'La nostalgia non ha alcun senso': intervista ai Wire

'La nostalgia non ha alcun senso': intervista ai Wire

Wire: una band che per alcuni è genericamente associata al punk inglese più nervoso e bizzarro, quello che lambiva le rive del “post”. Ma questo gruppo dall’esistenza travagliata (ben due scioglimenti – e ora siamo alla terza ripresa di attività) è sicuramente molto di più: per rendersene conto basta fare mente locale sulle evoluzioni e i percorsi che ha seguito... partendo dal sound ficcante e ruvido – facilmente identificabile con l’irruenza punk del 1976-77 – Colin Newman, Graham Lewis, Robert Grey e Bruce Clifford Gilbert (chitarrista originale che ha, però, lasciato il gruppo nel 2004) hanno esplorato mondi musicali appartenenti ai pianeti della sperimentazione, dell’elettronica, dell’art rock, dell’alternative pop. Il tutto con una personalità e un’attitudine spiccatissime.

Avremo la possibilità di vedere i Wire in Italia in occasione di due date che avranno luogo a fine luglio e, per prepararci al meglio per questi appuntamenti, abbiamo fatto una chiacchierata con Colin Newman, che ci ha raccontato qualche gustoso retroscena a riguardo del quattordicesimo album della formazione, uscito in aprile e intitolato semplicemente “Wire”.

A proposito della genesi dei brani contenuti nel disco, Newman spiega che il processo creativo è stato piuttosto articolato:

I pezzi del disco possono essere suddivisi in due gruppi. Quelli scritti prima di entrare in studio, che abbiamo quindi suonato anche live, e quelli – invece – composti nel mese precedente all’ingresso in studio, oppure nello studio stesso... e sono la maggioranza. Parlo però solo della musica, non delle parole. Di norma io scrivo i pezzi molto rapidamente e preferisco avere tutte le parole pronte prima di iniziare a comporre la musica. 

Come di consueto, la maggior parte delle parole (i Wire amano definirle “texts”, piuttosto che “lyrics”, che è invece il termine più utilizzato dagli anglofoni) è farina del sacco di Graham Lewis, mentre della musica si è occupato Newman, che ha un modus operandi molto personale:

È da “Red barked tree” che ho ricominciato a comporre i nuovi pezzi per i Wire alla chitarra acustica. Però sono affetto da quello che definirei un approccio idiosincratico all’intera questione. Infatti, per principio, non  tocco la chitarra se proprio non è necessario farlo. Non suono mai per il piacere di farlo o per divertirmi, devo sempre avere un motivo per imbracciare una chitarra, su un palco, in studio o durante le prove. E poi non scrivo mai canzoni a meno che io non debba farlo. Anche se io sono molto rapido a comporre i pezzi, di solito lo faccio dopo lunghi periodi di inattività. E spero che così facendo il materiale resti più spontaneo e fresco, anche se in realtà a decidere se è davvero così devono essere gli ascoltatori.

A livello di testi, dicevamo, la parte del leone l’ha fatta Lewis, seguendo un procedimento compositivo che Newmann descrive con queste parole:

Gran parte dei testi sono scritti da Graham Lewis. In pratica l’ideale è quando Graham mi manda le parole pronte, così quando io ho una canzone nuova vedo se il testo sta sulla musica. Però a volte Graham è molto in ritardo nell’inviarmi le sue cose, per cui finisce che ne scrivo di mie e uso quelle. Diciamo che, come tutto il resto nei Wire, spesso è una cosa molto casuale.
I testi di Graham spesso possono essere interpretati facilmente se si seguono pochi piccoli indizi che aiutano a superare il primo impatto. Sono convinto che abbia uno stile davvero originale: la combinazione della sue parole e della mia musica è stata l’essenza dei Wire fin dal principio.

Per questo ultimo lavoro in studio, i Wire hanno adottato un approccio peculiare, principalmente con l’obiettivo di mantenere sempre interessante e viva l’alchimia all’interno del gruppo, come spiega Colin:

Tutti i dischi della band, a partire da “Send”, sono stati completati a casa mia; negli ultimi anni, però, abbiamo cercato di trovare dei buoni studi per registrare le tracce di base. Gli ultimi due li abbiamo in parte realizzati al Rockfield, uno studio che si trova in Galles (lì sono stati fatti diversi dischi molto famosi). Tutti gli arrangiamenti sono decisi in comune accordo, fra di noi.
Come accennavo prima, la maggior parte dei pezzi di “Wire” non erano mai stati ascoltati dalla band, prima di arrivare in studio. E non è che io volessi fare lo splendido o fare dei giochetti con il resto dei componenti del gruppo: è un modo, invece, per mantenere vivo l’interesse, dare sensazione di novità e freschezza, mentre si decidono gli arrangiamenti. È un procedimento anche molto imprevedibile, data la natura delle persone coinvolte nel progetto Wire, e in effetti la sensazione di imprevedibilità è esattamente ciò che abbiamo catturato mentre registravamo!
Ovviamente, poi, ci sono stati diversi interventi a livello di produzione, una volta terminate le incisioni principali, ma quella prima impalcatura è restata ed rimasta definitiva: è quella roba a dare forma al disco.

Il risultato è, appunto, “Wire”, un album raffinato ed elegante di guitar pop con venature dark e umorali, intriso di quelle suggestioni tipiche del sound britannico anni Ottanta; eppure, nonostante questi ingredienti, il fattore nostalgia è decisamente poco palpabile. La domanda che ci facciamo, quindi, è forse banale, ma quasi inevitabile: come si percepiscono, i Wire, nel 2015? La risposta di Newman è intrigante:

Personalmente, io vedo i Wire contemporanei come un’entità schizofrenica – e in maniera quasi consapevole. Se decontestualizzi i singoli brani, ad esempio, sentendo il cantato di “In Manchester” potresti pensare che siamo una band indie pop... ascoltando “Harpooned” ci definiresti sludge-core! E poi c’è “Shifting” che è una cosa quasi proto-soul...
Come singoli individui abbiamo gusti piuttosto divergenti, eppure in comune abbiamo una serie di riferimenti estetici che fanno da ponte fra tanti generi, anche molto diversi. Dando un’occhiata agli artisti che invitiamo ai nostri Drill : Festival puoi farti un’idea della varietà dei nostri gusti!
E comunque la nostalgia non ha alcun senso...

Ma quindi cosa ascoltano i Wire?

Come ti dicevo, abbiamo gusti piuttosto vari e differenti. A livello di dischi, quest’anno direi che i due che – personalmente – ho ascoltato di più sono “Window pane” dei Mild hIgh Club (che ci hanno fatto da supporto a Maggio) e “Slows”, il disco del nostro Matthew Simms [il giovane chitarrista entrato in formazione nel 2010 - ndr]. Dal vivo credo che le migliori band di supporto che abbiamo avuto siano state i Tomaga (Valentina, la batterista, è italiana) e gli Orlando – entrambi i gruppi sono di Londra e li abbiamo fatti suonare al Drill : Lexington.

“Joust & Jostle”, nell’ultimo disco, è forse l’unico brano ad avere legami con le radici punk degli esordi dei Wire. Verrebbe quasi da dire dire che il vecchio fuoco della rabbia e della provocazione punk arde ancora nei cuori dei componenti della band, da qualche parte. Ma Colin ha la sua opinione, in proposito:

Dipende moltissimo da come ti approcci al pezzo! Ti dirò che, con un arrangiamento diverso, “Joust & Jostle” potrebbe essere un pezzo stile Joni Mitchell! Non pretendo che altri, a parte me, se ne accorgano, però penso che l’unica caratteristica "punk” della canzone sia il tempo veloce.
E aggiungerei che sarebbe un errore credere all’equazione “urla = rabbia”, per quanto riguarda i primi lavori dei Wire. Infatti nessuna di quelle canzoni parla di argomenti che hanno a che fare con la rabbia: il fatto che urlassimo era solo dovuto all’enfasi. E a volte era un sintomo di humour nero, ironico”! Personalmente sono convinto che la rabbia si esprima meglio con un sussurro. Comunque, in tutta onestà, non riesco davvero ad associare alcun pezzo dei Wire al concetto di rabbia.

E in effetti diversi anni fa, in un’intervista, Colin disse: “Nel 1977 i punk odiavano i Wire. Noi non facevamo nulla di ciò che a loro interessava. Suonavamo veloce, ma i pezzi erano troppo corti. Poi abbiamo rallentato, ma usavamo anche gli accordi minori. E gli accordi minori non sono molto punk rock”. Sembra che le cose siano cambiate parecchio, da un po' di anni a questa parte. Per cui la curiosità di sapere cosa Newman pensa quando vede i Wire citati fra padrini del punk britannico è tanta...

Penso che tutto dipenda da come vogliamo definire il concetto di punk. Nel 1977, comunque, era fuori discussione: i Wire non erano una punk band, all’epoca. E non era un’opinione, ma un fatto. Avevamo il look sbagliato e il sound sbagliato per essere dei punk. La faccenda è che quando abbiamo iniziato a fare sul serio, verso la metà del ’77, il punk era già qualcosa di sorpassato e la scena stava diventando molto chiusa e conservatrice. È per questo che i Wire, paradossalmente, sono stati invece una grande influenza per la scena hardcore statunitense... solo che, nel frattempo, la band aveva completato la propria prima fase di vita.
Siamo stati etichettati come “la band più punk di sempre”, principalmente perché abbiamo trasgredito a tutte le norme del punk. Non è facile spiegare, ma in tutta onestà, all’inizio era proprio il desiderio di non essere un gruppo punk a stimolarci ad andare per la nostra strada!

I fan del gruppo, dopo "Wire" uscito in primavera, sanno già che c'è altro che bolle in pentola. La band infatti, durante le ultime session in studio, è stata particolarmente prolifica e ci sono ben sette brani avanzati dalle session del nuovo album. Per questo materiale si parla di una pubblicazione prevista per il 2016:

Abbiamo lavorato a qualcosa come 19 canzoni durante queste session. Alla fine abbiamo però deciso che tutto doveva entrare, come durata, in un disco tradizionale di quelli in vinile, per cui abbiamo dovuto trovare il modo di scegliere solo alcuni pezzi. Abbiamo selezionato quelli che ci sembravano aderire al concetto estetico della band, ma in questo modo abbiamo lasciato fuori roba molto forte. E quindi abbiamo deciso di riesaminare il materiale avanzato, nelle prossime settimane, per assemblare un EP – “Read & burn 04” – che uscirà, su vinile, nell’aprile del 2016.

I Wire saranno presto in Italia per due date: il 30 luglio a Bologna (Bolognetti Rocks Festival) e 31 luglio a Brescia (Arena Parco Castelli, con entrata gratuita). A questo proposito ci piacerebbe sapere se Newman e i suoi colleghi apprezzano qualche artista nostrano...

A livello di musicisti che conosco/apprezzo mi viene in mente Valentina, che ho citato prima, ma non è esattamente famosa – con lei io e Malka [moglie di Newman, è la musicista di origine israeliana Malka Spigel - ndr] abbiamo suonato durante una delle serate “Krautrock Karaoke” organizzate a Kenishi Iwasa. Malka ed io abbiamo anche lavorato, per il suo disco solista “Every day is like the first day” (del 2012), con Teho Teardo e sono certo che faremo altre cose insieme in futuro! È anche un ottimo amico, oltre che ad avere un grande talento, e ci ha ospitati a Roma a casa sua. Abbiamo portato Claudio Simonetti dei Goblin a suonare live la colonna sonora di “Suspiria” al Drill : Brighton – il prog italiano ha molti fan in Gran Bretagna. Ricordo che avevo una copia di un singolo della PFM su Manticore, l’etichetta degli Emerson, Lake & Palmer: lo comprai da ragazzino. E, ovviamente, mi piacciono le colonne sonore di Ennio Morricone.

[Andrea Valentini]

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