"Sticky Fingers", il profondo Sud degli Stones

Un album epocale che prende forma nel 1969 ed esce solo nel meraviglioso 1971. Un suono leggendario che sgorgò dall'Alabama.
"Sticky Fingers", il profondo Sud degli Stones

“Sticky Fingers” fa parte del poker d’assi calato dai Rolling Stones sul tavolo della storia del rock nel quadriennio 1968-1972.  Dopo avere scoperto le prime due carte, “Beggars banquet” e “Let it bleed”, e prima di sbattere su quel panno verde consunto anche la quarta ed ultima, “Exile on Main St.”, la band aveva svelato la terza, “Sticky fingers”.

La. Migliore. In. Assoluto.

 

Un album lungo un anno e mezzo

“Sticky fingers” esce il 23 aprile 1971.

Quando i Beatles sono ormai storia.

Quando, con un anno di ritardo sul calendario reale, i Seventies sono finalmente partiti anche nel rock.

Quando sono stati definitivamente chiusi i conti con il movimento hippie, la cui spinta si era esaurita ed al quale il colpo di grazia era stato inferto ad Altamont proprio dai Rolling Stones, complici inconsapevoli dei fetidi Hell’s Angels.

E qui tocca riavvolgere il nastro, perché “Sticky Fingers” ha avuto una gestazione lunghissima che comincia proprio poche ore prima di Altamont, anche se nessuno ancora lo sa in quel momento.

 

Sweet Home Alabama

1 dicembre 1969: Keith Richards avverte l’urgenza di spezzare la routine del tour americano in corso. A novembre la band ha inanellato 24 show e ora si trova a Jupiter, in Florida, e dovrà nuovamente esibirsi dopo 6 giorni a Tracy, in California. L’idea del chitarrista: sfruttare i giorni liberi per un viaggio ed una sosta prolungata in un luogo in cui effettivamente un tossico come lui, che viaggia pieno di droga, forse non dovrebbe trascinare i suoi compagni. Nel Sud reazionario, in mezzo a tutti quei rednecks pericolosi che non hanno chissà quale empatia per questi brits fighetti.

Ma Keef pensa che un pellegrinaggio ai .Muscle Shoals Studios, con la band perfettamente oliata da decine di serate dal vivo e pronta a registrare qualcosa in una cattedrale della musica, sia imperativo. Quella cattedrale sta a Sheffield, Alabama, ed è di recente costruzione ma di culto già molto fervente. Gli officianti sono quattro transfughi dei FAME Studios del grande produttore Rick Hall: hanno avuto delle divergenze, si sono messi in proprio e sono diventati la house band della loro stessa sala di registrazione. I formidabili Swampers sono Barry Beckett (tastiere), David Hood (basso), Roger Hawkins (batteria) e Jimmy Johnson (chitarra).

Gli Stones arrivano in Alabama il 2 dicembre per ripartire il 5.

Dopo qualche ora di rodaggio – con la registrazione che parte e da quel momento prosegue non-stop - la prima sera confezionano una cover molto credibile di “You gotta move” di Fred McDowell, uno spiritual che sporcano come si deve, assorbendo subito quelle vibrazioni funky che li avevano attratti in quel luogo magico, che daranno a “Sticky fingers” una cera particolare e che imprimeranno alla loro carriera una svolta sonora e stilistica definitiva.

 

Due capolavori in 24 ore

La seconda sera, il 3 dicembre, mettono insieme questo pezzo che Mick Jagger aveva pronto. Parla di schiavisti, ragazze e droga, si intitola “Brown Sugar” e sarà il classico dei classici della band: il suono, i riff, il testo, la scrappiness – e, ahilui, pure l’assenza del grande Jimmy Miller, mai presentatosi in tempo e sostituito da Jimmy Johnson, trasformatosi in ingegnere del suono per l’occasione.

Il brano contiene il passato, il presente e il futuro degli Stones. Soprattutto, intrecciando riff-voce-fiati, rivela come il gruppo che ha sdoganato il blues al pubblico bianco mainstream abbia ora assorbito del tutto l’essenza del soul più verace. In effetti è come se il rhythm and blues del Sud statunitense si fosse innamorato dei Rolling Stones, più che viceversa. E non finisce qui.

La sera del 4 dicembre, prima di rimettersi in strada per la California, prende forma questa canzone di matrice country, stavolta courtesy of Keith Richards. Entra in forma embrionale nello studio che trasuda una tradizione nera, gli altri Stones la imparano e la forgiano in tempo reale e diventa probabilmente la migliore ballata di una rock band di ogni tempo. E’ “Wild Horses”, un altro capolavoro (nonostante l’assenza alle tastiere del “sesto Stone” Ian Stewart, che ha saltato l’escursione al Sud: ahilui, ne prende il posto a Muscle Shoals un grande session man, Jim Dickinson: quel musicista di Memphis passava veramente di là per caso).

 

Dopo il 1969…? C’è il 1971

Solo 24 ore dopo – è il 5 dicembre - esce “Let it bleed”.

E’ un album formidabile. A quel punto è ancora presto per decidere se sia meglio di “Beggars Banquet”, ma è comunque già inconfutabile che i Rolling Stones hanno alzato l’asticella di molto. La curva qualitativa della loro carriera si è impennata.

Ma solo 48 ore dopo a Tracy, dove si trova la Altamont Speedway, i Rolling Stones finiscono per suonare le campane a morto per gli anni Sessanta. E’ il 6 dicembre. La mattanza che si consuma nel loro ultimo show del tour, quando gli Hell’s Angels massacrano a morte Meredith Hunter, strappa la band dalla magia e dallo stato di grazia di Muscle Shoals e la trascina a un pelo dalla dannazione. Tutto intorno si fa tetro, giù dall’Olimpo all’improvviso, una lettera scarlatta è già pronta. Il Diavolo ha presentato il conto, alla fine?

No, per fortuna. Lo stato di grazia che li aveva avvolti a Sheffield non li ha abbandonati, come rivelerà il 23 aprile 1971 l’uscita di “Sticky Fingers”, un disco concepito in Alabama e sbocciato sedici mesi dopo, saltando a pie’ pari il primo anno del nuovo decennio.

A quei tre pezzi made in Muscle Shoals, per diventare un capolavoro, “Sticky Fingers” aveva sommato altre perle.

Come la jam session straordinaria di “Can’t you hear me knocking”.

Come il country dall’umorismo macabro di “Dead flowers”.

Come “Bitch” che, se non fosse rock, avrebbe in sé le tracce del jazz per la sua capacità di restare perennemente sul filo del rasoio, ogni musicista libero di fare la sua parte e poi rientrare nel solco – e quei fiati, un capolavoro anche qui.

Come “Midnight rambler”, una locomotiva che sbuffa, prende velocità, riprende fiato – una potenza che tira con il blues e il boogie woogie.

Un disco talmente clamoroso che la mitica copertina con la zip firmata da Andy Warhol è la sua caratteristica meno importante.

Da Muscle Shoals, così stretta parente del Memphis soul e chiesa del rhythm and blues, l’album si era aperto al country e al blues, riscrivendo a sorpresa il manuale del Southern Rock. D’altra parte, se proprio doveva succedere, quando se non nell’anno di grazia 1971?

 

Dai Seventies al corporate rock

Lungo il solco di “Sticky Fingers” avrebbe preso forma, solo un anno dopo, l’epico doppio “Exile on Main St.”, più ricco ma meno coeso, più eterogeneo ma meno denso di classici, comunque un’opera eccelsa – addirittura straordinaria se si considera la situazione in cui sarebbe stato realizzato.

A quel punto si poteva solo scendere, e si scese. Iniziò per i Rolling Stones quello che la storia del rock avrebbe identificato come il lento declino della band – un declino, peraltro, alle cui altitudini molti grandi gruppi non si sognano nemmeno di arrivare, costellato com’è di album che si intitolano “It’s only rock and roll”, “Goat’s head soup”, “Some girls”, “Emotional Rescue” e “Tattoo you”.

Dopo il quale – è una vita fa, ma erano solo ragazzi quarantenni - gli Stones gettavano le basi per trasformarsi in una conglomerata della musica: più potenti di una label o di un promoter, sono diventati un punto di non-riferimento perché inimitabili.

Quando resta difficile districare il culto dal marketing, quando ridi perché ti chiamano un morto che cammina, quando sei capace di fare business anche col blues, sei davvero oltre.

Tracklist:

Side 1

  • Brown Sugar
  • Sway
  • Wild Horses
  • Can’t You Hear Me Knocking
  • You Gotta Move

Side 2

  • Bitch
  • I Got the Blues
  • Sister Morphine
  • Dead Flowers
  • Moonlight Mile
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