NEWS   |   Italia / 07/05/2016

Jaselli racconta “Monster Moon”, il suo viaggio in California sotto una luna insanguinata – INTERVISTA

Jaselli racconta “Monster Moon”, il suo viaggio in California sotto una luna insanguinata – INTERVISTA

Jack Jaselli è entrato nel gruppo. Il suo. Nel nuovo album “Monster moon”, il musicista milanese abbandona la dimensione cantautorale preferendole quella del trio pop-rock. E quindi da oggi Jack Jaselli diventa semplicemente Jaselli. “È la naturale conseguenza dell’evoluzione del suono che abbiamo creato tutti assieme”, dice. Lanciato dal singolo “The end”, l’album prende nome e copertina dalla “blood moon”, la luna rossa che ha visto negli Stati Uniti alla fine del processo di mastering del disco. “Un po’ tutto il disco, in realtà, ha a che fare con questa dimensione lunare. Sai quando si dice che qualcuno è lunatico? Volevo ribaltare questa espressione. Già Ariosto piazzava il senno degli uomini sulla luna. Per me essere influenzati dalla luna significa lasciare da parte la razionalità e cedere agli istinti. Non per diventare irrazionali, ma per abbracciare una diversa forma di saggezza. Nel fare questo disco mi sono ripromesso di seguire l’istinto, la pancia. E poi la luna era presente mentre scrivevo le canzoni. Quando eravamo in California a incidere ci sono state due lune piene nello stesso mese e a me piace molto credere in questi segni”.

“Monster moon” è stato inciso ai Fonogenic Studios di Los Angeles, alla fine di un viaggio esaltante. Non a caso, il disco comincia con “This city”, una canzone di fuga da una città che va stretta ai protagonisti. Ovvero Milano. “È una rilettura un po’ ingenua, istintiva, quasi adolescenziale della voglia di mettersi in gioco e fuggire da una città che è un po’ una gabbia. Ho viaggiato da Milano verso la California per trovare delle risposte a domande che mi stavo facendo. Cosa sto scrivendo? Sono in grado di non essere solo l’italiano che fa musica americana, ma di esistere e avere una mia personalità anche laggiù? Cosa diranno di me? E poi mi ero rotto le scatole della scena milanese che non è una scena. Mi pare che nella musica pop-rock ci sono tante piccole nicchie in cui noi non siamo mai rientrati: siamo troppo mainstream per gli indie e troppo indie per i mainstream”. Per mettersi alla prova, Jaselli ha fatto un primo viaggio esplorativo in California. Con le sue forze, senza un’etichetta discografica, con i contatti creati dagli amici e una sponsorizzazione della D’Addario che ha aperto alcune porte. “In mano avevamo solo le canzoni che stavamo scrivendo e i soldi che avevamo risparmiato dal tour. Quando siamo entrati nello studio di Ran Pink e di Rami Jaffee, il Fonogenic, ci siamo innamorati dalla sala d’incisione e di quel modo di vedere la musica. Ci piaceva l’idea che di uno spazio fisico con il mare da una parte e il deserto dall’altra. Sei mesi dopo eravamo lì a registrare”.

“Monster moon” è il frutto di una scommessa, un modo per mettersi alla prova. “È stato liberatorio, ma prima di cantare non riuscivo a dormire. Mi dicevo: in quella stanza ci ha appena registrato il figlio di Dylan e due settimane fa c’era Stevie Wonder, adesso io entro lì e mi fanno rifare le mie parti mille volte. E invece è stato tutto semplice, non abbiamo dovuto fare altro che essere noi stessi. Anche il fatto che sono un italiano che canta in inglese non è stato un problema: mi hanno detto che canto in modo naturale”. I temi del viaggio, del cambiamento e della ricerca di sé sono finiti nelle undici canzoni del disco prodotto da Ran Pink. “C’è ‘The road’, ad esempio, che è frutto della mia esistenza di musicista sempre con la valigia in mano, in giro col furgone da anni. Due settimane in tour ti mettono in una condizione sospesa dal tempo, è come se essere in un altrove. Nella canzone volevo esprimere sì l’essere per strada, ma anche il fatto che quando torni a casa ogni cosa è cambiata. E poi c’è ‘The end’, su tutto ciò che t’impedisce di iniziare un nuovo percorso, sui fantasmi che devi sconfiggere per metterti alle spalle il passato”.

Jack Jaselli l’ha fatto e ne è uscito vincente, con in mano il disco suo migliore e più compiuto, il terzo della sua storia dopo “It’s gonna be rude, funky, hard” (20099 e “I need the sea because it teaches me” (2013). Una volta inciso, l’ha fatto sentire alla Universal, che nel frattempo gli aveva chiesto di lavorare a pezzi di Jovanotti e Guè Pequeno. “Sono contento che abbiano scelto di rischiare. Se lo facessero più case discografiche forse non avremmo solo la nostra bella e sacrosanta tradizione di musica italiana, ma ci sarebbe spazio anche per gruppi che fanno pop-rock in lingua inglese e che magari avrebbero delle chance di farsi ascoltare all’estero”. Ora la partita si gioca sui palchi, dove alla formazione a tre con Jaselli, Max Elli (chitarra solista) e Nik Taccori (batteria) si è aggiunto Chris Lavoro (basso e sintetizzatore). Jaselli è in ascesa: prima i dischi indipendenti, poi i concerti aperti per Ben Harper e addirittura negli stadi per i Negramaro, quindi un disco per Universal inciso nella terra promessa del rock. E domani? “Non voglio farmi false aspettative. La mia ambizione è continuare a fare musica in modo sincero”.

(Claudio Todesco)

 

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