Mick Jones, Paul Simonon, Don Letts e Johnny Green celebrano i 40 anni di 'London Calling'

Il capolavoro dei Clash è oggetto di una mostra al Museum of London visitabile fino al prossimo 19 aprile

Mick Jones, Paul Simonon, Don Letts e Johnny Green celebrano i 40 anni di 'London Calling'

(di Viola Pellegrini, da Londra)

I Clash e Londra formano un binomio indissolubile. Ascoltando gli album della band, è naturale collegare certi suoni alle atmosfere della città: “C’è un rumore a Londra che sembra quello delle nostre canzoni”, ha dichiarato Mick Jones. “London Calling” in particolare, con il suo amalgama di generi, sembra l’equivalente musicale del vibrante melting pot che caratterizza la capitale britannica.

Attraverso la propria musica la band di Joe Strummer fornivano un commento, quasi brutale nella sua onestà, dell’ambiente in cui viveva: l’apocalittico brano omonimo che apre “London Calling” è sintesi di uno dei periodi più bui per Londra e il Regno Unito, quel 1979 segnato da scioperi, dall’avvento di Margaret Thatcher e da una generale disillusione tra i giovani. “Non avevamo una soluzione per i problemi, ma speravamo in un futuro in cui il mondo sarebbe stato un po’ meno miserabile”, spiegava Joe Strummer in “Westway to the World”. È significativo, allora, che i quarant’anni di “London Calling” vengano celebrati in un momento in cui le parole della title track sono ancora drammaticamente attuali. Sul finire di un decennio non troppo lontano nei toni da quella che aveva visto la nascita dei Clash, Londra ricorda quello che è forse il suo album più rappresentativo con una mostra al Museum of London e un evento al British Film Institute, al quale sono apparsi Mick Jones, Paul Simonon e i collaboratori della band, Don Letts e Johnny Green.

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Nelle sale del Museum of London, i punk dell’epoca pensano a Strummer con una nota di malinconia: “Abbiamo incontrato Joe poco prima che morisse”, spiega uno di loro mentre osserva il basso di Paul Simonon immortalato nella copertina di “London Calling”. Poco distante dallo strumento, un’intera parete è ricoperta dalle foto di Pennie Smith, autrice dello scatto considerato oggi il più bello del rock ‘n’ roll. L’episodio ritratto vede Simonon mentre distrugge il basso sul palco del New York Palladium durante il “Take the Fifth Tour”. L’immagine, decisamente sfuocata, rievoca (secondo un critico) l’arte di Willem de Kooning e Jackson Pollock. L’associazione, anche se inusuale, è efficace nel descrivere la musica dei Clash: in “London Calling”, il gruppo sperimenta tra sonorità reggae, rockabilly e rock ‘n’ roll; la potenza espressiva dei brani è la stessa degli intensi quadri di Pollock.

“I Clash sono gli unici ad aver mantenuto la promessa di non andare a Top of the Pops”, sentenzia un fan in un filmato della BBC visibile nella mostra. L’autenticità che differenziava la band dagli altri gruppi è percepibile anche negli oggetti esposti: gli abiti indossati da Joe, Paul, Topper e Mick durante i concerti potrebbero sembrare un’attenta operazione di marketing, ma i look venivano scelti dai quattro con assoluta indipendenza. Nella mostra sono presenti anche i testi originali dei brani di “London Calling”, la macchina da scrivere di Joe e alcune riviste musicali, tra cui spicca una pagina del New Musical Express in cui i lettori avevano votato Strummer come primo ministro.

Nel 2019 invece, a guidare il Regno Unito è Boris Johnson, riconfermato leader (dopo una vittoria schiacciante sul partito laburista di Jeremy Corbyn), soltanto due giorni prima dell’apparizione di Simonon e Jones al British Film Institute. La politica di Johnson si distacca completamente dal messaggio inclusivo della musica dei Clash e la serata al BFI sembra in qualche modo una risposta alla sua ascesa. Quando, durante l’evento, è stato chiesto a Simonon un parere sulla dichiarata ammirazione del primo ministro per i Clash, il musicista ha ironicamente commentato: “Evidentemente non ha ascoltato le parole delle nostre canzoni”.

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Il pubblico accorso alla proiezione del documentario di Don Letts, “Westway to the World”, è lo stesso che si incontra visitando la mostra dedicata a “London Calling”. Grazie ai vecchi punk, ritroviamo quel senso di appartenenza che da qualche giorno mancava nella nostra quotidianità.

Dopo la visione del film, Mick Jones, Paul Simonon, Don Letts e Johnny Green hanno aperto la conversazione ricordando “London Calling”. Uscito il 14 dicembre 1979, il doppio LP è diventato uno degli album più celebri del rock ‘n’ roll, incluso da Rolling Stone nella classifica dei migliori dischi di tutti i tempi e considerato da molti il momento più alto nella carriera dei quattro. Sorprendentemente però, Jones e Simonon si sono detti distaccati dal loro capolavoro: “Quando finisci un album passi immediatamente al prossimo progetto e non ti soffermi a pensare. In un certo senso, mi sono distaccato da quel disco”, ha spiegato Simonon. “Condivido quanto detto da Paul”, ha aggiunto Jones: “ho cercato di distaccarmi da 'London Calling' perché altrimenti non avrei avuto nessun tipo di protezione”.

A contribuire allo status leggendario dell'album, è stato anche il video dalla title track, diretto dal collaboratore della band, Don Letts: “'London Calling' è il secondo video musicale che ho girato e sono molto grato al gruppo perché avrebbero potuto scegliere chiunque, ma hanno preferito me, quindi devo molto ai Clash. Quando l'abbiamo realizzato stavamo semplicemente facendo ciò che sentivamo, non c’erano piani. Il video doveva essere girato nel pomeriggio, non sapevo della marea del fiume e volevo mettere una telecamera nell’imbarcazione. Quando ero pronto per girare, era già sera, stava piovendo e faceva freddo. Questa è stata però una delle mie più grandi fortune, perché con il budget che avevo non potevo permettermi nessun tipo di effetto. È stato un momento decisamente punk perché ho usato la mia inesperienza a nostro favore”.

Era stata la comune passione per la musica reggae a far incontrare Letts e i Clash. Il regista era un noto DJ del club punk Roxy e i dischi che suonava ogni sera avevano catturato l’attenzione del gruppo: “Il punk era inclusivo ed è in questo modo che sono diventato un film-maker perché non ti limitavi ad essere un fan, ma diventavi parte del movimento. Ho incontrato i Clash grazie alla nostra passione per la musica giamaicana”. La musica reggae faceva però da sempre parte dei Clash: “Non sono stato io ad introdurre i Clash alla musica reggae”, ha chiarito Letts: “Paul amava questo genere prima del punk, così come John Lydon e Joe Strummer. Quello che ho fatto è cercare di far interagire i bianchi con le persone di colore”.

Contrariamente alle altre band del periodo, i Clash lavoravano duramente per migliorare le loro abilità musicali ed erano stati tra i pochi gruppi ad includere nel loro sound generi diversi come il rockabilly, il dub e persino una prima versione del rap: “Nessuno degli altri gruppi punk lavorava come i Clash”, ha detto il loro collaboratore Johnny Green: “Non stavano chiusi in studio, ma andavano in tour negli Stati Uniti per lungo tempo e suonavano a Londra. Erano una band non stop”.

“Lavoravamo duramente”, ha aggiunto Jones: “Ci avevano insegnato un’etica lavorativa, il nostro primo manager voleva che pagassimo lo studio, quindi lavoravamo per poi poter suonare. Per quanto riguarda la nostra musica, non so esattamente da dove arrivi. Una mia amica ha chiesto a Prince da dove venivano le sue canzoni e lui indicando in alto ha risposto ‘arrivano da lassù’. Sapevo esattamente quello che intendeva”.

I Clash avevano un rapporto speciale con i propri fan, tanto che alcuni, come Johnny Green, finirono per lavorare con la band: “Inizialmente ero solo un fan, ascoltavo i loro dischi e così decisi di andarli a vedere in concerto a Belfast. Quel live fu cancellato perché i presenti avevano distrutto le finestre del locale. Tornarono a suonare qualche settimana dopo”.

“In quegli anni quando andavamo per la prima volta in un club c’erano poche persone, poi tornavamo e ne trovavamo migliaia”, ha ricordato Jones: “Aiutavamo i ragazzi ad entrare ai concerti quando non potevano pagare il biglietto. Sapevamo come si sentivano perchè anche io mi ero trovato in quella situazione, quindi li facevamo entrare durante il soundcheck. Era compito di Johnny cercare di far entrare il maggior numero di persone”.

Nel 1977, Mark Perry, autore della celebre fanzine Sniffin’ Glue, dichiarò la morte del punk nel momento in cui i Clash avevano firmato con la CBS. Anche secondo Jones, il punk ebbe vita breve: “Il punk è rimasto vivo durante i ‘100 giorni’ del Roxy. Quando Zandra Rhodes (nota fashion designer) ha iniziato a fare abiti per l’establishment sapevamo che era tutto finito”.

Se il movimento punk non esiste più da tempo, nell’attuale scena musicale a mancare è anche qualcuno che abbia gli stessi ideali del grande Joe Strummer: “La musica per Joe non era basata sull’esito commerciale, credeva che fosse un mezzo per il cambiamento sociale. Prima del punk, Joe si faceva chiamare Woody in omaggio a Woody Guthrie” ha commentato Letts.

Osservando il pubblico accorso all’evento del BFI, è sorprendente notare come la musica dei Clash sia stata capace di abbattere qualsiasi barriera temporale, diventando inno di numerose generazioni. Simonon riconduce l’importanza del gruppo alle parole delle loro canzoni: “I nostri brani sono ancora rilevanti e rappresentano un ponte tra il passato e l’era moderna. Joe diceva sempre che Karl Marx non era riuscito a cambiare il mondo, quindi non potevano certo riuscirci quattro ragazzi londinesi. Tutto quello che volevamo era vivere in un paese in cui il governo si prendesse cura delle persone. Sarebbe stato qualcosa di cui essere fieri”.

“Non chiedetemi perché guardo in maniera quasi ossessiva ai gruppi rock ‘n’ roll come modello di una società migliore” aveva scritto Lester Bangs nel 1977 in un articolo sui Clash. Nel vedere Mick Jones e Paul Simonon che, in conclusione alla serata, incontrano e ascoltano con interesse i loro fan, viene da chiedersi perché la visione di Bangs non possa semplicemente tramutarsi in realtà. A quarant’anni dalla pubblicazione di London Calling, dei Clash abbiamo ancora un disperato bisogno; in fondo sono stati e saranno sempre “the only band that matters.

Rockol, dallo scorso 25 novembre, sta celebrando il quarantennale della pubblicazione di “London Calling” dei Clash, che ricorre il 14 dicembre 2019: a questo indirizzo sono disponibili tutti gli approfondimenti che abbiamo dedicato per l'occasione al terzo disco della band di Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon.

Dall'archivio di Rockol - 5 curiosità sui Clash
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