Ghigo Renzulli, "40 anni da Litfiba". Anteprima

Da oggi in libreria l'autobiografia del chitarrista
Ghigo Renzulli, "40 anni da Litfiba". Anteprima

Dall’esperienza Cafè Caracas, alla nascita di una delle più longeve rock band italiane, i Litfiba, Federico “Ghigo” Renzulli racconta e si racconta nell'autobiografia (scritta con il giornalista Adriano Gasperetti e curata da Alberto Pirelli) intitolata "40 anni da Litfiba", che sarà da oggi nelle librerie (Arcana, 336 pagine, euro 19.50) e dai primi di dicembre disponibile anche in edizione libro + cd dei No.Vox a 35 euro.
Campano di nascita, fiorentino di adozione, giramondo per vocazione, Federico “Ghigo” Renzulli è il fondatore e da quarant’anni unico membro fisso dei Litfiba, con cui ha pubblicato tredici album e suonato in migliaia di concerti.

Il suo libro è la storia di una passione per la musica che lo spinge già da prima di quel 6 dicembre 1980 in cui i Litfiba debuttarono dal vivo (Renzulli arrivava dai Café Caracas, la stessa band di Raf).
L’infanzia, l’esperienza londinese, la voglia di vivere la musica d’oltremanica, il periodo punk, la new wave e il ritorno in Italia, tredici album in studio con i Litfiba, oltre a una decina di live e tre raccolte; il lavoro in studio, le prove in sala, il dietro le quinte dei live e dei video, i viaggi su e giù per l’Italia e non solo: in poche parole, la vita di un rocker italiano. 

Rockol pubblica in anteprima alcuni estratti da "40 anni da Litfiba".


Partimmo per Montreal, Canada, insieme ai Mano Negra per un unico concerto, il giorno successivo, allo Spectrum Theatre. I Mano Negra, all’epoca, in Francia e in Canada, erano decisamente più famosi di noi. Una band simpaticissima: e il loro cantante, Manu Chao, lo era ancora di più, una persona squisita e modesta senza nessun atteggiamento da primadonna e nessun grillo per la testa. È rimasta mitica la gag di quando suonarono a Milano e ci fecero da spalla, dato che in Italia erano meno conosciuti di noi. Dopo il concerto Manu Chao, che aveva un look molto casual street e un po’ trasandato, si aggirava vicino al palco mentre stavano smontando l’impianto. Un coordinatore degli scaricatori lo vide, e senza sapere chi fosse lo richiamò ad alta voce e gli disse di darsi una mossa e di caricare le casse sul camion. Manu Chao non disse niente e si mise a fare lo scaricatore finché non arrivò un tour manager che se ne accorse e, dopo aver fatto una parte di merda al coordinatore, se lo portò via. 

Pirata Tour, 1989

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Stavamo portando in giro uno spettacolo molto più organizzato rispetto a quelli degli anni Ottanta, con un disegno luci e una scaletta di brani ben precisa.

C’era meno spazio per l’improvvisazione o per cambiare i brani in scaletta all’ultimo secondo, anche se ogni tanto ci piaceva farlo, nonostante le bestemmie dei tecnici. Le sequenze luci erano programmate e cambiare qualcosa significava creare problemi nella scaletta luci. Allo stesso modo, per quanto riguarda l’audio, finito un brano il fonico predisponeva il mixer per il brano successivo, e se noi glielo cambiavamo gli toccava fare le corse per rimettere tutto a posto: questo a volte voleva dire che il primo minuto del brano l’audio era di minore qualità o che qualche strumento non si sentisse bene. Ci si mise anche la Siae, che un giorno mi mandò una lettera di diffida legale. Io ero l’addetto alla compilazione del borderò e lo firmavo personalmente come direttore dell’esecuzione musicale. Normalmente lo facevo prima di salire sul palco, per una questione di comodità, e lo consegnavo all’agente SIAE, dato che farlo dopo il concerto, stanco e sudato, mi faceva molta più fatica. Un giorno controllarono i brani che avevamo suonato e proprio quella sera noi ne avevamo cambiato uno, sul palco, all’ultimo secondo. Perloro questo voleva dire che, avendo fatto una dichiarazione diversa e suonato un brano non dichiarato, io stavo letteralmente rubando diritti di autore agli aventi diritto. Nulla voleva dire che i brani sostituiti fossero sempre firmati da me e Piero. Mi scrissero che se lo avessi fatto una seconda volta mi avrebbero denunciato. Da quel giorno il borderò è sempre stato fatto rigorosamente alla fine del concerto.

Messico, 1992 (© Sonia Basile)

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Il 12 gennaio suonammo al Palatrussardi a Milano, serata anche ripresa da Videomusic.

In quei primissimi concerti mi aveva seguito la mia compagna, e viaggiavo con la mia auto personale, la solita Opel Kadett, invece che con i mezzi a noleggio. Dopo il concerto, in camerino, arrivò un nostro carissimo amico, che era anche un promoter dei nostri concerti. Aveva in mano un bel regalo, una gigantesca torta molto particolare con un ingrediente diverso dal solito… era una bellissima torta all’hashish. Era squisita: dopo il concerto avevo un po’ di languorino e me ne mangiai una fetta e poi una seconda, che fu seguita dopo poco anche dalla terza. Quella sera dovevo ritornare a Firenze a riportare indietro la mia compagna, mentre gli altri dormivano a Milano per poi andare a passare il day off a Parma, la data successiva. Io li avrei raggiunti direttamente il 14 per il concerto. Caricai le mie due chitarre e all’una di notte partii per Firenze. Stavo benissimo ed ero ben sveglio. A metà viaggio cominciai a sentire qualcosa di strano. Che diavolo… Mi stava salendo il fumo a scoppio ritardato. Mi arrivò una botta potentissima. Rallentai la velocità, una cosa che faccio istintivamente quando sono stanco o non sto benissimo, e continuai a viaggiare in autostrada, come una lumaca, a 60 km all’ora. Mi sembrava di essere diventato un ingranaggio dell’auto. Andando piano riuscivo a guidare bene, e mi sentivo sicuro. Arrivai a Firenze… miricordo che vidi il cartello Firenze Nord e dissi tra me e me: “Sono quasi arrivato! Esco alla prossima a Firenze Scandicci, solo 6 km”. Poi il buio totale. Mi “risveglio” e vedo un altro cartello: Firenze Incisa. Ero andato avanti di 50 km! La mia compagna ronfava alla grande e io uscii a Incisa, mi fermai al casello e chiesi al casellante: «Scusi… per Firenze?». Riuscii finalmente a tornare a casa, era quasi l’alba… solo sei ore di viaggio.

Terremoto Tour, 1993 (© Alex Maioli)

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Nel concerto, data unica, al Teatro Palapartenope di Napoli successe una cosa che quando ci ripenso mi viene sempre da ridere.

Il tendone era stracolmo, mi sembra 6500 persone stipate in un posto da 3000 - 4000 circa. A quell’epoca si badava meno alle agibilità, problema che già due o tre anni dopo divenne molto importante. Finché ce ne entrava si stipava, e tutti gli organizzatori si comportavano in questo modo. Visto che la serata era in overbooking, il palco e lo spettacolo luci furono un po’ridimensionati e le transenne antipanico che avevamo sempre davanti a noi erano praticamente quasi attaccate al palco, con in mezzo solo lo spazio minimo indispensabile per far passare il personale del servizio d’ordine, possibilmente quello magro. Avevo il pubblico praticamente di fronte a me e ci guardavamo in faccia durante il concerto, una situazione che mi piace moltissimo perché gli sguardi e gli incitamenti del pubblico mi caricano e mi danno ulteriore energia. Durante il concerto mi accorsi però di qualcosa di strano. Avevo davanti una ragazza con la pancia appoggiata alla antipanico che gesticolava in maniera diversa dal solito. Mentre suonavo guardai meglio, e mi accorsi che dietro a lei c’era un ragazzo che durante il concerto, e in mezzo alla folla urlante, se la stava scopando. Mi misi a ridere e mentre suonavo feci un cenno con la testa al mio roadie indicandogli la scena; cominciò a sganasciarsi dalle risate e avvertì il servizio d’ordine. Il servizio d’ordine, ridendo, andò dai novelli Paolo e Francesca di dantesca memoria del cerchio dei lussuriosi, e gli fece notare che lì accanto, a tre o quattro metri, ai lati del palco, c’erano i carabinieri che si stavano guardando il concerto. Gli fecero notare che era meglio che i carabinieri non si accorgessero di quello che stavano facendo, altrimenti li avrebbero presi di forza e denunciati per atti osceni in luogo pubblico, e ciò non era affatto piacevole. I due ragazzi capirono immediatamente che era meglio smettere e che gli era andata di lusso, e smisero con le loro effusioni.

Terremoto Tour, 1983 (© Alex Maioli)

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Mentre continuavamo la composizione dei nuovi brani, ci invitarono all’inaugurazione del nuovo Hard Rock Cafè di Firenze.

Era il 4 luglio e la data non fu scelta a caso, dato che quel giorno ricorre l’anniversario dell’Indipendenza americana. Lo avevano costruito dopo aver rilevato un vecchio cinema di gran lusso, il Gambrinus, chiuso da qualche anno, nel pieno centro storico di Firenze, in Piazza della Repubblica, e la ristrutturazione, come mi confidò il direttore, era costata la bellezza di 7 milioni di euro. Avevano organizzato le cose in grande, e la sera su quell’enorme palco avrebbero suonato i Simple Minds, mentre il pomeriggio ci fu il tradizionale rituale del crash delle chitarre, il “guitar smash”. Era presente come madrina anche la prima dipendente dell’Hard Rock Cafè, una signora di una certa età che, anche se non al primo colpo, fracassò la sua chitarra. Sul palco, oltre a noi e la madrina, c’erano diverse personalità, fra cui il sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Ci consegnarono una chitarra elettrica a testa, niente di qualità… tranquilli… solo strumenti di basso costo, e piazzarono davanti a ognuno di noi un grosso ceppo in legno su cui dovevamo frantumare il nostro strumento. Una specie di plotone di esecuzione. Tutti si dettero da fare e ci fu chi la ruppe al primo colpo e chi dovette tirare molti colpi prima di rompere lo strumento. Io, con la mia chitarra, tirai una tale botta su quel ceppo che frantumai, al primo colpo, il povero strumento in tanti pezzi, facendoli schizzare dappertutto. Anche se ho una corporatura “ben in carne” sono molto forte e robusto, e avendo fatto molto sport in vitamia, ho dei bei muscoli potenti che quando servono fanno il loro dovere. Notai che anche il sindaco di Firenze aveva rotto in due pezzi la chitarra al primo colpo, e quando scendemmo dal palco gli feci i miei complimenti. Allora Renzi mi disse, in confidenza, che, per sicurezza, aveva fatto segare un po’ il manico della chitarra, così che bastasse un piccolo colpo per romperlo e aggiunse: «Non sono mica scemo… non voglio avere problemi…». Della serie, meglio aver paura che buscarne….


Estratti da "40 anni da Litfiba" di Ghigo Renzulli con Adriano Gasperetti, Arcana edizioni.
© 2020 Lit Edizioni s.a.s.
Per gentile concessione.

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