NEWS   |   Recensioni concerti / 22/07/2014

Neil Young & Crazy Horse a Barolo: il report del concerto

Neil Young & Crazy Horse a Barolo: il report del concerto

Il cielo sopra le colline delle Langhe minaccia tempesta, si sentono tuoni in lontananza e si vedono cadere un paio di fulmini tra le vigne. “Like a hurricane”, viene da pensare: ma non è la metafora di una delle canzoni più belle di Neil Young con i Crazy Horse, una di quelle che ogni tanto arrivano in chiusura a benedire i concerti. E' quello che sembra stia per succedere.

A benedire l’unica data italiana di quest’estate di Neil Young la tempesta arriva davvero, e coglie in pieno il pubblico arrivato nel borgo, all’ultimo giorno di un festival che ha richiamato decine di migliaia di persone in 4 giorni. Alle sette ci sono già diversi chilometri di coda per arrivare a Barolo dalla via principale, quella che da Alba percorre il fondovalle tra Grinzane e La Morra. Alle 8 e mezza, ecco la tempesta, pardon, la bomba d’acqua, come si dice oggi. 20 minuti in cui il cielo dice la sua in maniera violenta, per poi tacere per il resto della serata. Chi è già in piazza Colbert - dove non ci sono ripari - se la prende tutta, quell’acqua. Viene risparmiato chi non è ancora sceso e si ripara nei portoni e nelle osterie a bere un bicchiere di vino - “Collisioni” è un festival non fatto solo di musica ma di incontri e gastronomia per tutto il paese.

Per Neil Young questo ed altro - perché vederlo con i Crazy Horse è una di quelle cose che un appassionato di rock dovrebbe fare una volta nella vita. E il tempo è quello che è: Young ha 68 anni, la formazione si è riformata solo 3 anni fa dopo quasi un decennio di inattività, a questo giro manca Billy Talbot (a causa di un ictus, sostituito dall’ottimo Rick Rosas).

Il pubblico inizia a spazientirsi quando non vede salire la band sul palco di Piazza Colbert, incassata nella parte bassa di Barolo, sotto il castello, e riempita in ogni angolo possibile, fino al tornante che porta in paese, fatto salvo per i punti dove gli alberi impediscono la visuale. Alle 10 meno 10 finalmente il logo della band compare sullo schermo - rimarrà lì tutto il tempo: peccato non proietti quello che succede sul palco - come durante l’apertura dell’italiana Thony - a favore di chi è in fondo alla piazza stracolma di 9000 persone. 

Young imbraccia la Gibson nera, la “Old Black”. E in un attimo sputa fuori quel suono che è suo e solo suo e di quella band: elettrico, sporco, distorto ma terribilmente carico di pathos. Cappellaccio e maglietta nera, Young si piega sulla chitarra e inizia a duettare con Frank "Poncho" Sampedro. La prima canzone è una “Love and only love” da 15 minuti, per mettere le cose in chiaro. Nella prima ora di concerto, vanno via solo 4, 5 canzoni, quasi sempre su questi toni, attenuate solo dalla voce delle coriste: "Standing in the light of love" vive tutta sulla ripetizione ostinata e ossessiva di riff e cori, con le due coriste afroamericane a colorare di soul la musica  rinforzando la voce del frontman dove il logorio delle corde vocali non permette più di arrivare. La band tesse trame elettriche che incorniciano le parti cantate da Young: la sua voce è come la sua chitarra - sporca, tutt’altro che perfetta, più debole, ma unica. 

 Il repertorio scelto è abbastanza oscuro, e quando Young si mette a parlottare con Woody (il pellerossa di legno che campeggia a lato palco) confessando che "Living with war" continua a riaffacciarsi alla sua porta anche se avrebbe voluto abbandonarla per sempre si ha modo di rammentare che poca cosa fosse l'album omonimo del 2006. Per questo repertorio, una buona parte del pubblico, a dire la verità appare un po’ spazientita anche durante il concerto: sembra venuta per vedere il “mito”, e Young a quel mito concede poco. Di fianco senti gente che parla a lungo (ma dico: spendi 45€ per un concerto, ti fai un mazzo per venire, e ti metti a parlare del reato di concussione a voce alta? dovrebbero arrestare te…). Young esce con l’acustica e attacca una “Blowin’ in the wind” di Dylan, che le seconde voci femminili ammantano di gospel trasformandola quasi in un inno sacro. “Se tira anche questa per un quarto d’ora mi butto di sotto”, sentiamo dire - scherzando, ma non troppo, e pure da gente che ascolta Young da sempre. Subito dopo una delle rare concessioni della serata al pubblico meno fan: una “Heart of gold” sempre acustica e cantata a squarciagola dalla piazza, illuminata da telefonini accesi per immortalare il momento.

 Da quel momento e con il nuovo ritorno all'elettrico il concerto cambia marcia e inserisce qualche variazione con le belle divagazioni di "Barstool blues", il nonsense acido "che non richiede retropensieri" (lo dice lui) di "Psychedelic pill". Poi Young piazza una gemma vera in una scaletta sostanzialmente identica a quella della sera prima in Germania e al resto del tour. La gemma è “Cortez the killer”, lunga e dilatata, intrecci di chitarre e quel “They came dancing across the water” per raccontare le barche dei conquistadores spagnoli che arrivarono a conquistare il Messico con il sangue nel sedicesimo secolo - metafora di ogni guerra di conquista. Un brano in grado di mandare in brodo di giuggiole l'altra parte del pubblico, i fan dei Crazy Horse: è una delle loro canzoni-simbolo. Segue una “Rockin’ in the free world” che fa saltare la piazza (“è una cover dei Pearl Jam?” scherza un amico).

La band esce per rientrare poco dopo per l’unico bis. “Like a hurricane” non è arrivata, né la canzone né la pioggia durante il concerto. Arriva invece l’inedita “Who's gonna stand up and save the earth” al primo ascolto non è un gran che ma il coro resta in testa e il pubblico risponde volentieri all'invito a cantarlo. Il climax del concerto ne risente, ma a Young importa poco: ammiccare al  pubblico e assecondare le furbizie del mestiere è l'ultima delle sue preoccupazioni. Il finale lascia un po’ l’amaro in bocca mentre qualcuno sta già sciamando per raggiungere la macchina nei campi o sulle colline fuori dal paese.

Non sono quasi mai concerti consolatori, quelli di Neil Young, e quello di Barolo non ha fatto eccezione: location suggestiva ma tutt’altro che semplice logisticamente, così come non è stata semplice la scaletta. Ma anche un concerto memorabile per l’emozione di vedere un’icona del rock, ancora in forma ed inimitabile nonostante gli anni che passano per lui e per la sua band.

 

(Gianni Sibilla/Alfredo Marziano)

 

 

SETLIST

Love and Only Love 

Standing in the Light of Love 

Goin' Home 

Days That Used to Be 

Living With War 

Love to Burn 

Name of Love 

 

Blowin' in the Wind 

Heart of Gold 

Barstool Blues 

Psychedelic Pill 

Cortez the Killer 

Rockin' in the Free World 

Bis:

Who's Gonna Stand Up and Save the Earth 

 

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