Missincat racconta "10": "Si chiude un ciclo"

Abbiamo fatto due chiacchiere con la cantautrice e produttrice milanese trapiantata a Berlino per farci raccontare il suo ultimo lavoro, "10".

Missincat racconta "10": "Si chiude un ciclo"

A dieci anni dalla pubblicazione del suo primo album, la poliedrica Caterina Barbieri, altrimenti nota come Missincat, ha deciso di mettere in discussione certezze e abitudini, a cominciare dalla propria musica. Per il suo ultimo lavoro, infatti, la cantautrice e produttrice milanese dal 2007 trapiantata a Berlino si è liberata dalla confortante protezione che la lingua inglese le aveva finora concesso per mettere a nudo sentimenti e necessità attraverso l'uso dell'italiano, con lo stesso immutato bisogno di arrivare dritta all'essenza delle cose. Rielaborando l'idea del viaggio liberatorio, questo anniversario chiude un ciclo per accoglierne uno differente tra cambiamenti, fragilità, nostalgie e un paio di colpi al cuore che Caterina ci ha raccontato alla vigilia della pubblicazione del suo nuovo album, intitolato programmaticamente "10". Un'esigenza di rinnovamento compiuta senza fretta, indispensabile non solo per andare ancora avanti ma anche per migliorarsi, con la certezza che in fondo le riflessioni generate in un arco di tempo piuttosto lungo portano preziosi benefici.

 

Il nuovo album si intitola "10". Cosa rappresenta per te questo numero?

Il punto di partenza è stato il decennale del mio primo album, pubblicato nel 2009. Questi dieci anni hanno avuto molta ripercussione su quello che ho voluto trattare nel disco e hanno aperto un nuovo corso, mettendo in discussione quanto fatto finora. È entrato tutto nell'album ed è stato come la chiusura di un ciclo e l'inizio di un altro.

 

L'album apre un nuovo capitolo della tua carriera, metabolizzando inevitabilmente un periodo della vita di Caterina. Questo bisogno di raccontarsi, mettendo a nudo vulnerabilità in cui è facile riconoscersi è per te un beneficio?

La musica può avere un effetto terapeutico. Quando affronti dei temi che vanno a finire in un brano di tre minuti sei per forza costretto a una sintesi. Richiede quindi un certo processo di elaborazione.

 

Per la prima volta nella tua carriera canti interamente in italiano. Come mai questa scelta?

Come tutte le cose è semplicemente successo: mi sono ritrovata ad avere dei brani in italiano e mi sono chiesta se volevo farne un lavoro più complesso. Quello che ho capito scrivendo queste canzoni è che l'italiano, nonostante un uso quotidiano piuttosto arrugginito, rimane per me il mezzo linguistico più atavico e istintivo.

 

L'utilizzo di una lingua straniera, come nel tuo caso è stato l'inglese, può essere un guscio per non mostrarsi troppo. Com'è stato per te esporti nella tua lingua madre senza questo tipo di protezione?

Sicuramente, anche dal punto di vista artistico, scrivere nella propria lingua porta a un'esposizione diversa. In italiano inevitabilmente si fa anche maggiore attenzione al testo, che a volte può diventare anche più rilevante della musica stessa. Ero consapevole di questo e devo dire che ne ero anche spaventata, perché dopo tanti anni passati all'estero il modo in cui si utilizzano espressioni e immagini alla fine cambia. Avevo quindi il timore di essere poco allineata e di appartenere a un mondo differente. Questa particolarità sicuramente alla fine viene fuori, anche proprio dall'unione di questi aspetti.

 

Questo si è tradotto in un modo diverso di approcciarti alla tua musica?

Il suono della lingua va influenzare le melodie, gli arrangiamenti e la produzione, visto che un motivo bellissimo in inglese in italiano potrebbe non funzionare allo stesso modo. Io scrivo sempre prima la musica e tendenzialmente provo delle melodie. In più ho una specie di pozzo di idee da cui attingere: frasi e parole che non hanno una forma ritmica finché non li associo a una melodia. Quando una di queste rendeva bene, allora capivo che poteva funzionare.

 

Si tratta di un disco che ha avuto una lavorazione piuttosto lunga. Puoi raccontarci com'è andata?

Lunga e interrotta, per via della registrazione dell'altro album a cui stavo lavorando e che nel frattempo è uscito, e poi per via del successivo tour. È stato un processo più volte sospeso, al punto da sembrare di non avere fretta di essere completato e alla fine è andata bene così. Ho continuato a scrivere, perciò alcune cose nuove sono entrate mentre altre vecchie invece sono uscite. Scrivere un disco in arco di tempo lungo secondo me è positivo perché porta a dei vantaggi.

 

Nelle tue canzoni ci sono storie di contrasti sentimentali che sembrano non lasciare scampo. Sono davvero così complicate le relazioni oggi?

Mi sentivo talmente a nudo con la lingua italiana che alla fine ho barato! Alcuni brani sembrano canzoni d'amore ma in realtà non lo sono. Erano temi per me esistenziali e li ho camuffati in una trasposizione più ambigua. Mi sono comunque ripromessa di svelare qualche dettaglio dal vivo. Sono rapporti interpersonali, ma sono anche legami e connessioni con il mondo. Quella che può sembrare la storia di una relazione, non necessariamente è rivolta a una persona, amante, confidente o partner che sia. In realtà sono io che mi rivolgo all'Universo.

 

Dalle prese di coscienza di "Oggi no", all'amarezza di "Come una dea", passando per la voglia di nuove scoperte di "Più vicino", il tuo è un racconto di malinconie e nuove ripartenze. Ti senti in bilico tra questi due opposti?

Per certi versi sicuramente. Ma nel momento in cui si elabora la malinconia c'è già il desiderio di venirne fuori.

 

In "Mare" hai scelto di raccontare dell'emergenza nel Mediterraneo dal punto di vista di chi non ce l'ha fatta a concludere il suo viaggio della speranza, citando la grande indifferenza dietro la tragedia. Come mai hai deciso di chiudere un album di rinnovamento con un cazzotto allo stomaco dell'Occidente?

Non so quanto può essere violento questo colpo per chi ascolta il disco. So che io stessa faccio fatica a cantarla dal vivo. Questo pezzo l'ho scritto tre anni fa e il tema purtroppo è ancora terribilmente attuale. Avere questa canzone però mi ha dato la possibilità di poter dire la mia e dare il mio contributo in termini di consapevolezza. Anche qui in Germania, portando in giro il brano, ho potuto parlare di questa realtà anche a chi non ha mai riflettuto su quello che sta succedendo quotidianamente. Si tratta di una storia che riguarda esseri umani come noi, ma che ridotta a cifre ci permette di avere un certo distacco emotivo, altrimenti piangeremmo ogni volta che apriamo il giornale. Quello che ci tenevo a evidenziare era soprattutto l'amore: queste persone hanno amato, erano padri, figli, mariti e questo lascia davvero senza parole.

 

"10" rappresenta anche l'anniversario della pubblicazione del tuo primo album, "Back on my feet" del 2009. Da quella prima esperienza fatta principalmente di due elementi - chitarra acustica e una timbrica, al tempo stesso adulta e bambina - la tua musica si è arricchita di sfumature e coloriture differenti, lasciando però riconoscibile un certo bisogno di essenzialità. Cos'è cambiato in questi anni?

Si ha sempre l'esigenza di evolversi, di andare verso direzioni diverse e di provare cose nuove, così come di migliorarsi. Quando ascolto le cose vecchie sento però una certa maturità, magari acerba, perché ritrovo degli elementi che sono tuttora il mio filo conduttore. Cose che sono ancora essenziali come quando le avevo vissute. Trovare questo nucleo per me è stato fondamentale, ma pian piano dallo scarnificare la struttura dei brani mi sono divertita a riempirne gli spazi sonori. Ma la mia è una natura veramente essenziale quando si tratta di musica.

 

I prossimi appuntamenti live in programma ti porteranno principalmente in Germania. Il pubblico tedesco come recepisce la musica cantata in italiano? 

Nel mio repertorio live ho avuto un solo pezzo in italiano, "Capita" uscito nel 2011, e devo dire che è sempre stato amatissimo, oltre a essere quello che di solito viene più commentato dopo i concerti. Nel corso degli anni mi è stato anche detto spesso che avrei dovuto cantare di più in italiano e questo a volte mi ha un po' indispettita, ma è innegabile che ci sia una sorta di predisposizione all'ascolto delle canzoni nella nostra lingua, anche se le parole non arrivano affatto al pubblico tedesco.

 

Nel tuo caso le nuove canzoni che posto avranno in questo tour?

C'è curiosità per la risposta delle radio e del pubblico, ma credo che in generale le nuove canzoni si inseriranno in modo molto naturale dal vivo.

 

Ti vedremo anche in Italia?

Sì, è stata annunciata una data all'Ohibò di Milano, il prossimo 30 ottobre. 

 

Pregi e difetti di vivere all'estero?

Pregi e difetti ci sono in ogni cultura. Vivendo all'estero si ha il privilegio di poter prendere il meglio della cultura che ti adotta, così come il meglio della cultura da cui provieni. Questo perché non ne esiste una davvero perfetta. Berlino è una città multiculturale e anche molto poliedrica, ma in fin dei conti la provincia tedesca e quella italiana non sono poi così diverse.

 

Ti sei mai sentita un cervello in fuga?

In realtà no. Non sono andata via per la necessità di avere un mio spazio che in Italia non riuscivo a trovare, ma per il bisogno di avere un nuovo input. La cosa sorprendente, non so se per un colpo di fortuna o per una semplice casualità, è di essere arrivata a Berlino con la mia musica e sentirmi subito benvenuta.

 

(Marco Di Milia)

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