NEWS   |   Italia / 11/05/2018

The Voice, il "talent" dove contano i coach, non il talento - il commento

The Voice, il "talent" dove contano i coach, non il talento - il commento

Si è chiusa con la vittoria di Maryam la quinta edizione di The Voice, la prima in onda dopo due anni.
Un’edizione in parte diversa dalle precedenti: solo la finale di ieri  sera, 10 maggio, era dal vivo - oltre tre ore e mezza. Tutte le altre 9 puntate erano registrate Il programma,  a parte qualche piccolo aggiustamento sul meccanismo, ha mantenuto lo stesso formato generale di sempre e quindi gli stessi pregi/difetti: una grande attenzione ai coach, ma cantanti e canzoni in secondo piano, poco talento musicale. Qualche considerazione finale.

I COACH
The Voice è un programma totalmente focalizzato sui coach, che sono i veri e unici protagonisti. Questa giuria, completamente diversa dalle precedenti, ha fatto il suo: J-Ax è un ormai un personaggio dai tempi televisivi e dalle battute rodate, ed ha rappresentato la continuità con le prime edizioni. Renga, che aveva già alle spalle un'esperienza simile ad Amici, è simpatico e competente, Cristina Scabbia è la donna rock, Al Bano è Al Bano, già un gran personaggio di suo (anche se ogni tanto è parso un po’ spaesato dalle dinamiche del talent). 
Il problema dei coach rimane sempre il tono che viene loro richiesto dal programma: lottano  per accaparrarsi i “talenti” a suon di lodi sperticate - e anche in finale le presentazioni erano davvero troppo sopra le righe. Un'enfasi che alla prova dei fatti però non trova riscontro nella qualità dei concorrenti.

I CONCORRENTI​
Sinceramente, nulla di travolgente. Le vocalità dei finalisti sono apparse incerte (Butturini in finale ha steccato più di una volta) o non particolarmente degne di nota (come quelle di Beatrice Pezzini, che tende un po' troppo ad urlare, e Asia Sagripanti, l'unica cantautrice del gruppo). La migliore è stata Maryam, con la voce più potente e controllata, e anche la migliore presenza scenica. Giusto che abbia vinto lei.
In parte è il meccanismo del programma: i concorrenti  si vedono in 5 puntate su 10 - di fatto abbiamo scoperto chi sono in semifinale e finale. In parte è proprio la debolezza congenita del casting musicale di The Voice of Italy, che nelle passate edizioni non ha mai prodotto un “talento” che abbia proseguito la carriera musicale dopo il programma.  Piuttosto, quest'anno stato c'è stato un casting e un lavoro maggiore storie dei personaggi, quello che oggi si chiama “storytelling” (con una tendenza, almeno iniziale ai casi umani, come spiegava il nostro direttore Franco Zanetti).
 

LE CANZONI
Bisogna dare atto che per gli inediti sono state coinvolte firme importanti: Fabio Ilacqua (autore di Gabbani e Red Canzian), Luca Chiaravalli (Nek, Gabbani, Paola Turci, Renga), Edwyn Clark Roberts (Malika Ayane), Nicolò Fragile (Mina/Celentano). Viviana Colombo, che firma ben due canzoni, è invece una ex di The Voice.
Il risultato però non è all'altezza delle premesse: nessuna canzone memorabile e nessuna interpretazione particolarmente degna di nota (ne abbiamo parlato nel dettaglio qui). Maryam è sembrata la più forte anche qui, con la elisiana  “Una buona idea”.

IL PROGRAMMA​
Come dicevamo dopo la prima puntata, rimaniamo dell’idea che Costantino Della Gherardesca sia un bravo presentatore, ma con uno stile del tutto inadatto a The Voice: più sarcasmo/distacco che empatia. Nella finale, inoltre, è spesso sembrato fuori parte, a recitare e leggere un copione che non gli apparteneva. 
La nuova struttura, con solo la finale dal vivo e il resto registrato, ha sicuramente permesso un lavoro maggiore sul montaggio e ha permesso di ottimizzare le risorse e le storie. Le piccole variazioni sul meccanismo non hanno prodotto mutazioni o effetti rilevanti. Ma la finale dal vivo è sembrata troppo lunga, se non eterna: 3 ore e mezza, con vincitore annunciato oltre mezzanotte e mezza, dopo 5 manche.

In generale The Voice, anche in questa nuova edizione soffre della solita contraddizione: è un talent show dove il talento è la componente meno importante. I veri talenti sono i coach, non i concorrenti. Nulla di male: i talent sono prima programmi televisivi poi programmi musicali, ma qua - almeno per noi che di questo ci occupiamo - cantanti e canzoni sono sempre troppo in secondo piano.

In conclusione, è buona cosa che la Rai sia tornata a fare sul serio sul filone dei talent, dopo avere proposto programmi sul genere davvero imbarazzanti (ricordate “Stading ovation”? No? Meglio per voi…). I risultati degli ascolti non sono stati esaltanti - ma speriamo che The Voice continui, e speriamo anche che punti un po’ di più sulla musica, non solo a parole.

(GS)