Bruce Springsteen, "Letter to you" spiegato canzone per canzone

Abbiamo ascoltato in anteprima il nuovo disco del Boss, inciso dal vivo in studio con la E Street Band
Bruce Springsteen, "Letter to you" spiegato canzone per canzone
Credits: Danny Clinch

“Classic rock”: la definizione si usa ormai da diversi anni, ed è perfetta per “Letter to you”, il nuovo album di Bruce Springsteen. 12 canzoni dal suono classico, un ritorno al rock dopo il pop vintage di “Western stars”.
Lo abbiamo ascoltato in anteprima (uscirà il 23 ottobre - assieme al film di Thom Zimny su Apple TV+) e c’è tutto quello che il Boss ha promesso nelle interviste di questi giorni. E c'è anche qualcosa di più: la E Street Band al suo meglio, una manciata di brani che rinfrescano la quintessenza di quel suono che Springsteen ha costruito in 45 anni di album e concerti.
“Letter to you” è sicuramente meno sorprendente di “Western stars”, che fu uno stupendo album “di genere”, fuori dal canone classico di Springsteen. Se vogliamo, è pure un po’ prevedibile, ma il suo limite è pure la sua forza: canzoni che scalderanno il cuore dei fan (e degli amanti del rock in genere) in un periodo duro. A fare la differenza e a rendere fresco il suono è la dimensione “live in studio”: ci sono diversi passaggi in cui la band va, e va, e la canzone finisce sfumata, ma te li immagini su un palco che continuano a suonare. Arriverà anche quel momento…
Intanto ci sono questi 60 minuti da ascoltare: un arco narrativo che parte ancora una volta della mortalità (il filo conduttore di tutti gli ultimi lavori di Springsteen, dall’autobiografia allo spettacolo di Broadway a “Western stars”) per viaggiare attraverso il passato verso una nuova consapevolezza del presente. I fantasmi degli amici di una vita che non ci sono più parlano con le persone e le cose che danno un senso al presente: la E Street Band, la gioia di fare e condividere musica. Inevitabilmente c’è qualche caduta di tensione, ma è un disco compatto e solido. Funziona l’inclusione dei tre brani degli anni ’70, risuonati oggi - una scelta che sulla carta lasciava perplessi: si risolve in tre ballate dylaniane da brividi, dove l’esperienza odierna della E Street Band si innesta su una scrittura decisamente classica. Classic rock, appunto.
Bentornati nella casa delle mille chitarre: ecco l’album spiegato, canzone per canzone.

“One Minute You’re Here”
Un’introduzione minimale, solo Bruce e la sua chitarra acustica, un piano appena accentato e qualche sintetizzatore in un delicato crescendo. Springsteen ancora ci porta “on the edge of town”, dove al posto della “Darkness” degli anni ’70 ci sono un “Autumn Carnival” e un “Red river”: lì inizia il racconto che è il filo conduttore dell’album, il tempo che passa, (“I thought I knew just who I was/And what I’d do but I was wrong/One minute you’re here/Next minute you’re gone) e il ritorno alle origini ma con una nuova esperienza (“Baby baby I’m coming home”).

“Letter to You”
Ed ecco che arriva la E Street Band: questa canzone la conoscete già ed è perfetta per ripresentare al mondo la Band e il suono live in studio del disco. C’è tutto quello che ci deve essere: forse non ha la forza di “The rising”, ma è un suono che crea empatia anche se non sei un fan di Springsteen. Le parole sono perfette per presentarsi senza filtri e trasmettere questo calore: “I took all my fears and doubts/ In my letter to you/All the hard things that I found out/In my letter to you/All that I found trueAnd I sent it in my letter to you”.

“Burnin Train”
Un riff di chitarre elettriche che si incrociano con le acustiche e dei campanelli che ricordano “Born to run”. Un rock semplice e diretto da 4 minuti che sembra uscito dai momenti migliori di “Lucky town”, solo che qua c’è la E Street Band. E si sente, soprattutto nel tiro del pezzo. Il tema della mortalità torna un’altra volta: “Take me and shake me from this mortal cage/Take me on your burnin’ train”.

“Janey Needs a Shooter”
una lunga ballata elettrica che sa di Dylan: l’attacco ricorda quello di “Like a rolling stone”, con batteria e organo; poi le chitarre che si rincorrono a sostenere la lunga galleria di personaggi che girano attorno a Janey: medici, preti, poliziotti e il narratore, “A man who knows her style”.
Un capolavoro con la lunga coda, sfumata a 7 minuti, che alza ulteriormente l’asticella. Come Springsteen abbia fatto non pubblicarla per tutti questi anni è un mistero: è Il primo dei tre brani degli anni ’70 reincisi, circola in diverse versioni bootleg e in una di Warren Zevon, che di quella di Bruce ha solo il titolo e il ritornello. 
Springsteen dice che queste vecchie canzoni sono un viaggio nella sua mente di ventenne, ma con il suono e l’esperienza costruiti negli anni. 
Esperimento riuscito.

“Last Man Standing”
Springsteen ha raccontato che l’ispirazione del disco è nata dalla morte di George Theiss, compagno nei Castiles, la prima band. ”The last man standing” è stata la prima canzone scritta per l’album: “Volevo raccontare come ci si sente da sopravvissuti della tua prima band. Mi sono reso conto che volevo scrivere di musica rock, e di cosa significa stare in una band e dialogare con il tuo pubblico”.
La canzone si apre con una chitarra acustica, poi entra la band ed ecco quel classico suono, con tanto di assolo di sax di Jake Clemons, il primo del disco. Rallentamenti e ripartenze mettono in luce tutti gli strumenti: le chitarre, il piano, un bel fill di batteria di Max Weinberg. “Rock of ages lift me somehow/Somewhere high and hard and loud/Somewhere deep into the heart of the crowd/I’m the last man standing now”.

“The Power of Prayer”
Una canzone che parte con il piano di Roy Bittan, come alcuni classici degli anni ’70, poi entrano le chitarre e il suono di tutto il gruppo. Una canzone che parla di notti d’estate e di musica (“As Ben E. King fills the air”) e soprattutto di amore “They say that love, love comes and goes/But darlin’ what, what do they know/I’m reachin’ for heaven/We’ll make it there/Cause darlin’ it’s just the power of prayer”. 
Un’altra variazione sul tema del classico suono della E Street Band, forse tra le meno incisive del disco: ricorda alcuni momenti di “Magic” e “Working on a dream”.

“House of a Thousand Guitars”
La casa delle mille chitarre è quel mondo dove “All good souls from near and far” si rinchiudono tutti assieme per qualche ora, ai concerti. Springsteen dice che è la sua canzone preferita, perché è dedicata a raccontare il rapporto con il suo pubblico: “So wake and shake off you troubles my friend/we’ll go where the music never ends, from the stadiums to the small town bars/we’ll light up the house of a thousand guitars”. 
La canzone usa - come da titolo - un muro di chitarre ma con un po’ di quel “twang” che si sentiva molto in “Western stars”: è pervasa da una leggera malinconia che la rende uno dei migliori momenti, nonché l’anello di congiunzione perfetto tra i due album.

“Rainmaker”
La canzone più politica: è stata scritta tempo fa e recuperata per “Letter to you” perché è attuale: il “Rainmaker” è un demagogo seguito con fede cieca, uno che si spaccia come l’uomo dei miracoli: “Rainmaker a little faith for hire/Rainmaker the house is on fire/Rainmaker take everything you have/Sometimes folks need to believe in something so bad, they’ll hire a rainmaker”. 
Inizia quasi come un blues con una slide, poi si apre con la chitarra elettrica, con degli efficaci “stop and go” prima dell’entrata del ritornello. Un altro brano che ricorda i momenti migliori di “Lucky town” e “The rising”.

“If I Was the Priest”
Un altro capolavoro con uno stile di scrittura narrativo molto “verboso”, come era Springsteen nella primissima fase della carriera: scritta negli anni '70, venne addirittura usata per il provino per John Hammond, l’uomo che mise sotto contratto Dylan e che fece lo stesso con Springsteen. 
Parte voce e chitarra, e poi si apre come una stupenda ballata che ricorda il Dylan elettrico di metà anni ’60, ma suonato dalla E Street Band: 7 minuti da brividi, con cambi di tempo e una coda con armonica e assolo di chitarra sixties. Un’altra canzone che sfuma, e ti immagini la band che continua a suonare, e suonare…

“Ghosts”
Un bel rock basato sul suono della chitarra elettrica 12 corde - molto Tom Petty & The Heartbreakers. Springsteen ricorda George Theiss (“I hear the sound of your guitar/Comin' in from the mystic far") e parte dal suo passato e per vederne gli effetti sul presente. 
Un’altra canzone dedicata al potere del rock, con quell’urlo “I’m alive” e il “la la la la la” finale che sono la quintessenza di Springsteen e della E Street Band. Impossibile non immaginarla come la perfetta canzone di apertura di un concerto, ma dovremo attendere…

“Song for Orphans”
Il terzo brano degli anni ’70, un’altra ballata che più dylaniana non si può: inizia con voce chitarra e armonica e anche nella scansione dei versi sembra uscita da “Blonde on blonde”. 
Venne scritta nel ’72, prima ancora dell’esordio discografico, suonata in quel periodo e presa pure in considerazione anche per “Born to run”: delle tre “classiche” è l’unica pubblicata ufficialmente in precedenza, in una versione solista dal vivo del 2005 inclusa in un bootleg ufficiale. 
“How many wasted have I seen signed “Hollywood or bust”/They’re left to ride them ever-ghostly Arizona gusts”: una storia alla “Western stars” che crea una sorta di anticlimax che conduce verso il finale.

“I’ll See You in My Dreams”
Parte come ballata acustica delicata, poi diventa un classico mid-tempo elettrico che si chiude con un bell’assolo di twang guitar e la voce di Bruce: un saluto finale che cita un’altra volta Dylan (“Death is not the end”) e che serve a ricordare i fantasmi e gli amici lasciati per strada, con una musica potente che contrasta le parole un po’ malinconiche: “The road is long/And seeming without end/Days go on/I remember you my friend/And though you’re gone/ And my heart’s been emptied it seems/I’ll see you in my dreams”.

Dall'archivio di Rockol - Bruce Springsteen racconta Asbury Park
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.