Peter Gabriel in Italia: 'Sono un artista lento ma felice'

Peter Gabriel in Italia: 'Sono un artista lento ma felice'

Peter Gabriel a Milano. Un uomo sereno e affaccendato che, ogni tanto, accetta ancora di vestire i panni del commesso viaggiatore. E' così che si sente, confessa ai giornalisti accorsi per incontrarlo in una giornata di fine settembre, mentre si sottopone alla conferenza stampa di rito per promuovere il nuovo album "New blood" che esce martedì 11 ottobre: il disco che, in attesa di un album di inediti latitante ormai da nove anni, regala nuova linfa al suo vecchio repertorio seguendo il modulo di reinvenzione orchestrale ("no drums, no guitars") già sperimentato con il disco di cover "Scratch my back" e nel tour successivo (la squadra è la stessa: John Metcalfe in veste di arrangiatore, Ben Foster direttore di un'orchestra di 46 elementi, la norvegese Ane Brun e la figlia Melanie - che sta per renderlo nonno per la prima volta - nel ruolo di vocalist aggiunte).
Tutto ha avuto origine da lì: "Questo disco non è un progetto nato intenzionalmente ma quasi per caso. Quando si è trattato di portare in tour 'Scratch my back' mi sono reso conto di avere a disposizione solo un'ora di repertorio mentre volevo che il concerto durasse almeno il doppio", racconta Peter. "Abbiamo cominciato a dare un'occhiata al vecchio materiale e ci siamo resi conto che alcune mie cose del passato potevano ricominciare a vivere, prendere una nuova direzione. Mi sono entusiasmato all'idea e ho deciso di rifare le nuove versioni anche in studio. Non ci interessava riprendere in mano gli hits, 'Sledgehammer', 'Big time' o 'Games without frontiers'... volevamo piuttosto intraprendere un viaggio musicale che avesse un senso e una coerenza. Così abbiamo optato per brani meno noti come 'San Jacinto', 'The rhythm of the heat', 'Intruder' o 'Signal to noise', pezzi che eludavano la classica struttura strofa-ritornello ma che assicuravano un continuum musicale: ci è parso che funzionassero meglio in termini di mood, di trama, di atmosfera, creando una sequenza con un inizio e una fine. E' come andare al cinema: a me non interessa vedere una serie di belle sequenze, quel che desidero è essere intrattenuto da una storia che regga l'ora e mezza di durata. Magari è un'idea un po' all'antica, ma per quanto apprezzi la possibilità offerta dalla tecnologia di accedere a una singola canzone voglio ancora potermi godere la chance di un'esperienza musicale completa e a lunga durata.
Ascoltare album dall'inizio alla fine mi piace ancora: avendo due bambini piccoli mi diventa difficile farlo quando sono casa ma ci sono sempre i viaggi in auto..". Con un disco così, spiega Gabriel, l'importante è non aver fretta. Prendersi il tempo necessario: "Viviamo in un mondo fast food, certo. Ma voi mi potete capire, dal momento che l'Italia è la patria del movimento slow food. Ecco, diciamo che questo disco appartiene al movimento slow music. Come sapete, io sono un artista lento. Ma felice". A proposito: a quando nuove canzoni? "Mi ci concentrerò a partire da gennaio. Ho molte idee non ancora compiute, sono lento soprattutto sui testi. Sicuramente la direzione musicale sarà completamente diversa da quella di 'New blood'. Essendo un batterista frustrato, ciò che mi ha spinto a fare musica è stato e continua ad essere la possibilità di scrivere canzoni. E' una cosa che mi entusiasma tuttora. Certo, teoricamente non mi spiace l'idea di una band a cui viene data la possibilità di incidere un solo album, eventualmente reinterpretando anno dopo anno le stesse canzoni. Sapete, il modo migliore di castrare un artista è garantirgli libertà assoluta, dirgli che può fare tutto ciò che vuole. Se vuoi renderlo creativo, invece, gli devi porre dei limiti, dirgli che cosa non può fare. Se per ipotesi si dicesse a un artista che avrà la possibilità di scrivere solo dodici canzoni nell'arco della sua vita, state sicuri che diventerà incredibilmente creativo".

Non fraintendetelo: la libertà creativa resta, per lui, il bene più prezioso. "Certo, con 'Scratch my back' mi sarebbe piaciuto vendere quanto Lady Gaga", sorride suscitando ilarità nella platea. "Ma a sessantuno anni avere la possibilità di incidere la musica che voglio è una libertà meravigliosa. E' questa la cosa più importante, per me: il prezzo da pagare è darsi da fare per cercare di venderla, ed è per questo che oggi sono qui". Le curiosità dei giornalisti si concentrano a questo punto sulla scaletta del disco di cover. Come le ha scelte, mr. Gabriel? "Non sarebbe giusto dire che mi sono impegnato in un lavoro sistematico di ricerca. Oggi non ascolto musica con la stessa intensità di quando avevo vent'anni, ma aiuta avere dei figli che ti sottopongono cose che altrimenti ignoreresti. Altre pezzi me li segnala il tecnico del suono, oppure qualche amico più giovane di me... E poi uso spesso Google e YouTube, lì mi capita di fare incontri inaspettati. Chi mi piace? Bon Iver è tra i miei preferiti. Gli Arcade Fire e Sufjan Stevens, con cui non ho avuto occasione di collaborare ma che fa cose meravigliose. E poi gli Spyro Gyra, che combinano influenze trance e folk. Qualcuno mi ha fatto conoscere recentemente una cantante indie che si chiama Lana Del Rey. Anche lei mi piace molto".

La scoperta di nuova musica è alla base anche di TheFilter.org, una Internet start up in cui Gabriel è stato coinvolto sin dalle origini del progetto. "Si tratta", spiega, "di un motore di raccomandazione musicale. Una sorta di mixer provvisto di fader che, manovrati a piacere, permettono di esplorare i gusti musicali di amici e di esperti, di registi cinematografici, di musicisti e dj, o magari del ragazzo della porta accanto molto più informato di noi su cosa accade nella scena trance. La nostra idea originaria era di farne un prodotto di consumo, purtroppo non siamo ancora riusciti a farlo crescere in maniera soddisfacente e per ora lo utilizzano altri siti come NBC o Dailymotion. Ma il concetto è interessante: puoi scoprire che cosa piace a Britney Spears e a Dr. Dre, costruire degli algoritmi basandosi sulle loro scelte e a quel punto ricostruire anche i gusti di un ipotetico figlio di Dre e Britney. L'abbiamo battezzata Macchina dell'Amore... in realtà abbiamo usato quella parola inglese che comincia con la F...".

Si parla anche delll'ultimo tour, documentato da un video/Blu Ray (anche in 3D) in uscita quasi simultaneamente al nuovo disco di studio. "Perché abbiamo cambiato lo spettacolo, rispetto a quello che era all'inizio? Perché concepisco la creatività come un'attività finalizzata alla produzione di qualcosa di vivo. E' una cosa che ho imparato lavorando con Robert Lepage". E davvero uscirà in Dvd, prima o poi, anche il concerto dell'anno scorso a Verona? "Spero proprio di sì, perché il materiale - l'ha girato mia figlia Anna - è molto bello ed esibirsi all'Arena è sempre meraviglioso. Il budget era decisamente inferiore, rispetto a quello che abbiamo avuto a disposizione per il concerto di Londra filmato in 3D: lì è intervenuto uno sponsor. C'è un esclusiva temporale da rispettare e ci sono diritti costosi da assolvere, ma sono sicuro che prima o poi uscirà".
Molto meno probabile che venga completato il progetto "I'll scratch yours", il disco complementare a "Scratch my back" in cui altri artisti interpretano cover di sue canzoni: "Cercare di catturare un artista è un po' come provare ad acchiappare una zanzara, o pretendere di tenere a bada un gatto", sospira Peter. "E' difficile. Abbiamo raccolto finora sei fantastiche versioni: 'Mercy street' degi Elbow, 'Biko' di Paul Simon, 'Solsbury hill' di Lou Reed, 'I don't remember' di David Byrne, 'Not one of us' di Stephin Merritt dei Magnetic Fields e 'Come talk to me' di Bon Iver. Per me è elettrizzante ascoltare artisti che apprezzo interpretare le mie canzoni. Magari sarà ancora possibile aggiungere qualche pezzo, ma ho quasi abbandonato ogni speranza di realizzare un album di dodici canzoni".

Anche l'etichetta Real World è a rischio?: "E' ancora in piedi, il che è abbastanza stupefacente se si considera lo stato dell'industria musicale e la scomparsa graduale dei negozi di dischi specializzati che erano lo sbocco naturale di un catalogo di nicchia come quello. In compenso il festival di world music WOMAD si sta ancora irrobustendo: l'ultimo anno è stato il migliore di sempre, in termini di affluenza". Una buona idea che funziona ancora: come quella di rimettere mano, prima o poi, a "The lamb lies down on Broadway" per farne una versione cinematografica o teatrale? "Se ne continua a parlare e ancora l'anno scorso un regista ha mostrato interesse al progetto. E' vero, non ci ho ancora rinunciato". Intanto stanno per riportarlo in scena i Musical Box, la band canadese che riproduce alla perfezione i vecchi spettacoli dei Genesis... "Una volta ho portato una delle mie figlie a uno dei loro show, giusto per darle un'idea di quel che faceva suo papà da giovane. E lei mi ha chiesto se davvero mi pagavano per fare quelle cose..." A proposito di Genesis: apprezza il fatto, Peter, che oggi nessuno gli abbia chiesto di un'eventuale reunion? "Oh, certo. Grazie davvero", sorride alzando a mo' di brindisi il suo bicchiere d'acqua minerale prima di firmare qualche autografo e scomparire nella hall.

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