Concerti a Milano, 33 anni di Scimmie: 'Ma la pensione è dietro l'angolo'

E' stato uno dei primi live club all'ombra della Madonnina, le Scimmie, storico locale milanese che domani, 6 giugno 2014, passerà la boa dei 33 anni di attività. E Sergio Israel, il suo fondatore, dalla sala con vista sul Naviglio Grande di grandi ne ha visti passare tanti, anzi tantissimi. "A partire da Ginger Baker", ricorda lui, che ancora oggi tiene il timone del locale: "Che ci spinse a imprimere alla programmazione una svola orientata al jazz, per continuare poi con Jaco Pastorius, che uscì di testa, si mise a suonare la batteria e finì la serata denudandosi sul ponte vicino all'entrata. Poi Ray Anderson, che soffriva di diabete, e che il mio ex socio, Aldo Quinto, soprese mentre si stava praticando un'iniezione di insulina: erano anni duri per chi utilizzava siringhe con una certa frequenza, lui fraintese e non la prese bene. Passò anche un'altro Anderson, Carl, il Giuda del 'Jesus Christ Superstar' broadwaiano di Tim Rice, che - a sua volta - venne a suonare proprio l'anno scorso. E ancora Katie Melua, o Gordon Haskell, per un periodo frontman dei King Crimson, che dedicò una sua canzone a una nostra dipendente che si era appena sposata...".

Questi, però, sono tempi difficili, dove una gloriosa tradizione non basta: "Come vedo il pubblico oggi? Esponenzialmente diminuito man mano che passa il tempo", commenta Israel, "Del resto stiamo vivendo una rivoluzione - quella tecnologica - che sta andando troppo veloce e alla quale siamo giunto meno preparati di quanto i nostri antenati lo furono per la rivoluzione industriale, nell'Ottocento. Non che streaming e download possano fare concorrenza agli spettacoli dal vivo, perché non riesco a immaginare una tecnologia in grado di poterlo fare, ma io li vedo, i ragazzi: si mettono le cuffie collegati ai loro smartphone e si isolano, rinunciando a battere i canali della socialità che facevano di realtà come la nostra dei centri pulsanti della città".

Una situazione difficile e generalizzata, alla quale le amministrazioni comunali, malgrado i proclama e la solidarietà manifestata in frangenti tutto meno che allegri - "Come quando chiusero il Tangram e il Grillo Parlante" (altri due storici locali meneghini, ndr), precisa lui - in concreto stanno facendo poco. Anzi niente. "In 33 anni di amministrazioni ne ho viste cambiare tante, di qualsiasi colore, ma la linea, nei confronti di realtà come la nostra, non è mai cambiata, restando quella di cauta indifferenza, con - come uniche variazioni - vampate di interesse nei confronti dell'aspetto sociale della musica solo in termini di visibilità elettorale e aggregazione di consenso. Ma se penso al confronto con le altre grandi città europee mi vengono i brividi".

Ecco perché, se a Israel si chiede quali siano i progetti per il futuro, la risposta non può che essere una: "Ho 72 anni, più del doppio di quelli delle Scimmie, e sto iniziando a pensare alla pensione. E il testimone lo passerei volentieri, anche subito, se trovassi qualcuno al quale affidare il locale: purtroppo, però, questi sono tempi dove l'industria del live non esercita particolare attrazione verso gli imprenditori. E se non dovessi trovare nessuno al quale affidare il club, non potrò fare altro che abbassare la serranda". Stiamo parlando di un futuro molto prossimo? "No, affatto. Per quelli che sono i miei piani, la questione credo di risolverla a cavallo dell'Expo".

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