Concerti memorabili: Tom Waits, Sanremo 22 novembre 1986

“Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock”: Massimo Cotto li racconta nel suo libro “Rock Live”, di cui proponiamo un estratto
Concerti memorabili: Tom Waits, Sanremo 22 novembre 1986

Pochi attimi prima della mezzanotte, ormai prossimi al “closing time” del miracoloso Premio Tenco 1986 ma non certo a quello delle emozioni e delle preghiere, introdotto da un’andatura traballante, incerta, sghemba e asimmetrica che si rompeva a tratti in implosioni epilettiche, in uno sformato completo grigio con camicia a rigoni sfinita e cappellaccio, Tom Waits è salito sul palco del teatro Ariston di Sanremo.

Con l’espressione perennemente in bilico tra l’assonnato e il troppo timido, l’ingenuo e il tenero, solleticando stupore per l’impressionante somiglianza con l’Henry Fonda di “Furore”, si è seduto al pianoforte e ha iniziato i suoi 50 minuti di evento. Impossibile definirlo un semplice concerto, semmai spettacolo multimediale d’arte povera, apparentemente un ossimoro. Le storie che racconta al pianoforte sembrano far parte del minato campo del teatro-canzone, o meglio della canzone-teatro. Ogni minima sfumatura nella voce incrostata di raucedine, ogni movimento degli occhi a ricercare la complicità del pubblico, ogni replica delle sue notevolissime capacità mimiche e gestuali intensificano il significato di ciò che sta cantando. Perché, al di là di ogni contorno che può essere aggiunto, Waits possiede la rara capacità di accentrare su di sé gli sguardi della gente, quasi ipnotizzata, caratteristiche delle rockstar planetarie, ma che ti stupisci di vedere in un artista geniale ma pur sempre di culto.

Per questo non sono di alcuna importanza la coreografia o gli effetti scenici. Quando l’artista californiano si ferma in piedi al centro del palcoscenico, con un martello e una grossa pietra, e canta “Walking Spanish” senz’altro accompagnamento che il battere ritmato del martello tra ogni strofa, e il pubblico impazzisce, si capisce che è lui lo scenario e non serve altro. Perché quello di Waits è teatro verità, distante dal glamour della Quinta Strada e di Broadway, di Hollywood e Miami Vice: la sua piccola America è tutta racchiusa tra la Nona e Hennepin, dove i nomi delle ciambelle sembrano quelli di prostitute e i segni dei denti della luna sono rimasti sul cielo come pezzi di copertone sparsi ovunque, dove gli ombrelli rotti sembrano uccelli morti e il fumo che esce dal tombino fa pensare che questa maledetta città stia per scoppiare completamente. Per cantare queste cose, buie e roche come la sua voce di catrame, non servono gli orpelli. Ecco perché Waits si è presentato sul palcoscenico dell’Ariston con una strumentazione scarna ed essenziale (pianoforte e contrabbasso), quasi povera, ed è riuscito, prerogativa dei grandi, a non fare un concerto povero. Perché basta modulare la propria voce in modo semplice per imitare il rumore delle auto che transitano sulla interstatali americane e riuscire a evocare corse notturne ai margini della città o insegni di motel ai bordi della strada come in un film di Wenders o un dramma di Shepard. Se poi non ci si vuole scostare dall’universo geografico, artistico e anche un po’ oleografico dell’uomo che ha reso celebre il Tropicana Motel (dove segò le pareti della cucina per far entrare il pianoforte), basterà fermarsi alla Rickie Lee Jones di “The Last Chance Texaco”.

Waits, sornione e trasognante, fingeva di accodarsi alle richieste del pubblico chiedendo: “Che cosa volete sentire?”, ma in realtà glissava sui pezzi ad alta gradazione alcolica, i più richiesti dalla sala. Spettacolo nello spettacolo era osservare il pubblico commosso, tutto in piedi a far tremare il teatro di applausi e lui, commosso a sua volta e credo sinceramente stupito, accennare due passi verso il piano, fermarsi incerto a grattarsi la nuca, rivolgere uno sguardo interrogativo a chi, come me, lo guardava dietro le quinte, incerto se proseguire o no, e poi finalmente concedere l’ultimissimo bis.

Che Tom Waits arrivasse davvero, non lo credevano in tanti. Forse non ci credeva nemmeno Amilcare Rambaldi, che del Tenco è stato l’anima bella per infiniti anni. La mattina di quel sabato si era sparsa incontrollata la voce che il figlio dell’artista californiano avesse l’otite. Invece no. È arrivato davvero. Questa la scaletta di quel magico appuntamento: “Tango Till The’re Sore”, “I Wish I Was In New Orleans”, “Downtown Train” (riletta, tra i tanti, anche da un ispirato Rod Stewart), “Jersey Girl” (magnificata da Springsteen dal vivo), “Walking Spanish”, “Tom Traubert’s Blues”, “When You Dream”, “On The Nickel” (capolavoro), “The Heart Of Saturday Night”, “Burma Shave”, “Broken Bicycles” (dalla colonna sonora di “Un sogno lungo un giorno” di Francis Ford Coppola).

Di quella sera ricordo i minuti in camerino con Waits, la moglie Kathleen Brennan e il molto protettivo Gianni Minà. Ricordo la timidezza di Waits, il suo autografo che sembrava quello di un vecchio, fatto con mano tremante e traballante. La sua sorpresa quando dal palco è arrivato l’eco del blues partenopeo di Enzo Gragnaniello, con Waits a chiedere: “Chi è che sta cantando? In quale lingua canta?”. Ricordo una passeggiata a notte fonda con Paolo Conte, a parlare di Frank Capra. Ricordo soprattutto mio padre. Aveva appena comprato una Volvo nera di cui andava molto orgoglioso. L’autista della limousine (o qualcosa che ci assomigliava) che portava Tom Waits e Roberto Benigni faticava a fare manovra, così mio padre, timoroso che gli bocciassero la macchina, andò a bussare al finestrino. Davanti agli sbigottiti giornalisti, disse: “Faccia attenzione, quella è la mia macchina”.

Ciao papà. Ti ho preso in giro per anni, ma vuoi sapere una cosa? Hai fatto bene. Hai fatto davvero bene.

Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, che ringraziamo, dal libro “Rock Live” di Massimo Cotto, edito da Mondadori (275 pagine, 18 euro), al quale rimandiamo per la lettura completa del capitolo relativo e per tutti gli altri concerti in esso raccontati.

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