Adrian Maben: 'I Pink Floyd? Nel mio film sono quattro amici per la pelle'

Adrian Maben: 'I Pink Floyd? Nel mio film sono quattro amici per la pelle'

Cinquantadue minuti in bianco e nero, filmati presso lo studio Europa-Sonor a Parigi nel dicembre del 1971. I Pink Floyd mangiano ostriche e bevono birra che un roadie ha acquistato in una vicina brasserie. Ridono, scherzano, fumano e rispondono elusivi alle domande poste dal regista Adrian Maben, alternando momenti di lavoro (David Gilmour e Rick Wright sono impegnati a sovraincidere le loro voci sul master di "Echoes" registrato a Pompei due mesi prima) ad altri di puro cazzeggio (Roger Waters strabuzza gli occhi mentre soffia anelli di fumo dalla bocca e dalle narici). E' il succo di "Chit Chat with the Oysters", l'informale documento storico che lo stesso Maben, autore di "Pink Floyd - Live at Pompeii", ha presentato in anteprima europea a Borgaro Torinese domenica 30 marzo accanto a una versione parzialmente restaurata del suo storico film durante una due giorni floydiana organizzata dal gruppo dei collezionisti italiani Lunatics, autori per Giunti del libro "Pink Floyd - Storie e segreti".

"Per me", spiega, "quei due film viaggiano in coppia e sono complementari. 'Chit Chat', in un certo senso, è l'esatto contrario di 'Pompeii', ma mi piacerebbe che venissero proiettati insieme, uno di seguito all'altro. Il documentario ha un che di improvvisato che al film mancava totalmente. I Floyd parlano a ruota libera, discutono tra loro, prendono in giro se stessi e gli altri. Per quanto ne so non esistono in giro altri filmati che li mostrano così rilassati, spontanei e divertenti".

Presentato nel piccolo centro del torinese con i sottotitoli originali in francese, il documentario ha una storia originale e avventurosa. "Le bobine di pellicola a 16 mm", spiega il regista, "sono rimaste per oltre quarant'anni nel bagno di casa mia a Parigi, finché un giorno mia moglie mi ha dato l'ultimatum: o fai sparire tutta quella roba o me ne vado io. Mi sono deciso a riaprire le custodie, e quel che ho trovato erano nastri polverosi, ammuffiti, sul punto di sbriciolarsi. Che non fossero andati completamente distrutti è stato un miracolo. Il secondo si è compiuto quando ho trovato aiuto in David Zimmerman, un canadese specialista in restauri cinematografici che lavorava in un laboratorio a Londra e che nell'arco di un anno ha pazientemente riparato e rimesso a posto ogni singola immagine. Dopo di che io ho raccolto il materiale, l'ho riportato a Parigi e ho trascorso circa sei mesi a realizzare il missaggio e il montaggio finale con l'aiuto della Cinémathèque Française. Le sequenze originali duravano circa tre ore, ma credo di avere mostrato le parti più rilevanti e divertenti. Ho conservato le outtakes, non si sa mai, e stavolta non le ho stipate nel bagno! L'anno scorso ci sono tornato, nella vecchia sede di Europa-Sonor, con lo spirito di chi fa un pellegrinaggio alla Mecca. Non esiste più: ironia della sorte, al suo posto oggi c'è un negozio che vende apparecchi acustici per i deboli di udito. C'est la vie!".

Non ha grosse pretese, "Chit Chat with the Oysters", ma risulta profondamente rivelatore. "Ognuno dei quattro membri del gruppo ne emerge con la sua personalità ben distinta", sostiene Maben. "E, tra i quattro, il più elusivo è Waters. Ponevo le domande più stupide e scontate che mi venissero in mente - sull'importanza del denaro, su quanto contasse la tecnologia nella produzione della loro musica - apposta per provocarli. E Roger era il più risoluto nell'evitare di rispondere: così facendo, finiva invece per dire cose molto interessanti. Sapevo che insistendo lo avrei fatto arrabbiare; e vederlo arrabbiarsi mi divertiva. A me sembra che 'Chit Chat' ritragga i primi Floyd come un gruppo di persone molto concentrato sul lavoro, ma che allo stesso tempo sa come non prendersi troppo sul serio. E' una dinamica complessa, un gioco delle parti. E, in fin dei conti, una grande burla". "Alla premiere del film, in Canada, una deliziosa signora anziana mi si è avvicinata dopo la proiezione per dirmi che la cosa che l'aveva colpita di più era l'affetto che si percepiva tra i membri del gruppo", ricorda il regista. "Proprio per quello, aggiunse, il successivo divorzio fu così doloroso: succede sempre tra le persone che hanno avuto rapporti intimi e si sono volute bene. Credo che abbia ragione. Nel periodo in cui ho frequentato i Floyd, tra il 1971 e il '73, non ho mai notato il benché minimo segno di tensione. Come diceva Waters, risolvevano i loro problemi ricorrendo al loro senso dello humour. Poi, a un certo punto, anche quello evidentemente non è più bastato".

Avrà mai una circolazione nei circuiti cinematografici ufficiali, il documentario? Verrà un giorno pubblicato in Dvd o in Blu-ray? Maben non ha una risposta: "Intanto mi sono premurato di farlo vedere a Roger, a Nick, a David e ai figli di Rick. Con 'Live at Pompeii' le cose sono molto più complicate: qualunque sfruttamento commerciale richiede il consenso di Universal, che detiene i diritti sulle immagini e il sonoro. Siamo a un punto cruciale perché vorremmo missare il suono in 5.1, completare il restauro e correggere alcuni errori presenti nella pellicola per realizzare una versione definitiva (la quarta, dopo quelle presentate nelle sale nel 1972 e nel 1974 e la director's cut commercializzata su Dvd molti anni dopo). Spero si riesca a farlo entro quest'anno, o al massimo nel 2015. Per il nuovo missaggio audio Nick Mason ha suggerito di collaborare con il tecnico del suono dei Floyd, Andy Jackson".

Scozzese di origine, inglese di formazione (ha frequentato l'università di Oxford studiando biochimica) e parigino d'adozione (la sua prima lingua, oggi, è il francese), Maben non era un novizio nel rapporto tra musica e immagini, quando entrò in contratto con i Pink Floyd: nel 1969, per la tv belga, aveva filmato due special sugli East of Eden e sui Family. Né era estraneo all'Italia: dopo gli studi in Inghilterra, aveva frequentato per un paio d'anni il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma. "Ogni giorno", ha ricordato a Borgaro, "ci appostavamo davanti all'ingresso di Cinecittà per cercare di vedere il Maestro, Federico Fellini. Non accadde mai, ovviamente, ma quando noleggiai le cineprese per filmare i Floyd a Pompei notai che sul metallo erano stati incisi i titoli di due film per cui erano state utilizzate. Una scritta diceva 'Sergio Leone - Per un pugno di dollari', e l'altra 'Federico Fellini - La dolce vita'. E dunque è come se l'incontro con Fellini, alla fine, ci fosse stato".

La storia della scelta di Pompei come luogo per le riprese è nota, ma Maben la ricostruisce fornendo altri dettagli. "Ero andato a vedere i Pink Floyd dal vivo spinto soprattutto dalla curiosità: volevo capire come diavolo facessero a produrre quei suoni così diversi dalla musica che si ascoltava di solito, un sound che non aveva niente a che fare con il blues e con il rock'n'roll. Mi colpì anche il fatto che a Londra del loro concerto non ci fosse alcun segno tangibile in giro: niente manifesti, nessun articolo sui giornali, men che meno servizi in tv. Eppure, la sera, la sala era stracolma. I Pink Floyd erano diversi anche in quello: per diventare popolari facevano affidamento sul passaparola, odiavano la stampa e si facevano pubblicità evitandola accuratamente".

Il primo approccio non fu molto incoraggiante: "Ero riuscito a scovare il numero di telefono dell'ufficio del loro manager, Steve O'Rourke, e con mia grande sorpresa riuscii a fissare un appuntamento a Londra. Aveva la fama di un duro, e mi avevano detto che aveva rifiutato decine e decine di proposte di registi come me. Invece si dimostrò una persona di buon cuore. Spiegai a lui, e a David Gilmour che si trovava a passare di lì per caso, la mia idea originale: coniugare la loro musica a opere di arte contemporanea, artisti del Ventesimo Secolo come Jean Tinguely, Magritte, Delvaux o Nam June Paik. David mi guardò, mi disse che ci avrebbero pensato e che mi avrebbero richiamato. Aspettai invano per sei mesi, a Parigi. A quel punto, convinto che non ci fosse più speranza e deciso a dimenticare la mia imbarazzante idea di mischiare la musica dei Pink Floyd ai quadri di Magritte, mi recai in vacanza in Italia, a Pompei". Dove Maben - rientrato all'imbrunire nell'anfiteatro romano alla ricerca del passaporto che aveva perduto - rimase colpito dall'atmosfera e dall'acustica di quel luogo che amplificava magicamente il ronzio degli insetti e il battito d'ali dei pipistrelli. "Corsi in albergo e cercai di mettermi in contatto con Londra, anche se ai tempi non era facile farlo, con le linee telefoniche degli alberghi italiani. In qualche modo riuscii a raggiungere Steve O'Rourke che si trovava ancora in ufficio, e gli spiegati la mia idea: filmare un concerto dei Floyd nell'anfiteatro ma senza pubblico. Sarebbe stato una specie di anti Woodstock: solo musica, nessun fan, nessuna platea in estasi e soprattutto niente applausi. Ci fu una pausa, al telefono, ed era evidente che Steve stesse cercando di capire di cosa stessi farneticando. Stavolta, però, l'idea non venne respinta".

Tutto risolto? Neanche per sogno: "I guai dovevano ancora cominciare. Dovetti spiegare alla Soprintendenza alle Belle Artisti che nell'anfiteatro ci sarebbero stati solo i musicisti, la loro crew e la nostra troupe. Le autorità locali erano terrorizzate dall'idea che il film potesse diventare una specie di festival rock con orde di fan che si arrampicavano sui monumenti... Mi fu di grande aiuto un professore universitario di Napoli che aveva i contatti giusti. Un altro bel colpo di fortuna, perché conosceva i Pink Floyd e gli piacevano. Come diceva il grande biochimico francese Pasteur, la buona sorte aiuta chi è ben preparato ad accoglierla, e credo che sia la verità". Un secondo aspetto da valutare riguardava i Floyd e i loro impianti: "Sapevo che sul palco erano piuttosto statici. Che non saltavano da una parte all'altra come i Rolling Stones e che non improvvisavano troppo sulle canzoni che avevamo scelto di filmare. Ogni componente del gruppo aveva la sua posizione fissa sul palco che nessuno abbandonava, se non durante 'A Saucerful of Secrets': un dettaglio importante per calcolare le giuste angolazioni delle cineprese. Dal momento che 'Live at Pompeii' era un film sulla musica del gruppo, e non sulla sua interazione con il pubblico, usai un cronometro per misurare con esattezza la durata di ogni segmento e pianificare in anticipo dove avremmo dovuto posizionare le pesanti cineprese Mitchell che avevamo in dotazione. Era un approccio matematico che doveva tener conto della musica così come della pesantezza delle macchine. Dovevamo stabilire le angolazioni di ripresa in anticipo e con precisione perché ai tre forzuti macchinisti ci voleva un'ora per collocare le attrezzature nella giusta posizione". Sembrava fatta, finalmente. "Ma poi, la sera prima di girare, O'Rourke bussa alla mia camera d'albergo e tira fuori dalla valigetta una copia in vinile del nuovo album del gruppo, 'Meddle': è questo il materiale che vogliamo davvero suonare, mi dice. Così dovetti passare tutta la notte a rivedere lo storyboard, usando il cronometro dell'assistente e un grammofono di plastica prestatomi dall'albergo".

Il resto è storia: accidenti di ogni tipo, dall'elettricità insufficiente ad alimentare impianto audio e luci ("dovemmo far tirare un cavo dalla cattedrale all'anfiteatro") alla processione religiosa che quasi impedì di filmare la band tra le fumarole di Pozzuoli nel giorno prefissato ("Migliaia di pellegrini bloccavano le vie di accesso tra Pompei e Napoli ritardando i nostri programmi mentre i Floyd e la crew aspettavano in auto che tutto finisse"). "Alla fine", spiega Maben, "dovemmo completare le riprese a dicembre negli Studios di Boulogne, nei sobborghi di Parigi. Nella mia immaginazione, però, lo spirito del film era saldamente radicato nella sabbia dell'anfiteatro di Pompei, e tutto venne fatto in modo da far sembrare che fosse stato girato in Italia. Sembrava che la musica dei Floyd si legasse in modo profondo a quello che Lawrence Durrell chiamava 'lo spirito del luogo'. Su Internet una giovane donna ha scritto che 'Live at Pompeii' è il suo film concerto preferito perché si ha l'impressione che la band stia suonando un requiem per i defunti. C'è qualcosa di spettrale e di sinistro nella città vecchia: percepisci ancora un senso di pericolo incombente che la musica dei Floyd non fa altro che amplificare".

Non ancora contento del risultato, dopo l'uscita nelle sale della prima versione Maben chiese al gruppo di integrare il film con altre riprese effettuate in sala di incisione. "Condividevo con Roger Waters la passione per la pesca con la mosca anche se lui era più bravo di me", ricorda. "E dopo un paio di giorni trascorsi insieme a pescare sulle rive del fiume Teme vicino al confine gallese trovai il coraggio di chiedergli se avrei potuto filmare i Pink Floyd mentre registravano il loro prossimo album. Le sequenze di Pompei sono ottime, gli dissi con molta cautela, ma non permettono di capire bene come lavorate assieme e in che modo ottenete il vostro sound: potremmo eventualmente fare qualche ripresa in studio? Ci fu un lungo silenzio, poi Roger mi rispose che una possibilità c'era ma che avrebbe dovuto chiedere agli altri cosa ne pensassero. Tornai a Parigi, passò un mese e quando avevo perso ogni residua speranza squillò il telefono. Era Roger: puoi venire a Londra agli Abbey Road Studios la settimana prossima, mi disse. Ma per tre giorni soltanto, con una sola macchina da presa, e a condizione di non disturbarci mentre lavoriamo. Non avevo la minima idea su cosa stessero facendo. A me interessava semplicemente vederli interagire, capire come si comportavano e come producevano la loro musica: come dare una sbirciata in un luogo in cui solitamente non si è ammessi. Accadde che stessero registrando 'The Dark Side of the Moon'. Un altro incredibile colpo di fortuna".

A Borgaro Maben ha letto una lettera ricevuta di recente dal figlio di un albergatore di Pompei, che in quei quattro giorni dell'ottobre 1971 riuscì a imbucarsi assistendo alle riprese: "Il ricordo del loro imponente impianto e di quei 'quattro folli ragazzi' che suonavano nell'anfiteatro lo aveva così colpito emotivamente da risultare indimenticabile". Del fascino immortale del suo film, però, il regista non sa darsi una spiegazione. "Dovreste chiederlo a chi lo apprezza, soprattutto ai giovani che allora non erano neppure nati e che si mettono a guardarlo. Perché continuo a lavorarci, a tornarci sopra? Perché per me un film non è mai finito. La penso come Pierre Bonnard, il pittore dell'Ottocento che negli anni della vecchiaia si recava al Louvre per ritoccare i suoi dipinti esposti nel museo, e che ai custodi furiosi che gli si avventavano addosso per fermarlo rispondeva gentilmente che quelli erano i suoi dipinti e che aveva il diritto di farci quel che voleva. Ecco, per me forse è lo stesso: anch'io continuo a esitare, e a ricolorare i miei vecchi film".

(Alfredo Marziano)

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