NEWS   |   Italia / 21/09/2018

Thegiornalisti, per Tommaso Paradiso “Love” è felicità nella malinconia – VIDEOINTERVISTA

Thegiornalisti, per Tommaso Paradiso “Love” è felicità nella malinconia – VIDEOINTERVISTA

Tommaso Paradiso ascolta la musica ad occhi chiusi. In testa ha un cappellino con visiera all’indietro, in mano un bicchiere di Pinot nero prodotto da un’amica. A un certo punto riapre gli occhi, si gira, esclama: “Bello vero?” e non si sa se prenderlo sul serio. Il cantante dei Thegiornalisti è a Milano per fare ascoltare alla stampa “Love”. Il suo gruppo è diventato, al di là dei numeri, uno dei simboli del "nuovo" pop italiano. È stato amato, odiato e parodiato mentre passava dai club ai palasport. Ora che gioca in serie A, Paradiso s’è preso un nuovo produttore, quel Dario Faini che fa dischi fra elettronica e neoclassicismo a nome Dardust, e contemporaneamente scrive per Amoroso e Fedez. Con lui, ha messo assieme un album ultrapop che suona ora come una spudorata dichiarazione d’amore alla fidanzata Carlotta, ora come un racconto di malinconie e disequilibri.

Con quel titolo talmente banale da suonare stucchevole, “Love” non poteva che essere un disco in cui si fa uso di un linguaggio semplice, diretto, quotidiano. Pure troppo? “Ti racconto una cosa”, dice divertito il cantante. “Subito dopo essere andato a Sanremo con Morandi, ho annunciato il nome del Love Tour su Facebook. Un tizio ha commentato scrivendo che manco Selena Gomez l’avrebbe chiamato così. E aveva ragione. Magari non voleva essere un complimento, ma a me ha fatto piacere. Ho scelto ‘Love’ perché è una parola di cui ho abusato in questi anni e perché mi sembra che non ci sia cosa più universale, bella, spontanea e semplice. Credo che l’amore sia più forte del male”.

Forse, parte del successo dei Thegiornalisti è dovuto proprio alla scelta di usare questo linguaggio elementare, all’efficacia di armonie e melodie che suonano famigliari già al primo ascolto, a questa lingua pop de-evoluta. “So che è nelle mie corde scrivere in questo modo, forse perché sono cresciuto ascoltando cose facili. I miei colleghi sentivano cantautori e musica più complessa, io invece ascoltavo roba molto immediata, inni cantabili. Io la musica la concepisco così, mi piace il singalong. Forse potrei fare musica con accordi più complicati e testi più letterari, esercizi di stile che saprei fare perché sono un mestierante, ma la gente sentirebbe la puzza di finto. E difatti l’unico disco che ho toppato è ‘Vecchio’ perché non sono stato me stesso. Fortunatamente non lo conosce nessuno. Ognuno deve rispettare la propria natura. Il sommo Vasco dice che col passare degli anni ha cercato una sintesi sempre più estrema passando da pezzi come ‘Quindici anni fa’ a canzoni tutte ‘eh…’. A volte la comunicazione risulta più efficace quando si è meno retorici. E io la retorica l’ho sempre odiata fin da quando studiavo i testi di Cicerone”.

Tommaso Paradiso è entrato nell’immaginario di chi segue le cose pop italiane raccontando un piccolo angolo di mondo. Mentre la musica indipendente disdegnava le banalità amorose, simbolo d’un pop vecchio e decaduto, lui le recuperava a piene mani, riesumando un immaginario fatto di riferimenti nostalgici a un passato un po’ vissuto e un po’ sognato, Verdone e Vasco, i Vanzina e Venditti. “Quest’album però l’ho voluto meno synth pop anni ’80. L’ho voluto quasi a-temporale, universale, fuori dalle mode. Quando ho detto a Matteo Cantaluppi (produttore dei due dischi precedenti, ndr) che lo volevo fare con qualcun altro, l’ho visto quasi contento. Ha capito che c’era l’esigenza di fare un disco meno di genere. Ogni canzone ha avuto una sua storia. Ho detto a Dario, che è un fenomeno e con cui lavoro come autori per altri, che volevo un tono un po’ solenne e monumentale, e allora abbiamo messo un’orchestra e un coro gospel, che è sempre stato un mio desiderio. Volevo fare una cosa meno standardizzata di ‘Completamente sold out’ e ‘Fuoricampo’ che vedo come dischi più settoriali, di nicchia”.

Dei Thegiornalisti che conosciamo resta il tono sospeso fra malinconia ed euforia. “Noi celebriamo la malinconia”, dice Tommaso. È un punto importante. Che lo consideriate uno dei grandi autori del pop italiano contemporaneo o uno che ci sta perculando – si leggono e si ascoltano entrambi i giudizi – Paradiso è riuscito a imporre un tono preciso, un registro che sta a metà strada fra due sentimenti contrastanti. Non in canzoni diverse, ma nella stessa. “Perché nella vita sono diviso fra le due cose. Vivo sotto queste due spade che incombono su di me. Tristezza, malinconia, angoscia e, diciamolo pure, ansia si mischiano a euforia, celebrazione… e voja de scopa’. No, sul serio, da una parte c’è un amore perso, malinconico, brutto e disperato e dall’altro l’esaltazione del suo lato edonistico e dionisiaco. Le canzoni migliori escono quando questi due elementi si fondono. E questo disco ne è l’apoteosi. Voglio far capire alla gente che nella malinconia si può trovare una grandissima felicità. Molto romantico come concetto”.

L’ascolto del disco procede. Arriva “Love”, la canzone che contiene l’espressione “love mio” al posto di “amore mio” e che pare spudoratamente ispirata a Vasco Rossi. “Volevo che suonasse come ‘Gli angeli’, ma Dario l’ha prodotta a suo modo e naturalmente senza assoli che secondo me Vasco mette per prendere tempo ai concerti e andare a farsi coca & rum”. È poi la volta di “Milano Roma” – Paradiso vive sei mesi nell’una e sei mesi nell’altra – e, mettiamola così, non è uno dei brani migliori. “Io la odio proprio”, dice Tommaso, “ma mi hanno costretto a inserirla nel disco perché, dicono, potrà essere utile nel live”. Dopo i singoli già usciti “Felicità puttana” e “Questa nostra stupida canzone d’amore” si arriva al finale. “Questa è particolare”, dice il cantante prima di lasciare la sala con una sigaretta fra le dita.

La canzone da cui Tommaso scappa s’intitola “Dr. House”. È una lettera aperta al personaggio interpretato da Hugh Laurie – per non lasciare nel dubbio anche l’ascoltatore più distratto lo dice proprio il testo: “Ciao dottore, ti scrivo una lettera aperta” – e diventa un elenco dei padri sostituti del cantante, che il padre vero non l’ha mai conosciuto. Sono quelli che uno s’immagina e sono molto pop: Verdone e De Sica, Totò e Peppino, Bud Spencer e Terence Hill. “Ho aperto i rubinetti. L’ho scritta in 3 minuti una notte dopo aver rivisto per la quindicesima volta tutta la serie di Dr. House. Una volta ho anche portato in aula a Roma Tre un trattato su Dr. House. È il personaggio che più mi ha coinvolto da quando vedo la televisione. Grazie a lui ho sputato fuori cose che non avevo mai tirato fuori, ho rivendicato tutti i miei miti con cui mi sveglio e con cui vado a dormire la sera. Le uniche persone, oltre a pochi intimi, che mi fanno star bene, che mi danno benessere”.

Nella canzone, il cantante da una parte confessa la mancanza di coraggio e indipendenza, dall’altra mette a nudo l’assenza della figura paterna. “Forse ho voluto credere che questi personaggi siano stati dei padri per me. Diciamo che mi sono dato una spiegazione: li amo così tanto perché non ho avuto un padre”. E il passaggio sul coraggio? “Mi manca ogni tanto il coraggio di fare il cazzo che mi pare. Sono sempre frenato dal moralismo che c’è in me. Non che faccia la morale a qualcuno. Mi autocensuro. Ci sono in me lo spirito dionisiaco che mi porta a scrivere a cuore aperto, o a postare cose sceme su Instagram, e lo spirito apollineo, razionale, che mi impedisce di fare certe cose. Ecco perché non sarò mai una rock star. Al massimo una pop star. Non mi sfascio mai. La mia perversione, paradossalmente, è vivere un’esistenza retta. È un equilibrio difficile da mantenere. Una tensione dove ci sono stabilità e instabilità. È tosta. Poi, oh”, aggiunge prudentemente, con l’aria che tira, “non mi manca nulla, non è che devo mantenere una famiglia lavorando all’Ilva”.

Davide Rossi, violinista e collaboratore fra le altre cose dei Coldplay, ha scritto una overture cinematografica per il disco che si ricollega proprio a “Dr. House”. I prossimi concerti nei palasport fra ottobre e novembre si apriranno con questa introduzione e con “Zero stare sereno”, forse la canzone più immediata dell’album. “E infatti chiunque l’abbia ascoltato intravede in ‘Zero stare sereno’ un singolo enorme, una mina, un rigore calciato a porta vuota. Ma noi siamo usciti con ‘New York’ perché forse col tempo lascerà di più il segno. Comunque su questa scelta ci siamo dilaniati le menti. L’altro giorno ho telefonato al mio manager, tipo il film di Verdone, uguale: ma nun staremo a fa ‘na cazzata?”. E dopo l’introduzione orchestrale, cosa accadrà in concerto? “Sul palco ci saranno tanti strumentisti e coristi, sarà una cosa un po’ epica. Volevo un live come quelli di Zucchero quando va alla Royal Albert Hall. Sarò una cosa molto grossa, spero solo di non strozzare la voce per l’emozione. Sì, perché anche se lo ho scritte io, quando sento e canto queste canzoni mi viene lo strozzo in gola. Questo disco è una seduta terapeutica”.

 

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