«STICKY FINGERS - Rolling Stones» la recensione di Rockol

Rolling Stones - STICKY FINGERS - la recensione

Recensione del 09 giu 2015 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

“Sticky fingers” è il miglior album degli Stones. Parola mia, ovviamente.
Gli Stones, nel ’71, avevano appena iniziato a fare la corsa su se stessi – e non hanno ancora finito. Ma, allora, erano musicalmente perfetti: cinque meno-che-trentenni nel pieno del loro talento ma già stagionati da un’esperienza quasi decennale; ormai avulsi da tendenze modaiole, con il movimento hippy alle spalle e nulla da dimostrare sotto il profilo dell’immagine; fatto il pieno di contaminazioni stilistiche positive, erano quanto di più colto e aperto offrisse una scena che aveva appena inaugurato il decennio forse più interessante e variegato nella storia del rock. Ditemi se non è uno sfondo ideale per un grande album di rock’n’roll.

E, fatto non trascurabile, dopo “Let it bleed” padroneggiavano meglio anche il lato “bianco” della migliore tradizione americana. Nati come alfieri europei di un blues ostracizzato dalla segregazione in patria, ora gli Stones avevano metabolizzato a modo proprio anche il country. Così in “Sticky fingers” si trovarono a suonare con la stessa naturalezza con cui pensavano, respiravano, godevano, facendo dell’album e di se stessi la matrice stessa del rock.
Ora: sono molti ma molti anni che non mi scaldo più all’annuncio di un nuovo album degli Stones - prego solo che continui ad essere un buon pretesto per un nuovo tour e che, chissà come, decidano di suonare in club da mille posti (con me in possesso di un pass globale, si intende). Ma le riedizioni, beh, quelle sono un altro paio di maniche. Per un fan sono la ricerca di una conferma, la scoperta di dettagli nascosti, il recupero di un’atmosfera. E la libidine delle bonus track, che alla fine sono la vera ragione per cui ci ritroviamo a scrivere di “Sticky fingers Super deluxe Edition” 44 anni dopo l’uscita dell’originale.
Data la mole e la tipologia del materiale - 33 brani, due ore e quarantotto minuti di musica – viene spontaneo trattarlo come un prodotto tutto nuovo, nel quale le tracce originali sono “solo” la scusa per il confronto con versioni alternative e sono, soprattutto, il veicolo mediante il quale distribuire anche un doppio live - due date del tour UK d’addio pre-esilio fiscale volontario del 1971, “Live at the Roundhouse” e “Live at Leeds University”.

E dunque, dopo un riascolto della tracklist originale, che giova sempre, ecco le bonus tracks. La prima è la versione di “Brown sugar” con Eric Clapton, pur sempre il miglior chitarrista del mondo vivente all’epoca. Brutta? No, impossibile, Slowhand non potrà mai nuocere con la sua presenza – e, per la cronaca, suona da re. Ma il pezzo, che ha un bel valore d’archivio, ha soprattutto il merito di mostrare chiaramente come gli Stones siano sempre stati maestri nel lavorare in sottrazione e si siano sempre impegnati a cercare la perfezione nei riff e nel “call and response” tra due sei-corde. Questi riff, in particolare, sono mitici perché assurti a simbolo di un suono in cui le chitarre sono anteposte a tutto il resto, a prescindere dagli interpreti che si sono succeduti negli anni. Sono riff quintessenziali, questi; pertanto sono inospitali, andrebbero lasciati in pace. La versione acustica di “Wild horses” – la più struggente ballata della storia del rock, se lo chiedete a me – è ottima perché rivela un Mick Jagger vagamente preda di un po’ di sana emozione e di fatica, si avverte quasi una nota soul nella sua interpretazione grezza e autentica. O, forse, stava ancora cercando la via giusta? Ascoltando anche altre “alternate version” dell’album, questa vaga impressione riemergerà, come se Jagger stesse ancora identificando la chiave giusta per appaiarsi alle chitarre in maniera impeccabile, per reggerne il ritmo sincopato o i cambi di genere – si ascoltino per riprova “Can’t you hear me knocking” o “Dead flowers”, più rock e meno country della sua omologa originale.
Una delle perle del disco è “Bitch”. Infatti la troviamo in versione da studio, come extended version e poi dal vivo. Quale che sia, abbiamo sempre in cuffia una band impeccabilmente in modalità live, con voce e fiati in simbiosi con le chitarre, con assoli incessanti ma sempre in bilico, rivelatori di un modo preciso di approcciare la sala di incisione, o il palco: questa è una jam che si estende a dismisura e, con i secondi, affina il pezzo, lo rende sempre migliore, consente a tutti i musicisti di riprendere la propria parte e rieseguirla meglio di poco prima.
Rispetto ai contenuti live, va detto che entrambe le date sono registrazioni pregevoli, ripulite senza eccedere nel patinato. Imperdibili “Love in vain”, che con i fiati diventa più soul, mentre la chitarra di Mick Taylor fa miracoli; le due versioni di “Midnight rambler” che durano oltre 11 e 13 minuti rispettivamente, prendendosi il lusso di fermarsi durante il proprio lungo tragitto alle stazioni del rock, del blues, del boogie woogie - cambiando ritmo, riposandosi, risorgendo; le cover non del tutto ovvie di “Little queenie” e di “Let it rock” a Leeds. E, in ogni caso, è quasi imprescindibile la presenza nella formazione live di Bobby Keys al sassofono, di Jim Price alla tromba e di Nicky Hopkins alle tastiere: tanta classe e un suono cambiato in meglio per sempre.
“Sticky fingers” è la prova che Dio esiste e che è dell’Alabama. Là, nei rustici Muscle Schoals Studios, “Brown sugar” e “Wild horses” sgorgarono di getto in sala un anno e mezzo prima della pubblicazione dell’album, appena dopo quel tour americano che nel 1969 aveva cambiato per sempre la musica degli Stones, lasciando che cinque giovani brits sballati riscrivessero le regole del Southern Rock.
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