a scrivere non mi fermo più, vorrei incidere e pubblicare subito”, spiega. L’ultimo album della band è "Somewhere under wonderland", uscito nel 2014, ma non ha avuto un blocco delle scrittore: “Semplicemente, non ho scritto per un po’ di tempo.

Non sono mai stato uno che scrive ogni giorno: scrivo un disco, lo registro, vado in tour e poi non scrivo per qualche tempo e così via. Questa volta ci ho messo più tempo, vero. Ma è successo tutto per caso, senza che neanche ci provassi. Ero in Inghilterra, nella fattoria di un amico: avevo voglia di suonare il piano, ho affittato una tastiera e ho scritto ‘Tall Grass’, ovvero il brano che apre l’EP, il più personale del disco. Poco dopo gli sono venute in mente le parole di “Elevator Boots”, e un giro di accordi diverso, che però seguivano perfettamente quella precedente : è nata così la seconda canzone, e l’idea di una serie di canzoni fuse l’una nell’altra: “È come una valanga, quando inizio e arriva un’idea non la lascio più”, racconta.

Duritz è sempre stato candido ed aperto sui sui problemi con il successo e le pressioni, e anche in questo non è cambiato: dopo il successo da 10 milioni di copie dell’esordio di “August and everything after” (1993), prese l’abitudine di cantare “So you want to be a rock 'n' roll star" dei Byrds in apertura a “Mr.

Jones”, una sorta di “Hai voluto la bicicletta? Ora pedala!” in cui esprimeva il suo disagio per la fama.  “Quello che mi ha bruciato non è mai stata la pressione”, racconta oggi. “Siamo sempre stati indipendenti: negli anni ’90 firmammo con la Geffen perché ci diedero controllo completo e l’abbiamo mantenuto anche in seguito. Ma il processo del rapporto con l’industria mi esaurisce e mi stufa amo il mio lavoro, ma non amo le opinioni degli altri, buone o cattive che siano, su quello che faccio. È un processo che finisce che farti capire che quello che fai ad un certo punto non ti appartiene più. Sono timido e non sempre a mio agio con queste parti del rock ’n’ roll”.

L’amore per il rock ’n’ roll

L’amore per la musica, però ritorna in due canzoni del disco, “Elevator boots”, la storia di Bobby e della sua band: “Amo il rock, come idea e come mito, la sua storia e sono orgoglioso che i Counting Crows ne facciano parte.

Ma ogni tanto ho bisogno di allontanarmi”, racconta. Questa parte dell’album ricorda il piano rock di inizio anni ’70, l’Elton John di “Tumbleweed connection”. “Quando scrivevo, pensavo ai Mott The Hoople e al primo Bowie e al glam rock. Mi ha molto ispirato il mio amico Seán Barna, che ha inciso un gran disco, “Cissy” in cui racconta la sua esperienza musicista rock omosessuale”, spiega.
Un tema che ritorna anche nell’altra canzone dedicata all’amore per la musica, “Bobby & the rat kings”: il concerto della band di Bobby è lo sfondo del racconto di una notte di Halloween nella San Francisco di fine anni ’80, la culla della cultura gay di quel periodo: “Crescere a San Francisco negli anni ’70 e ’80 mi ha fatto conoscere stili di vita diversi dai miei, che non ho mai raccontato: mi ha aperto molte possibilità. Questa canzone  racconta quel periodo del 1989 quando le comunicazioni  si erano interrotte nella Bay Area per via del grande terremoto. Successe attorno ad Halloween, e fu come Sodoma e Gomorra, perché nessuno tornava a casa la notte da San Francisco verso Berkeley o Oakland. In quelle notti  ognuno si sentiva davvero libero di essere e di stare con chi voleva”.

August and everything after

Duritz non vuole svelare il significato del titolo dell’album, dice solo che voleva una copertina e un’espressione surreale. Ma la sorpresa è che sul lato B c’è una canzone che chiude il cerchio, una delle cose più belle mai scritte e incise dal gruppo: “August and everything after”, la title track dell’album di debutto, finalmente registrata  nel 2019 con un’orchestra di 70 elementi e precedentemente diffusa solo su Amazon.

“Non ero mai completamente soddisfatto di quella canzone”, racconta. “Ero orgoglioso di alcune parti, ma in alcune avevo la sensazione di avere preso delle scorciatoie che non mi piacevano ed era difficile da suonare. Poi nel 2005 abbiamo fatto un concerto alla Disney Hall con un’orchesrtra: dirigeva Vince Mendoza e lui volle rifare quella canzone; così finalmente la terminai, riscrivendo  le parti deboli. Purtroppo non registrammo bene quel concerto, e reinciderla con un’orchestra di 70 elementi era proibitivo. Qualche anno fa Amazon ci ha dato il budget per inciderla: ora ce l’hanno concessa come lato B, ed è perfetta”, dice con la faccia soddisfatta.

Per i concerti, ci vorrà ancora del tempo, anche se è dal 2018 che la band non suona: “Ci eravamo presi il 2019 di pausa e nel 2020 sappiamo bene com’è andata.

Ora vorrei essere certo che quando ripartiremo sarà in sicurezza per tutti”. Duritz si ricorda bene l’ultimo concerto - mancato - in Italia: una data al Carroponte di Milano, annullata per un brutto temporale. “Oh, man! dovevamo suonare sotto una struttura metallica enorme, e non era proprio il caso”, ricorda. Per ora, pensa alla parte due della suite: “Quando avrò finito gli impegni per questo disco, tra un paio di settimane, torno prima in California dalla mia famiglia, poi voglio tornare a Londra nella fattoria del mio amico: ho già dei pezzi delle canzoni e non vedo l’ora di concludere tutto”. Neanche noi, Adam.

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