Come cambia la nuova scena pop italiana: da indie alle major

Sembrava l'inizio di una rivoluzione. Invece è stato solo un fuoco di paglia. E ora che anche i Thegiornalisti hanno firmato per la major Universal...

Come cambia la nuova scena pop italiana: da indie alle major

I Thegiornalisti lasciano Carosello e firmano un contratto con la Island, etichetta della major Universal, Lo stesso ha fatto recentemente Levante, e come lei i Fast Animals and Slow Kids e i Pinguini Tattici Nucleari: sono passati dal roster di un'etichetta indipendente a quello di una multinazionale. La Warner nel caso della cantautrice siciliana e della band perugina, la Sony nel caso del gruppo bergamasco. Calcutta e Paradiso con le loro canzoni scalano le classifiche di vendita e si impongono in radio: non importa se a cantarle siano loro o altri interpreti, come Elisa, Francesca Michielin, Giusy Ferreri o Luca Carboni. Quel che importa è che sono diventati a tutti gli effetti il nuovo pop italiano. In poche semplici mosse hanno cambiato buona parte di quello che c'era prima.

Le loro ambizioni pop non le hanno mai nascoste: "Vogliamo arrivare a tutti" hanno spesso ripetuto, a sintetizzare la nobile ambizione di smuovere un po' le acque, portare nuova linfa al sistema discografico Italiano. Fu Niccolò Contessa nell'ormai lontanissimo 2010 a dare una prima scrollata a quel sistema, caricando su SoundCloud "I pariolini di diciott'anni" e "Wes Anderson". Così, dieci anni fa, i Cani aprirono una fessura tra "indie" e "mainstream" - i termini vanno messi tra virgolette perché si sa, ormai sono etichette superate. Ma al tempo le distinzioni sembravano più nette: erano gli albori (almeno per l'Italia) di un nuovo modo di relazionarsi con il pubblico senza passare per i canali tradizionali, tutto incentrato sul mito del DIY, do-it-yourself. "Fallo da te", in mancanza del supporto di una struttura più grande.

Da quella fessura sono passati tutti: Levante, Colapesce, Calcutta, i Thegiornalisti di Tommaso Paradiso, i Canova, Carl Brave. Il percorso è stato condiviso: dai primi dischi "fatti in casa", autoprodotti, alle prime esibizioni sui palchi dei circoli Arci (diventati negli ultimi anni tra i posti più frequentati dai ventenni), fino ad arrivare al successo su larga scala grazie al passaparola sui social, alle piattaforme di streaming e ai nuovi media, quelli non tradizionali. L'anno cardine il 2015: il futuro della scena era nascosto tutto nel titolo di quell'album: "Mainstream", la svolta "pop" di Calcutta, già abbastanza noto ai seguaci della musica alternativa romana per alcuni progetti sperimentali che lo avevano reso un paladino della Borgata Boredom, la scena del Pigneto, che a Roma è praticamente un mondo a sé. E no, non prometteva niente di buono.

"Mi andava di rompere le palle a un certo tipo di giornalisti che avevano sempre tifato per me. Volevo piantarla con tutte quelle menate sperimentali, eleganti e raffinate che erano piaciute a tutta una serie di persone con il primo disco", avrebbe detto lui in un'intervista a Rockit. Troppo romantico pensare che avvenne tutto in maniera spontanea. Fu costruito con la massima perfezione, con un certosino lavoro in fase di promozione. I ragazzi di Bomba Dischi - l'etichetta indipendente romana che pubblicò l'album, la stessa che poi avrebbe lanciato con successo Carl Brave, Franco126 e Giorgio Poi - convinsero un grande quotidiano a pubblicare in anteprima sul suo sito web il video del singolo scelto per anticipare l'album e un grande network radiofonico a trasmettere la canzone. "Cosa mi manchi a fare" avrebbe inflitto un duro colpo all'"indie" - già messo a dura prova da canzoni come "Alfonso" di Levante e "Promiscuità" dei Thegiornalisti, solo per citarne un paio - investendo Calcutta di un ruolo decisivo: spalancare le porte dell'indie alle ragazzine. Uno "sfigato" al potere, la cosa più hipster che si possa immaginare.

La questione indie-mainstream è talmente discussa da essere diventata anche materia di studio universitaria, con saggi e studi di Magaudda, Gandini e Tarassi, fino al più recente, quello del nostro Gianni Sibilla ("Pop slowly and see. Di che cosa parliamo quando parliamo di musica pop, rock, mainstream e indie", contenuto in "Pop cultures. Sconfinamenti alterdisciplinari" di Massimiliano Stramaglia). Una volta si provava a capire cosa definisse l'indie (spesso citando un saggio del sociologo Hesmondhalgh del '96 sulla scena inglese), oggi si constata che le etichette di genere indicano processi industriali sempre più compenetrati e sempre meno distinguibili. Con l'arrivo delle major, interessate a stringere rapporti con gli astri nascenti dell'indie per cercare di rianimare un mercato ormai saturo, niente sarebbe stato più come prima, in una gara a chi riusciva ad accaparrarsene di più che nel giro di pochi mesi avrebbe cambiato il panorama discografico italiano.

Ci sono casi come Gazzelle: tre canzoni disco d'oro con Maciste Dischi/Artist First. Ma la nuova scena ex-indie è cresciuta talmente tanto che condivide con il pop "mainstream" tradizionale una o più strutture: non solo discografia, ma anche edizioni, live, comunicazione. Da accordi di distribuzione come quello di Calcutta con Sony (è l'unico ad aver stretto un accordo con la major tra gli artisti del roster di Bomba Dischi, che da tempo si appoggia invece a Universal per alcune funzioni) ad accordi autoriali come quelli di Niccolò Contessa, Colapesce e Gazzelle con Sony/ATV o quelli degli stessi Calcutta e Tommaso Paradiso con Universal Music Publishing: le loro canzoni cantate da Marco Mengoni, Francesco Renga, Loredana Berté, Gianni Morandi, Emma Marrone. Fino alla totale integrazione come nel caso di Carl Brave, di Levante o dei Thegiornalisti, gli ultimi ad aver preferito la major all'etichetta indipendente, lasciando Carosello dopo il successo di "Completamente sold out" e di "Love" per passare nel roster di Universal. E poi sempre più spesso capita di vederli sul piccolo schermo, in contesti e programmi diversi ma sempre mainstream: Sanremo, telefilm, talk e talent. Arrivano ai Dischi d'oro e di platino, ai palasport e agli spazi che fino a pochissimo tempo fa erano appannaggio esclusivo dei nomi di punta del pop italiano classico. 

Quello che colpisce è la velocità con cui tutto si è consumato nel giro di così poco tempo: più che un tumultuoso incendio, è stato un fuoco di paglia che si è spento in meno di due anni, il tempo che ci ha messo la cosiddetta scena "indie" a essere assaporata, masticata e ingurgitata dal "mainstream", e di cui ora non resta che un cumulo di cenere. Questione di sigarette fino alle sette, per citare Tommaso Paradiso. E poi nulla più-uhuhuh-uhuhuh.

di Mattia Marzi

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