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Calcutta, "Mainstream" 5 anni dopo: dentro il disco che ha rivoluzionato il pop italiano

Tra aneddoti e curiosità, la produttrice Marta Venturini - che affiancò il cantautore in studio in quel periodo - racconta la genesi dell'album in occasione del quinto anniversario dall'uscita.
Calcutta, "Mainstream" 5 anni dopo: dentro il disco che ha rivoluzionato il pop italiano

Da cantore del disagio a protagonista indiscusso del pop tricolore di questi anni, quello dell'indie divenuto "Mainstream", come si intitolava l'album con il quale Edoardo D'Erme, in arte Calcutta, forse intenzionalmente o forse no nel 2015 si apprestava ad aprire una nuova era della discografia italiana, negli stessi mesi in cui Niccolò Contessa e i suoi Cani e i Thegiornalisti di Tommaso Paradiso avevano iniziato a fare sul serio. Anticipato dal singolo "Cosa mi manchi a fare", "Mainstream" usciva il 30 novembre di cinque anni fa esatti (leggi qui la nostra recensione dell'epoca). Da allora tante cose sono successe, nella carriera di Calcutta e intorno a lui. In questa intervista Marta Venturini, che affiancò il cantautore di Latina in sala di registrazione, lo Studio Nero di Roma, nei pochi giorni in cui presero forma le canzoni di "Mainstream", ne racconta la genesi. Tra aneddoti, curiosità e segreti: "La nostra doveva essere una prova: invece in due settimane chiudemmo il disco".

Come vi conosceste?
"Fu Davide Caucci di Bomba Dischi a portarlo da me in studio. Era l'estate del 2015. Avevano provato a farlo lavorare con altri produttori, ma senza successo. Io all'epoca lavoravo soprattutto come autrice, per lo più per artisti del pop mainstream: da Emma Marrone ad Annalisa, cose che non c'entravano assolutamente nulla con la musica indipendente".

Edoardo, invece, aveva alle spalle due dischi dalle atmosfere lo-fi come "Forse..." e "The Sabaudian Tape" e una serie di progetti sperimentali alle spalle - su tutti, Le Suore Adoratrici del Sangue di Cristo - che lo avevano reso un paladino della Borgata Boredom, la scena culturale di Roma est, covo di artisti strambi e bizzarri. Tu eri già molto addentrata nella scena indipendente capitolina, anche come ex frontwoman dei Rumore Bianco. Ne avevi mai sentito parlare?
"Sapevo solo che i Calcutta, inizialmente, erano un gruppo, che facevano cose sperimentali e che quando gli altri se ne erano andati lui aveva mantenuto il nome della band".

Perché lo portarono proprio da te?
"Quelle di 'Forse...' e 'The Sabaudian Tape' erano canzoni-canzoni con le stesse potenzialità di quelle che avrebbero composto 'Mainstream', ma vestite con suoni e arrangiamenti poco funzionali. L'idea loro era quella di far venire fuori la scrittura di Edoardo, mettendo a fuoco un'idea di pop che avesse un suono più figo rispetto a ciò che andava per la maggiore in quel momento. Ero la persona giusta per aiutarlo".

"Mi andava di rompere le palle ad un certo tipo di giornalisti che avevano sempre tifato per me. Volevo piantarla con tutte quelle menate sperimentali, eleganti e raffinate che erano piaciute a tutta una serie di persone con il primo disco", ebbe a dire lui nelle interviste concesse durante la promozione di "Mainstream".
"Le differenze tra 'Mainstream' e 'Forse...' sono evidentissime, a livello di suono. È tutto molto più ripulito. A partire dalle voci, messe in primo piano nel mix anziché dietro: partii da quelle per aiutarlo a lasciarsi alle spalle le atmosfere sgangherate delle prime registrazioni. Edoardo aveva dei problemi con questa cosa: era come se dovesse cantare, cantare davvero. Imparò a conoscere la sua voce, una voce così espressiva. Sicuramente una delle chiavi del suo successo: se provi a far cantare un pezzo di Calcutta a una ragazzina di X Factor (Cmqmartina la scorsa settimana sul palco del talent di SkyUno ha cantato 'Albero', ndr), il risultato non è lo stesso. Ecco, in quelle due settimane Edoardo scoprì per la prima volta di essere un cantante".

Marta Venturini in studio di registrazione: dopo Calcutta ha prodotto diversi esponenti della scena indie romana, da Giulia Ananìa a Galeffi passando per i Viito, oltre a collaborare con Paola Turci, Emma e Annalisa. Nel 2019 ha fondato un'etichetta discografica, Rumore di Zona, che ha nel suo roster artisti del giro romano come i Disco Zodiac e l'ex frontman dei Mary In June Boreale.

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La prima volta che si presentò in studio?
"Arrivò in pantaloncini, calzini di spugna bianchi e ciabatte".

Il primo pezzo al quale lavoraste insieme?
"'Cosa mi manchi a fare'".

Partiste in quinta.
"La versione originale era lentissima. Una delle cose che all'inizio mi fece innamorare del suo personaggio fu questa: invece di mandarmi un file audio con la demo della canzone, mi mandò un video in cui la suonava prendendo in giro Brizio, uno dei ragazzi di Bomba Dischi, montato in maniera assurda, con lui che scriveva sulle note del pc. Insomma, uno di quei video strani che ancora oggi di tanto in tanto pubblica sui social. Gli consigliai di accelerarla tantissimo: tutta un'altra cosa".

Era stato già opzionato come primo singolo estratto dal disco?
"Eravamo indecisi tra 'Cosa mi manchi a fare' e 'Gaetano'. Alla fine la scelta ricadde sulla prima: era la canzone giusta, con quel giro di accordi alla tastiera che ti si ficca subito in testa".

La rivoluzione del pop italiano partì da quel giro di accordi.
"Registrammo il suono dalle casse della tastiera, una pianola giocattolo della Yamaha. Molto amatoriale come cosa, a pensarci. La tastiera la conservo nel mio studio come cimelio".

Edoardo aveva qualche reference particolare a livello di suono e produzione?
"No, zero. Eravamo io e lui davanti a un foglio bianco. Quando ci venivano le idee, le mettevamo nero su bianco. Un'altra chiave del successo fu l'originalità".

La tracklist includeva 8 canzoni, più i due intermezzi strumentali e "Dal Verme", il brano con Mai Mai Mai (Toni Cutrone). Arrivò da te proprio con quel pacchetto di canzoni?
"Oltre a quelle c'era anche qualcosina che però rimase fuori dal disco, come 'Saliva' (finì poi in 'Evergreen' del 2018, ndr). E 'Oroscopo', che uscì pochi mesi dopo e gli permise di conquistare il suo primo Disco d'oro".

Finirono nel disco così come le avevate prodotte o nelle fasi successive ci fu qualche cambiamento?
"L'unica canzone che venne stravolta, in fase di mix, fu 'Limonata'. Nella nostra versione c'era un pianoforte freddissimo e una chitarra. Lo avevamo arrangiato forse in maniera un po' troppo drammatica. Lo alleggerirono, lasciando un piano elettrico e la voce. Il fatto è che Edoardo non ha mai voluto sprofondare nel dramma musicale. La sua disperazione sta soprattutto nei testi e nell'espressività della sua voce. Un po' come facevano anche Rino Gaetano e Lucio Dalla, non prendersi mai troppo sul serio musicalmente".

Un altro pezzo molto amato di quel disco è "Frosinone".
"Il pianoforte è quello 'segato' di Giovanni Truppi. In quel periodo stava facendo delle prove da noi e aveva lasciato tutta la sua strumentazione in studio. Utilizzammo quel piano, mezzo scordato e con pochissime ottave, per tutte le canzoni di 'Mainstream': il suono, un po' tedioso e un po' scordato, viene fuori bene in 'Frosinone'".

Altri aneddoti?
"Per registrare 'Le barche' rimanemmo in studio un giorno intero. Edoardo volle incidere la voce nell'unica sala non sonorizzata, grande 50 mq, con un riverbero pazzesco. M'inventai tutta una serie di prolunghe di cavi che andavano dalla regia a questa saletta che sta proprio in fondo allo studio, parlavamo da lontano urlando. Di quella canzone avrò negli hard disk 200 take: non era mai soddisfatto del risultato".

Avevi la percezione che fossero grandi canzoni?
"Me ne resi conto pian piano, tra la fine della produzione e l'uscita dell'album. Io ho l'abitudine di far ascoltare ciò a cui sto lavorando ai miei amici e ai collaboratori più intimi. La cosa che notavo, all'epoca, era che le persone non si stancavano mai di ascoltare quei file, che erano ancora provinacci grezzi. C'era questa strana fame, una ruota generale di gente che era entrata in fissa con Calcutta: anticipava quello che sarebbe successo dopo. Mi ricordo che alla fine delle lavorazioni, quando i pezzi erano già tutti impacchettati, lo guardai e gli dissi: 'Edo, ma tu sei pronto per quello che succederà?'".

E lui?
"Viveva tra mille paranoie. C'erano dei giorni in cui era entusiasta di quello che stavamo facendo e dei giorni in cui, invece, se ne stava da mattina a sera buttato sul divano. I ragazzi di Bomba Dischi mi dicevano che si lamentava un po' con l'etichetta, che trovava tutto faticoso e che l'unica cosa che lo rendeva felice era sapere che sarebbe uscito il disco di Calcutta, a prescindere da come sarebbe andata. Questa cosa del pop, del 'mainstream', iniziò per scherzo ma diventò presto una cosa seria, reale".

Oggi vi sentite ancora?
"Ci siamo un po' persi di vista, anche perché lui da anni si è trasferito a Bologna. Ogni tanto ci commentiamo i post a vicenda su Instagram".

"Voglio che questo pezzo suoni come Calcutta": te l'hanno mai chiesto gli artisti passati nel tuo studio, in questi anni?
"Spessissimo, soprattutto nei primi due anni dopo l'uscita di 'Mainstream'. Ora più che il suono cercano quella magia".

Da cantautore del disagio a mito di una generazione: quello verso Calcutta è un culto eccessivo?
"Ha fatto esattamente quello che gli andava di fare in un momento in cui la musica era praticamente morta e le giovani promesse della canzone avevano davvero poche possibilità di emergere se non attraverso la tv. Ha cambiato tutto. È stato una stella cometa in questi anni. Chissà quando passerà la prossima".

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