Nils Frahm e il successo della "neo-classica": "Sono anacronistico, la mia è musica curiosa"

Il pianista e compositore tedesco pubblica "Tripping with", album live e film-concerto: conversazione con una delle figure più importanti per capire dove sta andando la musica odierna fuori dal pop e dal rock
Nils Frahm e il successo della "neo-classica": "Sono anacronistico, la mia è musica curiosa"

Se c’è un figura importante per capire come la musica attuale sia sempre meno incasellabile in generi e suoni, è Nils Frahm. “Tripping with” è il quarto disco in due anni del pianista e compositore tedesco: un live accompagnato da uno stupendo film-concerto registrato nel 2018 alla Funkhaus di Berlino nel tour di “All melody”.

Non è “musica contemporanea”: “Una definizione che sa di anni ’70 e della ECM”, mi spiega via Zoom dalla capitale tedesca, facendo riferimento all’etichetta nota per avere inventato un genere minimalista tra classica e jazz (e per avere pubblicato il “Koln concert” di Keith Jarrett e tutta la sua produzione successiva). “Io sono anacronistico, la mia è musica curiosa”: riflette: ed è vero per come mette assieme suoni classici (piani e tastiere) con elettronica vintage e suoni - quelli sì - contemporanei.
La popolarità di Frahm negli ultimi 10 anni è andata crescendo di pari passo all’attenzione “mainstream” per il piano solo e per una musica che qualcuno, impropriamente, definisce anche “neo-classica”. Assieme a lui nomi come il suo “trance friend” Olafur Arnalds, Chilly Gonzales, Peter Broderick (che l’ha portato alla Erased Tapes - l’etichetta simbolo del versante più “indie” e meno incasellabile della musica strumentale). Ma tra le sue influenze cita tanto il jazz quanto i Radiohead, il DJ inglese Four Tet e il minimalismo americano. Ci siamo fatti spiegare il nuovo album e la sua visione della musica “contemporanea”.

Cosa significa il titolo di questo album e perché un film-concerto proprio ora?
Volevamo documentare l’ultimo tour e abbiamo scelto di registrare 4 show a Berlino, alla Funkhaus, che è una sorta di seconda casa. Il titolo è una citazione del periodo Prestige di Miles Davis: “Steeaming  with…”, “Relaxin’ with” e così via: era un modo per evitare anche titoli più pesanti o banali. Inoltre è un disco che chiude 10 anni di carriera, un viaggio nel viaggio.

“All melody" è il tuo disco più ambizioso, tra elettronica e suoni “naturali”. Come hai tradotto un sound così complesso in uno spettacolo dal vivo?
Quando lavoro in studio non penso ai concerti. Poi quando l’album è finito, penso a come trasformare i brani, a remixare le composizioni, per così dire. Se possono essere riprodotte su un palco, se ho abbastanza mani per suonarle, se le canzoni non diventano troppo noiose per il pubblico. Alcune hanno un nocciolo solido che dal vivo può essere trasformato per creare l’atmosfera giusta. E cerco anche di modificarle di tour in tour, di modo che chi mi ha già visto non senta lo stesso brano sempre uguale.

Sul palco sei circondato da tastiere e da macchine. Ti si vede indifferentemente suonare un piano e usare arpeggiatori, midi, filtri software e aggeggi non bene identificabili per un ascoltatore comune. Qual è l’elemento “dal vivo” di un tuo concerto?
La mia musica è un dialogo simbiotico con le macchine.

Cerco di controllarle come un capobranco, ma le macchine hanno una sorta di loro volontà. È come cavalcare un cavallo selvaggio, rischi di cadere. Ma non è diverso dal rock: un chitarrista ha i miei stessi problemi nel trovare il suono giusto, usando magari la pedaliera. I Radiohead sono stato fondamentali per me, mi hanno fatto impazzire perché da giovane nella loro musica sentivo tutti questi suoni di cui non capivo l’origine, e così i Portishead. 
Uso la tecnologia per modificare i suoni: per un ascoltatore casuale può non essere la parte più interessante, ma per il musicista è parte della sua identità. È come non trovare le scarpe giuste per una persona che ama la moda. Se non trovi il riverbero o il delay giusto non ti senti sicuro e orgoglioso come vorresti. Con i miei ingegneri ho costruito strumenti che mi permettono di controllare i suoni come voglio, anche in diretta sul palco. .

La tua musica è difficile da definire, a partire dagli strumenti per arrivare al suono. Ci sono etichette  in cui proprio non ti riconosci? 
Spero che la gente che ama questa musica in futuro capisca che si può andare oltre i generi e le etichette: io ascolto di tutto, dal pop al rock al K-pop.

Sono curioso: ecco, forse: “musica curiosa”. Ma non “contemporanea”: io sono un anacronista. Non mi importa essere riconoscibile. La mia idea è che nella mia musica al 50% ci si senta a casa, e nell’altro 50% ci si senta al buio, in un posto che non si conosce. L’etichetta “contemporanea”, rimanda agli anni ’70, a etichette come la ECM. Amo la musica troppo per pensare che la si debba inscatolare.

Quindi anche la definizione “neo-classica”, che spesso viene usata per la tua musica e quella della tua etichetta, la Erased Tapes? 
Cerco di non odiare quella definizione, perché quello che mi è successa è stata molto bello. In ogni genere ci sono cose di qualità, e io da ascoltatore ragiono sulla qualità più che sul genere. Nel jazz ci sono dischi così rock che anche un ascoltatore impazzirebbe. 

Cosa ne pensi dell’esplosione del “piano solo” degli ultimi anni? Tu vieni inserito ancora in questo filone.
Suonerebbe arrogante se dicessi che ne sono parte o che ne sono responsabile, anche se è una cosa che spesso mi sento dire.


Soprattuto da una parte del pubblico più “indie” c’è un rifiuto verso il successo di questa musica: lo capisco perché se ne pubblica tanta. È musica che non fa male e va bene per le piattaforme e le playlist, dove invece un brano di musica più complessa diventa oggetto di skip da ascoltatori distratti. Max Richter, Chilly Gonzales, Olafur Arnalds e io la facciamo da un po’ di tempo ma io stesso ho delle fonti di ispirazioni molto diverse. Per alcune cose mi sono ispirato a band come i Rachel, un gruppo rock che suonava con un approccio classicista. E ovviamente la musica della ECM, che univa musica molto diversa e non classificabile. Jan Joahnson ha inciso musica stupenda per piano e .double bass negli anni ’60 che era esattamente la musica che avrei voluto fare. Oggi il mercato musicale è cambiato, c’è anche molta richiesta di musica per le playlist, per fare yoga o rilassamento. Ma questa non è colpa mia, almeno…

Parlando, vedo che usi indifferentemente “canzoni” e "composizioni". 
Non mi importa, in realtà. Vedo che certe volte la gente impazzisce pensando che sono composizioni e che le canzoni hanno a che fare con le parole. Ma alla fine le parole a cosa servono?

“Says” è diventata la tua “signature song”, la prima associata al tuo nome quando ti si cerca in rete. È inserita nel film ma non nel nuovo disco. Che rapporto hai con il tuo repertorio e con quel brano in particolare?
È una canzone che mi rilassa, soprattuto nei concerti che arriva dopo brani complessi come “All melody”, “Hammers” e ”#2“. Diventa una sorta di meditazione. I primi sei minuti possono sembrare lenti, ma servono a creare un contesto. Provo a pensare come alla gente viene ai concerti, come posso controllare lo spazio in cui si trova il pubblico, come attirare l’attenzione e farla focalizzare sulla musica, soprattutto in luoghi rumorosi. Una sequenza meditativa iniziale, che poi diventa ritmica e la gente che pensa “Ah, allora sta succedendo qualcosa…” 

Da quando avete registrato questo album e film il mondo del live è cambiato. Non hai pensato ad un concerto in streaming?
Lo streaming è una cosa strana: non sai mai se la gente sente bene, magari ti segue mentre lava i piatti o stende la biancheria.

C’era un bell’articolo del New York Times in cui il critico raccontava di un concerto in streaming seguito mentre era in giro. Diceva che era strano sentire Beethoven mentre raccogli la cacca del cane… Concludeva che era meglio di niente. Per me niente è meglio della cacca del cane.
Ovviamente per i fan è interessante avere una connessione con l’artista, magari mentre è in casa o si mostra in intimità, che è poi come usiamo i social media. Ci lasciamo andare sempre un poco di più. Ma io volevo andare nella direzione opposta: fare una meditazione visiva, con i suoi tempi. Questo è un film che viene distribuito su una piattaforma ma è pensato per i cinema, con correzione del colore, audio e suono curatissimi.

Dicevi che con questo album si chiude un cerchio della tua carriera. Ora cosa succede?
Io lavoro costantemente, ma cerco ovviamente di ragionare su cosa pubblicare e di alternare la tipologia di uscite, sapendo che i miei dischi tendono ad avere una vita lunga. Quando ho iniziato con la Erased Tapes era un mondo molto più piccolo, in cui bisognava pubblicare meno e guadagnarsi l’attenzione. I miei primi dischi sono stati ignorati per anni e riscoperti dopo. È come piantare dei semi e aspettare la pioggia e la fioritura… Quanto ai concerti, si tornerà a farli quando si potrà, intanto continuo a lavorare in studio.

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